L’irriducibile Trump, l’ultimo conteggio delle schede e il dubbio sui grandi elettori

Il presidente uscente agita ancora le piazze. Spera in un ripensamento di qualche grande elettore, faithless electors, sempre possibile fino alla data fatidica del 6 gennaio 2021. Con il conteggio definitivo delle schede Joe Biden consolida la vittoria nel voto popolare: 5 milioni e mezzo in più del suo avversario repubblicano


L’analisi di STEFANO RIZZO, docente di Relazioni internazionali

  Tecnicamente le elezioni presidenziali americane non sono ancora finite, dal momento che in alcuni stati (Wisconsin e Georgia) è previsto che a giorni vi sia il riconteggio dei voti espressi il 3 novembre. Tuttavia, anche se non finite del tutto, sappiamo che Biden è stato proclamato vincitore, che si appresta a mettere a punto la sua squadra di governo, che Trump si è rifiutato di riconoscerne la vittoria, e con lui buona parte del partito repubblicano e dei suoi sostenitori. Al momento, secondo fonti attendibili, ma non ufficiali, Biden ha conquistato 306 voti del collegio elettorale rispetto ai 232 di Trump e 78.600.000 voti (50,8%) rispetto ai 73.100.000 di Trump. Quindi ha vinto.

Ma, appunto, si tratta di risultati ufficiosi, non definitivi, prova ne sia che al 14 novembre restava ancora da contare circa il 2% dei voti. Ed è questa ufficiosità del risultato che ha dato al presidente in carica la possibilità di sostenere che i giochi non sono ancora fatti, che ci sono stati numerosi brogli e che alla fine sarà lui il vincitore. Ad oggi già diversi giudici si sono pronunciati contro queste affermazioni; mentre molti segretari di Stato, anche repubblicani, hanno dichiarato che le elezioni sono state regolari, senza brogli né interferenze straniere. E tuttavia le polemiche in campo repubblicano continuano, e il dubbio serpeggia tra i sostenitori di entrambi gli schieramenti. Quando − ci si domanda − si potrà mettere la parola fine a questa incresciosa (e incredibile) vicenda elettorale che ha un solo precedente nella storia moderna degli Stati Uniti? Avvenne con le elezioni del 2000, che però riguardarono soltanto uno Stato (la Florida) e non mezzo paese come adesso. 

Affinché i dati da ufficiosi diventino ufficiali è necessario che vengano “certificati” da ciascuno Stato assegnando a uno dei due candidati i grandi elettori che gli spettano. Poiché la legge (U.S. Code, Title 3, Ch. 1) stabilisce che i grandi elettori devono riunirsi per votare il candidato cui sono collegati il «1° lunedì dopo il 2° mercoledì di dicembre successivo alle elezioni», vale a dire quest’anno il 14 dicembre, gli Stati devono certificare i risultati elettorali prima di quella data. Ora, in materia elettorale ogni Stato ha leggi diverse e ha anche fissato date diverse per certificare il risultato. Si va dal Delaware il 5 novembre fino alla California l’11 dicembre (più 4 o 5 Stati che non hanno fissato alcuna data). 

Facciamo adesso un passo indietro. Biden ha vinto 306 grandi elettori, 36 più di quelli che gli servono per diventare presidente. A parte i 4 Stati (Wisconsin, Georgia, Arizona, Pennsylvania) in cui ha vinto con meno di un punto di vantaggio, in tutti gli altri nessun riconteggio o contestazione potrebbe invalidare il risultato a favore suo o di Trump. Pertanto sono solo questi quattro gli Stati che possono dirci quando il tormentone elettorale avrà fine. Se Biden non ne avesse vinto nessuno gli rimarrebbero 249 elettori, 21 in meno dei 270 necessari. Il primo che dovrà essere certificato il 20 novembre è la Georgia con 16 grandi elettori, non ancora sufficienti. Poi il 23 novembre viene certificata la Pennsylvania con 20 grandi elettori; poi il 30 novembre è la volta dell’Arizona (11 g.e.) e il 1° dicembre del Wisconsin (10 g.e.).

Se tutti questi Stati, o anche solo 2 su 4, verranno attribuiti a Biden, come è altamente probabile, il 23 novembre o al più tardi il 30 sapremo ufficialmente chi ha vinto le 59me elezioni presidenziali americane. Anche se ci fossero − come ci sono stati in passato − alcuni grandi elettori (i cosiddetti faithless electors) che invece di votare per i propri candidati decidessero di votare per il ticket avverso, il risultato non dovrebbe cambiare. 

Ma non è finita. Dovremo infatti ancora aspettare il 6 gennaio quando si riunirà il nuovo Congresso che dovrà prendere atto delle decisioni del collegio elettorale e proclamare il nuovo presidente. Anche in questa fase potrebbero esserci sorprese se un deputato o senatore presentasse per iscritto un’obiezione al verdetto del collegio elettorale cercando così di assegnare a Trump la vittoria a tavolino. Teoricamente è possibile, ma per alterare il risultato occorrerebbe la votazione conforme di Camera e Senato separatamente, il che, con il controllo della Camera da parte dei democratici e del Senato (probabilmente) dei repubblicani, è praticamente impossibile. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Stefano Rizzo

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)