L’Aquila dodici anni fa: «la grande crepa e lo spartiacque della mia vita»

«Non tornerò più lo stesso, non torneremo più gli stessi, ma quella crepa che mi solca dentro dovrà diventare il mio punto di forza»: Luca Lombardi, oggi medico, 12 anni fa era uno degli studenti fuori sede dell’Aquila e ha vissuto – salvandosi – il dramma del terremoto. Non ne ha mai voluto parlare. Troppo il dolore e lo strazio per quello che ha visto e vissuto. Ma oggi il suo racconto restituisce a tutti – in primo luogo a sé stesso – il ricordo di quei tragici giorni, lo spartiacque della sua vita. A seguire uno stralcio del testo integrale che sarà pubblicato nel prossimo numero del nostro magazine, a metà aprile


Il ricordo di LUCA LOMBARDI, medico

¶¶¶ […] Era la domenica delle palme uno dei primi ricordi che ho di quella santa settimana. Mi ero trasferito da poco e cercavo ogni modo per fare amicizia, per ripartire. Mi ricordo steso sul prato di Collemaggio. Giocavo con delle margherite. Il fresco sole di quella città mi stava finalmente risvegliando. Proprio in quel momento sentivo che la mia rinascita stava incominciando. La Pasqua della mia vita, dopo gli anni tormentati di una Roma seduttrice ed ingannatrice, era lì, per me. Il sole, l’aria tersa, e quelle margherite che mi guardavano. Tutto questo mi dava il benvenuto. 
Mi sentivo bene, come non succedeva da tempo. Qualche esame finalmente superato, la casa dello studente ed i suoi abitanti mi facevano sentire come uno che era sempre stato lì. La mia nuova stanza, una mansarda nel centro storico di un’ Aquila illuminata.
Ricordo quel pomeriggio di sole, il percorso da Collemaggio a Fontana luminosa. La mia mente era viva, fiduciosa.
Mi perdevo nei vicoletti di una città per me misteriosa, ma vitale.
Quel pomeriggio del 5 aprile 2009 lo passai in compagnia di qualche mio amico, dei miei nuovi progetti, dei miei nuovi sogni (che poi erano quelli che avevo sempre avuto, ma che ora sembravano realizzarsi). Avevo passato qualche ora nella casa dello studente e mi ero organizzato con un mio amico dell’Università per ripetere insieme il giorno dopo (non sarei più rientrato in quella casa e non avrei più rivisto quel ragazzo, uno degli artefici della mia rinascita in quella nuova città).
Tutto era perfetto. Certo c’era ormai da mesi uno sciame sismico che ci teneva tutti un po’ in apprensione, ma ci avevano detto di non allertarci.
Quel giorno però qualcosa di strano pervadeva quell’atmosfera di quiete: un’aria ferma, elettrica. Non un filo di vento.
Verso le nove di sera una scossa mi fece uscire di casa. Passai per quella che veniva chiamata via della Strega e quasi respirai cosa sarebbe successo di lì a qualche ora. Quel silenzio metteva paura. Ti faceva fischiare le orecchie. E il freddo sembrava aver dato una tregua.
Ritornai dopo un’oretta a casa e mi misi a vedere un film (“La guerra degli Antò” − e ricordo che mi affascinava il fatto che nel cast recitava un ragazzo aquilano che avevo conosciuto in quei giorni).
Ero solo in una casa che sembrava immensa per quelle che erano le mie abitudini in case universitarie romane. Verso le due mi affacciai alla finestra del salotto. Sembrava che un bimbo stesse piangendo, era invece un cane che latrava con una voce quasi umana. Le luci gialle su via dei Colli Brincioni, e, di nuovo, il rumore di quel silenzio assordante mi proiettarono in un’atmosfera da film per un attimo… e ancora una volta sentii che ci stavamo avvicinando ad un momento cruciale delle nostre vite.
La mia camera era una mansardina al piano di sopra: decisi di dormire su quei pensieri che si stavano facendo sempre più strani nella mia mente, ma decisi di dormire vestito. Mi feci compagnia con un barattolo di nutella in cui avevo affondato un cucchiaio. Era l’ora in cui L’Aquila cambiò.
Il muro di fronte a me si aprì e sembrava seguire un percorso già scritto, forse seguendo il modo in cui erano stati posti i mattoni, al tempo della costruzione di quella casa… una crepa orizzontale tagliò completamente la parete, in un modo cosi rapido che i miei occhi non fecero in tempo a seguirla; e poi su a tagliare la realtà che avevo davanti, in uno squarcio verticale che ancora è lì.
Quello è stato il momento in cui tutto è cambiato; ho grosse difficoltà a descrivere ciò che provo e devo capire che mai le sensazioni che ho dentro si adatteranno a farsi descrivere da umane, semplici parole.
Quello che riesco a dire è che quello fu il momento che cambiò quella città e i destini di tutte le persone che ci vivevano, compreso il mio. […].

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Foto: sotto il titolo, Luca Lombardi alla casa dello studente prima della grande scossa; in alto, la mansardina in cui abitava fotografata cinque giorni dopo il terremoto

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