L’autoperdono del tacchino: la grazia preventiva di Trump per sé e tutti i suoi cari

Fin dai tempi di Reagan, alla vigilia del giorno del ringraziamento il Presidente degli Stati Uniti salva un pennuto con la formula di rito: «Io, qui e ora, ti concedo la grazia e che tu possa vivere una lunga, felice e memorabile vita». Stavolta provate ad indovinare chi dovrebbe essere graziato? Consentendogli in sovrappiù di ripresentarsi ripulito e intonso alle elezioni nel 2024


L’analisi di STEFANO RIZZO, docente di Relazioni internazionali

 Esiste negli Stati Uniti una lunga e venerata tradizione per cui la vigilia di Thanksgiving (il giorno del ringraziamento) il Presidente concede la grazia (pardon) della vita al tacchino che gli viene donato in quel giorno. La cerimonia ha luogo ogni anno nel giardino delle rose della Casa Bianca alla presenza di numerosi invitati festanti, e tutti i presidenti vi si sono attenuti fin dai tempi di Ronald Reagan.  

Quest’anno tuttavia la cerimonia ha assunto un significato particolare. Il giorno 25 novembre, quando il fortunato tacchino ha ricevuto la grazia, la parola “pardon” circolava già da diversi giorni sulle pagine dei giornali e sicuramente era nella mente del Presidente quando pronunciava la formula di rito: «Io, qui e ora, ti concedo la grazia e che tu possa vivere una lunga, felice e memorabile vita». Ma non con riferimento al tacchino di Thanksgiving che allieta le tavole della festività, forse la più importante d’America, bensì con riferimento ad altri “tacchini” umani e al più importante di tutti, il tacchino Trump. 

Quello della grazia è uno dei pochi poteri assoluti del Presidente degli Stati Uniti che, al pari di larga parte dell’assetto istituzionale americano, risale alla monarchia britannica. Tutti i Presidenti ne hanno fatto uso più o meno ampio, in genere negli ultimi giorni o mesi del loro mandato. La concessione della grazia, che implica l’ammissione di colpevolezza da parte del beneficiario, ha sempre seguito una precisa procedura: selezione delle domande da parte del Dipartimento della giustizia, valutazione da parte dell’Ufficio legale della Casa Bianca, raccomandazione al Presidente, che decide in ultima istanza. 

Non così nel caso dell’attuale Presidente. Trump ha concesso poche grazie nel corso del suo mandato, ma tutte di sua iniziativa e senza consultare gli uffici. Ma la cosa più preoccupante è che questi “perdoni” hanno riguardato persone vicine al suo partito e suoi collaboratori, o sono state sponsorizzate da influenti personalità dello spettacolo. È il caso di Scooter Libby, uomo di punta dell’Amministrazione Bush, condannato per avere mentito al Congresso e all’Fbi, di Dinesh D’Souda, un giornalista ultraconservatore autore di attacchi al vetriolo nei confronti di Hillary Clinton e condannato per finanziamento illecito, di Alice Johnson, l’unica poveretta in prigione da venti anni per spaccio di droga, ma graziata solo dopo una visita della star e influencer Kim Kardashian alla Casa Bianca.

Nei mesi scorsi sono stati graziati due uomini vicinissimi a Trump fin dalla campagna elettorale del 2016 e condannati nell’ambito dell’inchiesta del procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller: Roger Stone, autodefinitosi “l’uomo dei trucchi sporchi” e Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale condannato per il suo ruolo nel cercare di estorcere al presidente dell’Ucraina dichiarazioni compromettenti sull’avversario Joe Biden. 

Esiste poi un tipo di grazia che in tutto il mondo civile solo il Presidente degli Stati Uniti possiede: la grazia preventiva, vale a dire il perdono di persone che forse hanno commesso un reato ma che non sono ancora state condannate e neppure indagate. È un potere che soltanto tre presidenti hanno esercitato nel corso della storia: George Washington nel 1794 nei confronti degli autori della Whisky Rebellion, Jimmy Carter nel 1977 nei confronti dei renitenti alla leva durante la guerra del Vietnam, Gerard Ford nel 1974 nei confronti di Richard Nixon che si era appena dimesso a causa dello scandalo Watergate. In questi tre unici casi la giustificazione era di risparmiare al popolo americano ferite politiche e sociali profonde e di chiudere una pagina dolorosa della storia.

Non nel caso di Trump. Ciò di cui si parla in questi giorni è di una sua grazia preventiva per proteggere i propri interessi nei confronti dei tre figli coinvolti nella sua amministrazione e nelle sue attività imprenditoriali − Donald junior, Eric, Ivanka − del genero Jared Kushner e del suo avvocato personale Rudolph Giuliani. Non si sa per cosa queste cinque persone verrebbero graziate (il senso del preemptive pardon è appunto questo). Si suppone però che Donald junior possa essere implicato nel Russiagate, come anche Giuliani, che Ivanka e Eric siano coinvolti nei fraudolenti affari privati del padre e che Jared, avendo mentito all’Fbi sul suo resumé di sicurezza, possa essere incriminato almeno per questo. Ci sarebbe poi un altro personaggio di grosso calibro, anche lui coinvolto nel Russiagate, ma già condannato e ora in carcere, Paul Manafort. Nel suo caso farlo uscire di prigione sarebbe per Trump un modo per assicurarsi la sua gratitudine e il suo silenzio. 

Fin qui siamo in un territorio molto discutibile di interesse personale in atti di ufficio, che tuttavia secondo gli esperti giuridici rientrerebbe nei poteri del Presidente, anche grazie alla ampiezza e vaghezza della norma costituzionale. La stessa norma che non esclude esplicitamente (e quindi include implicitamente) il potere del Presidente di perdonare se stesso per eventuali reati commessi durante la sua presidenza e anche prima, per i quali non potrebbe mai più essere perseguito.  

Quindi, se Trump concedesse a se stesso la grazia − cosa che peraltro ha già adombrato di voler fare − saremmo in un territorio totalmente inesplorato non solo per gli Stati Uniti, ma per qualunque paese democratico del pianeta. L’autoperdono del tacchino presidenziale assumerebbe così un significato del tutto nuovo concedendo al suo beneficiario una “lunga, felice e memorabile vita”, e consentendogli in sovrappiù di ripresentarsi alle elezioni nel 2024. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Trump e il tacchno graziato alla Casa Bianca; al centro, Dinesh D’Souda e i tre figli di Trump, Eric, Ivanka e Donald jr [credit Getty images]; in basso, l’arresto di Paul Manafort

About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)