Le storiche piene del Tevere a Roma. Quando «dava fora fiume»

Prima dei Muraglioni, Roma è finita sott’acqua tante volte. A farne le spese anche Benvenuto Cellini e Michelangelo Buonarroti. La volta che a bagno finì il Pantheon. E c’è anche qualche stolto che parla di un fiume navigabile…

 

di PINO COSCETTA

Il 7 ottobre del 1530, Benvenuto Cellini che aveva casa e bottega in via dei Banchi verso Monte Giordano, raccolse in un sacco tutte le sue gioie (tra queste il famoso bottone da piviale realizzato per Clemente VII), e tenendo il sacco in testa, con l’acqua a mezza gamba si avviò verso Monte Cavallo per mettere in salvo se stesso e le sue opere d’arte nel palazzo papale del Quirinale. Lui stesso in una cronaca del tempo ricorda l’episodio: «A Monte Cavallo trovai messer Giovanni Gaddi, gli diedi tutte le ditte gioie, che me le salvassi; il quale tenne conto di me, come se fratello gli fussi stato…». Nella stessa piena andò peggio a Michelangelo. La piena quella notte entrò nello stabilimento di Porta Angelica dove conservava le statue abbozzate per il monumento funebre di Giulio II, molte delle quali furono portate via dalla corrente e mai più ritrovate. 

Testimonianza di un’altra più antica e devastante piena la possiamo trovare sotto l’Arco dei Banchi dove una lapide in caratteri gotici stilata in latino marca il livello raggiunto dalle acque del fiume nella più lontana alluvione del 1277: «Qui giunse il Tevere, ma torbido si ritirò ben presto nell’Anno del Signore 1277 nella seconda indizione il settimo giorno di novembre, sede vacante». La Sede lasciata vacante dalla morte di Papa Giovanni XXI, Pedro Hispano di Lisbona il primo e per ora unico papa portoghese, diciotto giorni dopo la piena fu occupata da Papa Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini. 

La cronaca della piena del 1530 che colpì Michelangelo e il Cellini, è ricordata in un libretto intitolato «Diluvio di Roma – che fu ai VII ottobre l’anno M.D.XXX – col numero delle case ruinate – delle robe perdute – animali morti – uomini e donne affogate – con ordinata descrizione di parte in parte ecc… – autore Domenico Maria Novara ferrarese, maestro di Niccolò Copernico».

Da cronista di razza, il ferrarese maestro di Niccolò Copernico riporta fedelmente la devastazione della piena con particolare riferimento a Ponte Sant’Angelo e via Giulia: «…cinge l’acqua da ogni lato, e sottomette il ponte, fece sforzo in tutta quella banda dei vicini edifizi, verso i Banchi dei Mercanti, e mandò al fondo gran parte di quelle case. Dall’altra banda, assalito il ponte alla Traspontina, che passa da Castello verso Palazzo, lo svelse dai fondamenti, e tutto l’impeto si voltò a destra verso strada Giulia. Nella via Giulia, drieto a Banchi, quante belle case erano! Si veggono segni, che poche ve ne resteranno. Ha dato alla città grandissimo terrore, che una casa grande vi era di Monsù Eusebio, già servitore del cardinal Sangiorgio, et tenuto huomo molto dabbene, stando lui con forse altre trenta persone in casa domenica sera alle tre hore di notte, havendo il fiume levatoli il terreno di sotto, ruinò et ammazzò tutte le persone et animali che vi si trovavano… et il modo della ruina è ancor più spaventoso, vedendosi la casa non caduta da una delle bande, ma tutta insieme si è abbissata, come se fusse finita in un fosso…»

Questa terribile piena cinquecentesca è compresa tra le 22 che nei seicentosessant’anni trascorsi tra il 1277 e il 1937, il Tevere ha inflitto alla città. In molti casi, prima dei muraglioni, l’acqua è arrivata a lambire la scalinata di Trinità de’ Monti e allagare piazza del Pantheon, per non parlare delle ex aree di golena da Ponte Milvio a Testaccio che assieme a Borgo e ai Prati di Castello finirono a mollo anche dopo i muraglioni, nel 1900 e nel 1937. 

Tra le piene storiche del Tevere merita particolare attenzione quella del 26 dicembre 1870, tre mesi e sei giorni dopo la Breccia di Porta Pia, attribuita dal popolino alla collera divina del Signore per punire i “buzzurri” piemontesi che avevano osato chiudere il Santo Padre tra le mura del Vaticano. In realtà quella fu l’ultima devastante piena della storia di Roma. ◆

___

Foto: sotto il titolo, in blu le zone allagate nella storica alluvione del 1870; al centro, lapide marcapiena dell’Arco dei Banchi: «Qui giunse il Tevere, ma torbido si ritirò ben presto nell’Anno del Signore 1277 nella seconda indizione il settimo giorno di novembre, sede vacante»; in basso, il Pantheon allagato nel 1900

About Author

Pino Coscetta

Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.