Lo straordinario affare di Poste Italiane: “bruciò il comò per venderne la cenere”

Grazie al sacrificio dei propri dipendenti, nell’anno del Covid la Blasetti SpA, fornitrice delle Poste, ha garantito le proprie forniture per svolgere un servizio essenziale al Paese. Con il prezzo a base d’asta troppo basso, l’appalto finisce ora all’estero, con nuove delocalizzazioni di attività produttive. Cassa Depositi e Prestiti (Stato italiano, quindi) non ha nulla da dire sui costi sociali generati dai manager di imprese a capitale pubblico? E non contano nulla i costi ambientali aggiuntivi del trasporto di merci che possono essere prodotte in casa? La responsabilità sociale delle imprese, questa sconosciuta…


 L’analisi di SAURO TURRONI

¶¶¶ La crisi economica conseguente alla pandemia ha messo in ginocchio moltissime aziende e richiesto interventi di sostegno da parte del Governo per scongiurarne la chiusura. Fra le tante situazioni di crisi, in particolare una, resa nota da un appello all’Amministratore delegato di Poste Italiane Matteo Del Fante pubblicato a pagamento su una intera pagina del Sole 24 Ore e del Corriere della Sera a firma dell’ing. Amedeo Blasetti. L’amministratore unico di una antichissima azienda tipografica, la Blasetti S.p.A., ha evidenziato come le misure governative siano insufficienti o inadeguate. L’appello ha l’obiettivo di scongiurare la delocalizzazione di una azienda dopo oltre 100 anni di attività. 

Grazie al sacrificio dei dipendenti, in questo ultimo anno di Covid la Blasetti ha continuato a garantire le forniture alle Poste, per consentire loro di poter svolgere un servizio essenziale nell’interesse del nostro Paese. Poste Italiane, ricordiamocelo, è una società controllata dal ministero di Economia e Finanza e dalla Cassa Depositi e Prestiti (il Mef è titolare del 29,26% del capitale e, per il tramite di Cassa depositi e prestiti, di un ulteriore 35%). Alla Blasetti  ha indicato un prezzo, definito quotazione, per una rilevante fornitura di buste per corrispondenza. Il prezzo, tuttavia, è talmente basso che non solo la Blasetti ma anche tutte le altre imprese del settore non hanno potuto accettare. Si tratterebbe, in pratica, di lavorare a costi che possono essere praticati solo da aziende di altri paesi che sopportino costi ed oneri minori.

Soffermiamoci su questo passaggio logico. Mentre lo Stato si preoccupa di proteggere aziende e lavoratori italiani drammaticamente colpiti dalla crisi, attraverso una propria controllata, favorisce contemporaneamente fenomeni di dumping salariale. Il quale, come sappiamo, si estende ai diritti dei lavoratori e alla previdenza sociale: ciò che è alla base delle strategie di delocalizzazione che molti imprenditori hanno attuato per essere più competitivi sul mercato.

Le misure tentate a livello europeo per porre un freno alla concorrenza sleale, derivante dalla riduzione dei costi operativi e di manodopera e la conseguente violazione dei diritti dei lavoratori, non hanno ottenuto grandi risultati. Ciò non vuol dire che il nostro governo debba assistere inerme a ciò che accade. In questo periodo contrassegnato dalla eccezionalità nota a tutti, il governo dovrebbe prevedere, insieme con i ristori di natura economica, interventi e misure volte ad evitare che aziende come Poste Italiane, o altre con capitale pubblico, siano loro stesse causa e motore di ulteriori delocalizzazioni.

Questa, infatti, è la conseguenza dell’acquisto all’estero di merci e servizi finora realizzati in Italia, proprio in questo periodo, perché imprese localizzate in altri paesi possono usufruire di vantaggi tutti gravanti sulle spalle dei loro dipendenti. Ma ciò che è più rilevante è il bilancio negativo per l’Italia della decisione di Poste, i cui manager possono vantarsi di aver risparmiato una qualche modesta percentuale sul prezzo pagato, disinteressandosi totalmente delle conseguenze del loro operato. Ricavandone anche premi di risultato ed emolumenti aggiuntivi. Nel bilancio finale del Paese, oltre ai vantaggi economici di Poste Italiane, dovrebbero essere detratti i costi per le conseguenze che ricadranno sulle spalle dell’Italia in termini di nuova disoccupazione, di minori entrate fiscali e contributive. Se così si facesse, scopriremmo che si tratta di una perdita finale rilevante.

Anche il ministro alla Transizione ecologica dovrebbe dire la sua, a proposito dei costi ambientali dovuti alle centinaia di tir impegnati per il trasporto della merce acquistata all’estero. Essi dovrebbero essere conteggiati, non solo in termini di inquinamento dell’aria e di emissioni, ma anche per i costi esternalizzati dei trasporti, a cominciare da quello relativo alla manutenzione delle strade posto a carico della collettività.

È sorprendente come i tanti che invocano più ristori e più sostegni non aprano bocca per chiedere misure che riguardino i danni economici al sistema Paese per tali comportamenti imprenditoriali. Né per richiamare Poste, Cassa Depositi e Prestiti e altre aziende con capitale pubblico alla responsabilità sociale d’impresa (Corporate Social Responsibility): alle implicazioni – in altre parole – di natura etica per gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale della loro azione. Conoscere la percentuale del ribasso offerto dall’impresa straniera consentirà di calcolare i corrispondenti costi per il sistema Italia a fronte del vantaggio di Poste Italiane. Scopriremo, verosimilmente, che, per l’Italia, l’operazione sarà simile a quella raccontata in un antico adagio romagnolo che narra de grand aferi ad quel che brusep e cumò par vendar la zendra: lo straordinario affare del tale che bruciò il comò per vendere la cenere. Avranno la cortesia o – per dir meglio – Maria Bianca Farina e Matteo Del Fante sentiranno il dovere, dal vertice di Poste Italiane, di fornirci questo dato essenziale? ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, la sede centrale di Poste Italiane e gli sportelli durante la pandemia; in alto, l’avviso pubblicato dal “Sole 24 Ore” e “Corriere della Sera”; al centro, Maria Bianca Farina e Matteo Del Fante, presidente e amministratore delegato di Poste Italiane riconfermati al vertice dell’azienda un anno fa; in basso, la sede della Blasetti in piazza Della Rovere a Roma, ai piedi della salita di Sant’Onofrio, 1920 

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Architetto e urbanista, dal 1972 ha svolto la propria attività professionale pubblica in qualità di dirigente presso i Comuni di Cervia e Cesena; dal 1986 è stato dirigente all’urbanistica, servizio tutela e valorizzazione del territorio, della Regione Emilia Romagna. Ha progettato, fra l’altro, il Piano Territoriale Paesistico dell’Emilia Romagna, ed è stato responsabile del laboratorio regionale per la sperimentazione della pianificazione ecologica. Dal 1992 e per quattro legislature consecutive è stato deputato e senatore dei Verdi. È stato anche il primo parlamentare italiano a recarsi in Antartide e in Artide per le ricerche sul clima. Dal 2007, per otto anni è stato membro della Commissione scientifica nazionale per l’Antartide (Csna). Nel settembre del 1995 è stato a Mururoa con Greenpeace contro gli esperimenti nucleari e nel ’96 a Cernobyl per il decennale della catastrofe. Dal 1994 al 1996 ha fatto parte della delegazione italiana presso l’Osce. È presidente di una Fondazione con scopi di solidarietà sociale.