L’eredità atomica italiana: 31 mila metri cubi di scorie nucleari cercano casa

Dopo cinque anni di silenzio, disvelata la Carta nazionale dei siti potenzialmente idonei ad ospitare il Deposito nazionale di rifiuti nucleari. Individuate sette regioni e 67 comuni, lungo tutta la Penisola. L’80% della radioattività è concentrato attualmente in Piemonte. Previsto un parco tecnologico per la gestione del sito con mille tecnici specializzati e una spesa di 900 milioni di euro. Incentivi economici per il territorio prescelto. La decisione finale nella primavera del 2022, dopo una consultazione pubblica lunga 14 mesi, in un anno elettorale. Torna al pettine un nodo aggrovigliato da lustri, su cui Italia Libera apre le sue pagine al dibattito di associazioni ed esperti 


di MAURIZIO MENICUCCI, inviato speciale Rai

¶¶¶ Elaborata da Sogin, convalidata da Ispra e dai ministeri per lo Sviluppo Economico e per l’Ambiente, la Carta dei siti potenzialmente idonei a stoccare i rifiuti nucleari è l’ennesimo tentativo di risolvere un’emergenza che si trascina dal 2003, quando Scanzano insorse contro la decisione di portare il deposito delle scorie sulla costa Jonica. In verità il documento era pronto da 5 anni, ma la sua pubblicazione era stata più volte rimandata, ufficialmente per ulteriori (e via via più umoristiche) messe a punto, ufficiosamente perché è sempre stata uno dei peggiori incubi degli esecutivi di ogni colore per la sua plateale impopolarità. In tal senso, va reso atto che il governo Conte ha compiuto un atto di coraggio.  

Diciassette anni dopo, infatti, l’obiettivo è sempre quello di conservare in un unico sito di superficie e a massima sicurezza i 31 mila metri cubi di scorie nucleari. Dal 1987, con il referendum che pose fine alla stagione nucleare italiana, esse sono distribuite – spesso con incontestabili carenze di sicurezza e dimostrate contaminazioni delle falde – tra una ventina di siti da troppo tempo provvisori. Dal punto di vista della radioattività, quello che davvero conta come indice del rischio, l’80% si concentra in Piemonte e quasi tutto nell’impianto Eurex di Saluggia, seguito da Campania (12%) e Basilicata (8%).

Se la sostanza è la stessa, però, la forma scelta per raggiungere l’obiettivo è diversa, almeno nelle intenzioni del governo. La Cnapi è il primo passo di un percorso condiviso per individuare il sito dove sorgerà il Deposito, e con quello l’annesso Parco Tecnologico: un’opera complessiva da 900 milioni di euro, che l’Europa ci chiede da anni, minacciando costose procedure d’infrazione. La promessa − forse anche premessa − è che dia lavoro a 4 mila persone per la costruzione, prevista in 4 anni, e a mille tecnici qualificati per la gestione.

Sette le regioni − Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia − e 67 i comuni dove ricadono le aree idonee, che saranno divise per colore: verde smeraldo, massima idoneità, poi verde pisello, celeste e giallo. La classificazione è fatta a seconda di un punteggio assegnato dai tecnici in base a 25 requisiti di esclusione: idrogeologici, urbanistici, sismici, paesaggistici, agricoli e anche logistici, in particolare per quel che riguarda la disponibilità di strade e ferrovie adatte al trasporto sicuro dei rifiuti.     Fra le 12 zone ritenute più adatte (attenzione ai colori…) figurano due aree in provincia di Torino e 5  in provincia di Alessandria (2 di queste con massimo punteggio), poi 7 a Viterbo, una nel Senese, una nel Grossetano e 4, piuttosto vaste, nelle Murge, tra Bari, Matera e Taranto.

Quanto alle capacità prevista del deposito (che è di 95 mila metri cubi totali), 78 mila saranno occupati in via definitiva da rifiuti con attività media e da quelli per lo più con bassa attività prodotti da sanità e industria, ovviamente destinati ad aumentare. Gli altri 17 mila metri cubi sono per i rifiuti a maggiore radioattività. Per questi ultimi, tuttavia, molto più ingombranti, il deposito italiano fuori terra – dice lo stesso progetto – non è adatto. Stoccati nel sito in via provvisoria, dopo qualche anno saranno inviati all’estero in accordo con altri “paesi poco nucleari come il nostro”, anche se quest’ultima indicazione – peraltro ripetuta da anni – sembra assai vaga. 

La Carta ha davanti a sé almeno 10 mesi irti di difficoltà. Due sono quelli previsti per le obiezioni, altri due per esaminarle, quindi si aprirà un seminario nazionale con trenta giorni per un ulteriore contraddittorio tra le parti. Dopo di che ci vorranno ancora 4 mesi per aggiornare la lista, in base alle obiezioni accolte. A quel punto, però, non sarà più Cnapi, ma Cnai, cioè la Carta definitiva delle aree idonee. Quante non si sa. La rosa finale arriverà dopo altri mesi di dibattito, in cui il governo spera di trasformare molti dinieghi in manifestazioni d’interesse, probabilmente grazie a generose compensazioni, che tra l’altro − per scaramantica cautela − dopo la drammatica vicenda della Tav in Valsusa, tutti preferiscono chiamare “benefici”.

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Maurizio Menicucci

Inviato speciale per il telegiornale scientifico e tecnologico Leonardo e per i programmi Ambiente Italia e Mediterraneo della Rai, ha firmato reportage in Italia e all’estero, e ha lavorato per La Stampa, L’Europeo, Panorama, spaziando tra tecnologia, ambiente, scienze naturali, medicina, archeologia e paleoantropologia. Appassionato di mare, ha realizzato numerosi servizi subacquei per la Rai e per altre testate.