L’albero con le mascherine, Victoria Fumadò e la lezione della vela

«Nunca te creas que no va a passar nada mas». Mai credere che non succederà nient’altro


La lettera di Natale di SILVIA PIETRANGELI, da Barcellona

«Eccola, è pronta, lavata e asciugata», dico a Michele mentre gli porto la mascherina di Natale con le renne e i pupazzi di neve che ha voluto comprare nel negozio sotto casa. Lui la prende e senza pensarci due volte l’appende all’albero di Natale. «Perché la stai mettendo lì?» gli domando stupita. «È per Santa Claus, così la vede. Metti che se la dimentichi…».
Io lo osservo perplessa, poi mi dico che dopo l’albero di macchinine, quello con le caramelle e quello con i pupazzetti di gomma, non sia poi così assurdo, in un anno come questo, appenderci pure le mascherine.
«Va bene, se ti piace…», e ci rimettiamo all’opera, con colori, forbici e colla, a preparare i bigliettini di auguri.
Sarà un Natale diverso, non c’è dubbio, il primo che trascorreremo qui a Barcellona, lontano dai parenti, dagli amici, dalla nostra terra. Un Natale un po’ più permissivo di quello italiano, con la possibilità di uscire di casa senza giustificarsi, di festeggiare con un massimo di dieci persone e con il coprifuoco posticipato all’una e trenta della notte.
Mentre coloriamo, ripenso alla bella chiacchierata che ho avuto il piacere di fare con Victoria Fumadò, pediatra, professoressa dell’Università di Barcellona, specializzata in malattie altamente infettive e responsabile della gestione Covid dell’ospedale pediatrico Sant Joan de Déu, uno degli ospedali più prestigiosi di tutta la Spagna.
«Com’è la situazione?» le ho domandato con curiosità, dopo averla raggiunta nel suo studio. «Abbastanza bene – mi ha risposto con prudenza – questa seconda ondata ha avuto un impatto maggiore a livello ambulatoriale rispetto a quello ospedaliero».
So che è stato anche grazie al suo lavoro se le scuole in Catalogna sono rimaste aperte dall’inizio dell’anno scolastico. «Quest’estate – mi ha spiegato – abbiamo lavorato con i campi estivi, tracciando i bambini positivi, i loro contatti. Siamo arrivati alla conclusione che le scuole non sono il problema principale e abbiamo appoggiato la loro riapertura, indicando le procedure e le misure di sicurezza da osservare».

La dottoressa Fumadò è una donna misurata, riflessiva, con un passato sportivo agonistico che l’ha portata sino alle qualificazioni olimpiche di Seul in barca a vela nella classe 470, in coppia con l’Infanta Cristina.
«Parlo per il mio Paese – ha aggiunto – ma credo che su certi aspetti, su certe decisioni, ci sia stata poca comunicazione tra i politici e i cittadini. Penso che quando si debbano scrivere protocolli o adottare delle misure di sicurezza si debba parlare prima di tutto con le categorie interessate, per trovare delle soluzioni efficaci. Io, per esempio, quando ho scritto i protocolli per il trasferimento di bambini cinesi, nel dicembre 2019, sono andata a parlare con i portantini, con i barellieri, e loro stessi hanno suggerito le misure più adatte».
Nel passato di Victoria Fumadò, oltre alla barca a vela, ci sono anche altre straordinarie esperienze, come i periodi trascorsi in Tanzania, Etiopia e Sierra Leone, dove è stata in prima linea nella lotta contro un’altra terribile malattia, l’ebola. Nel raccontarmi di quei mesi, mi ha descritto le difficoltà, i timori che ha affrontato e la sofferenza di cui è stata testimone. «L’ospedale nel quale mi trovavo quando è scoppiata l’epidemia è diventato il luogo deputato al triage dei pazienti. Si lavorava sempre con molta attenzione, in coppia, vigilandosi l’un l’altro, senza perdere l’attenzione per un solo istante». Poi il suo pensiero è andato alle popolazioni colpite: «In Sierra Leone le persone hanno sofferto tantissimo a causa dell’ebola. Non soltanto per le perdite di vite umane, ma anche perché, in base alle loro credenze, la malattia colpiva chi aveva fatto qualcosa di male».

Dalle sue parole, però, è emerso anche un continente le cui comunità si sono dimostrate unite, coese, solidali. «Ero sorpresa di come in certe zone rurali ci fossero persone confinate semplicemente dietro un nastro giallo, come quello della polizia, legato tra le case e di come nessuno avesse mai oltrepassato quel perimetro. Forse è stato proprio questo senso di responsabilità di ciascuno di loro che, insieme alla giovane età della popolazione e alla vita all’aria aperta, ha contenuto gli effetti drammatici del Covid in Africa».
Le sue parole mi hanno fatto pensare a quanto, invece, la nostra società sia divisa e scoordinata sul fronte della gestione del virus, tra interessi personali e politici, che poco hanno a che vedere con il bene comune. Case farmaceutiche in corsa non per interessi umanitari, ma economici, e No vax che egoisticamente si avvantaggeranno dell’immunità di gregge raggiunta grazie alle persone responsabili. «Io credo nei vaccini – ha affermato senza esitazioni la dottoressa Fumadò – nel mondo sono stati gli strumenti che più hanno ridotto la mortalità infantile. I No vax sono presenti nei paesi sviluppati, dove non c’è una grande incidenza di malattie che prima causavano numerosi decessi. Il Covid è un problema che riguarda l’intera umanità – ha concluso – poteva essere l’occasione per unirci e vincerlo insieme. Invece non ne siamo stati capaci».

«Mamma, mamma – mi chiama Michele interrompendo i miei pensieri – posso disegnare la mascarilla a Melchiorre?».
«Beh, si, perché no… anche i Re Magi la dovranno indossare quest’anno» gli rispondo mentre lui, tutto soddisfatto, disegna e canticchia canzoncine natalizie. Lo guardo, ammirata dal modo in cui i bambini riescano sempre a normalizzare qualsiasi imprevisto.
Così mi tornano alla memoria le ultime parole scambiate con Victoria Fumadò: «Qual è stato l’insegnamento più importante che le hanno lasciato gli anni di competizione con la barca a vela?», le ho chiesto poco prima di salutarla.
Lei mi ha sorriso, rispondendomi senza esitazioni: «Essere sempre pronti per qualsiasi tipo di manovra». Già, proprio come nella vita. «Nunca te creas que no va a passar nada mas».
Mai credere che non succederà nient’altro. ◆

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Foto: al centro, regata davanti a Barcellona [credit Marco Pachiega]e un villaggio rurale in Sierra Leone durante l’epidemia di Ebola

About Author

Silvia Pietrangeli

È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.