I nodi aggrovigliati per Biden alla Casa Bianca: le prime spine del Medio Oriente

In cima alla politica estera del nuovo presidente la spinosissima questione di Gerusalemme capitale di Israele, gli “Accordi di Abramo” con Bahrein Emirati Arabi e Marocco; e, su tutti, l’Iran: dopo l’uccisione del responsabile del suo programma nucleare, Teheran ha ripreso ad arricchire l’uranio, lasciando intravvedere il suo uso militare. Sullo scacchiere mediorientale è probabile che il nuovo corso, con motivazioni molto diverse da Trump, confermerà le linee da lui impresse in quell’area. Un machiavellismo gattopardesco: anche Oltreoceano, «bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima…»?


L’analisi di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Con l’uscita di scena, pesante di incognite, del più sinistro abitatore che la Casa Bianca abbia mai avuto, Joseph Biden si è finalmente insediato alla guida dell’esecutivo; il passaggio dei poteri è avvenuto senza altri colpi di coda dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio. I riflettori della storia, oltre che su Washington, tornano ad essere puntati sulle altre aree nevralgiche del pianeta. Con esse, la superpotenza dovrà riesaminare molti dossier lasciati in sospeso o frettolosamente chiusi da Donald Trump. E torna alla ribalta, come da diversi decenni a questa parte, il Medio Oriente. 

Uno dei pochi risultati positivi dell’amministrazione Usa uscente sembrerebbe essere stato proprio il nuovo corso mediorientale: i cosiddetti “Accordi di Abramo”, siglati a Washington, che hanno sancito la pace, di fatto già osservata da tempo sul piano commerciale e turistico, tra Israele, Bahrein, Emirati Arabi e Marocco. Proprio nei giorni scorsi, sempre con la malleveria americana, i potenti Stati del Golfo, Arabia Saudita in testa, hanno messo fine all’embargo contro il Qatar, durato oltre tre anni, ritenuto responsabile di appoggiare alcune organizzazioni islamiche che praticano il terrorismo. Un altro passo cruciale era stato, tre anni fa, lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, mossa giudicata esiziale dai palestinesi e, naturalmente, quanto mai favorevole dal premier israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu. Tutti questi cambiamenti, in realtà, pur senza negare del tutto una loro portata storica, nel migliore dei casi vanno considerati come preparatori di un processo di pacificazione molto più articolato e, naturalmente, più complesso. 

Partiamo da Gerusalemme. Ormai da anni la “sensibilità” del mondo arabo verso la causa palestinese si è andata affievolendo, anche per la riconosciuta ostinazione dell’Anp nel non voler cogliere una serie di opportunità presentatesi negli anni ’90 del secolo scorso e all’inizio dell’attuale, per avviare un concreto e potenzialmente duraturo processo di pace con la potenza ebraica. Senza parlare di Hamas, che a Gaza resta ancorato a ormai stantie posizioni totalmente deneganti verso Israele. I rapporti dei palestinesi con l’attuale dirigenza israeliana si sono ulteriormente sbiaditi; sia per l’obiettivo spostamento a destra dell’asse politico del paese, sia per la strumentalizzazione che Netanyahu fa degli insediamenti ebraici e della immodificabilità dello status gerosolimitano come capitale “unica e indivisibile dello Stato”, anche per trarne vantaggi politici personali. La stessa cosa tentata da Trump, che con la carta mediorientale giocata a ridosso delle votazioni del 3 novembre scorso e riportando ai massimi i rapporti con Israele – alquanto raffreddatisi durante la doppia presidenza di Barack Obama – sperava di rafforzare le proprie possibilità di rielezione. Inoltre, nonostante che gli europei, per sostanziale debolezza di leve diplomatiche, non vogliano affrontare la spinosissima questione, Gerusalemme di fatto è sempre stata considerata la capitale in ogni scambio politico e istituzionale con Israele. A Gerusalemme si va a trovare il Presidente della repubblica, si visitano la Knesset, l’ufficio del Primo ministro e degli altri membri del governo; a Gerusalemme ci sono la Corte suprema e il sacrario dello Yad Vashem, la più significativa testimonianza della Shoah. Ostinarsi quindi a riferirsi al “governo di Tel Aviv” in certi comunicati ufficiali o in articoli di giornali per altri versi anche equanimi o persino dichiaratamente “amici” di Israele è una prova di ipocrisia alla quale anche i palestinesi sarebbe bene che cessassero di far finta di credere. 

In Medio Oriente l’altro dissidio infinito è tra il mondo sciita, rappresentato dall’Iran, e quello sunnita, largamente maggioritario tra i 49 paesi del mondo a maggioranza musulmano. Anche alla luce di questo, gli accordi sottoscritti da Trump vanno presi con un grano di sale. E anche per questo c’è chi ha parlato e parla di “pace fredda” tra Israele e i nuovi paesi firmatari. Più che di desiderio di apertura verso lo Stato ebraico e di convergenza con la linea politica degli Usa, va fatta una lettura in chiave anti iraniana, altro elemento che non può che rallegrare Gerusalemme, dato che Teheran è rimasto l’ultimo difensore non solo a parole dei palestinesi. A parte una certa “freddezza” da parte dell’Egitto, che vede a proprio scapito l’avvicinamento di Washington ai Paesi del Golfo, altri avversari importanti tra i sunniti non sembrano esserci. Il vero nemico è l’Iran, che, dopo l’uccisione del responsabile del suo programma nucleare, ha fatto sapere di aver ripreso intensamente ad arricchire l’uranio, senza dichiararne apertamente gli scopi anche militari ma lasciandolo volutamente intendere. Con Teheran, per motivi di spostamento delle rispettive sfere di influenza, in anni recenti si è alleata la Turchia, che ha scelto la via della radicalizzazione islamica dopo le passate illusioni di “europeizzarsi”. Ma oltre la loro alleanza strategica, Iran e Turchia sono entrambi di stirpe giapetica. E gli “ariani” detestano gli arabi ben oltre la comune fede coranica. 

Biden, dunque, è probabile che nelle grandi linee attuali, ma con motivazioni si spera molto diverse da Trump, manterrà in Medio Oriente il nuovo corso da lui impresso per quanto riguarda i rapporti con Israele e l’appoggio degli States agli accordi di pace. Dell’Arabia Saudita e degli altri potentati petroliferi resterà un alleato e un interlocutore corretto, ma senza più piegare quasi incondizionatamente le proprie scelte ai tornaconti energetici derivati dagli idrocarburi (e dal carbone). Il petrolio reggerà ancora per molto, non v’è dubbio, ma ancora più enfasi sarà data, nel medio e lungo periodo, alle fonti energetiche alternative e rinnovabili. Perché ignorare le esigenze di salvaguardia ambientale, oggi, equivale accorciare la vita di tutti, compresa quella dei governi.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, la firma dei primi ordini esecutivi di Biden nello Studio Ovale; in alto, gli “Accordi di Abramo” siglati a Washington; in basso, la visita del presidente iraniano Hassan Rouhani nell’impianto nucleare di Fordo, nei pressi della città santa sciita di Qom

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Carlo Giacobbe

Nato a Roma, divide la sua vita tra la capitale italiana e Lisbona. Poliglotta, tra le sue passioni ha la musica, avendo studiato canto classico (da basso), anche se adesso si dedica soprattutto al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, oltre al Fado di Coimbra. Autore di saggi e traduzioni dall’inglese e dal portoghese, per alcuni anni ha insegnato quest’ultima lingua alla Sapienza, sua antica alma mater. Per l’Ansa ha vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Tra le altre passioni, non tutte confessabili, c’è il biliardo. In questi giorni è in uscita “100 sonétti ‘n po’ scorètti” una sua raccolta di versi romaneschi. È sposato con Claudia e papà di Viola e Giulio.