L’acqua potabile a rischio e l’allergia della Regione Abruzzo per la prevenzione

Come per la “Carta delle valanghe” che avrebbe potuto evitare la tragedia di Rigopiano, anche la “Carta delle acque sotterranee” rimane chiusa nei cassetti della Regione. Secondo dati Arta (Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente), il 50% del patrimonio acquifero sotterraneo non rispetta gli standard comunitari. E si continua a bucare le viscere delle montagne, come la cava di 2 milioni di metri cubi e oltre attiva fino al 2042 a soli 800 metri dalle sorgenti del Pescara, da cui sgorgano settemila litri al secondo di acqua purissima. Il caso dei Laboratori di fisica nucleare e della mega discarica di Bussi


L’inchiesta di LILLI MANDARA, da L’Aquila  

¶¶ È costata 450 mila euro nel 2018, sembrava potesse mettere un punto fermo nella tutela delle acque nonostante tanti, troppi limiti fossero stati già bellamente superati, e invece no: una volta approvata, è finita subito nel cassetto: la Carta delle aree di salvaguardia per l’acqua potabile partorita tre anni fa dopo un’attesa di quindici, non è stata mai attuata. Effetto del difficile rapporto che l’Abruzzo ha con le “Carte”, anche con quelle che potrebbero evitare tragedie e salvare vite, come  è accaduto con quella delle valanghe approvata dopo la tragedia di Rigopiano con colpevolissimo ritardo ma ufficialmente senza colpevoli. Infatti in Abruzzo gli atti di salvaguardia fanno tutti una brutta fine: spesso finiscono in archivio, come  nel caso di Rigopiano (inchiesta archiviata), o nel dimenticatoio, come nel caso delle acque. 

Eppure la Carta delle acque sotterranee sarebbe utilissima in un territorio in cui il 50 per cento del patrimonio acquifero sotterraneo, secondo dati Arta (Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente), non rispetta gli standard comunitari. Le fonti inquinanti hanno difatti già compromesso la qualità di gran parte delle acque sotterranee, soprattutto nelle fondavalli, come Val Vomano, Val di Sangro e Valpescara. E anche nelle aree interne del Fucino e della Valle Peligna. Se ci fosse, tutto andrebbe per un altro verso: non si possono realizzare “centri di pericolo”, si legge nei primissimi capitoli, che minacciano direttamente le falde nelle vicinanze delle fonti di captazione; e se già esistenti bisogna delocalizzarle o metterle in sicurezza. 

«Se ci fosse, la zona di rispetto attorno alla captazione localizzata vicino ai Laboratori del Gran Sasso, invece di 200 metri (che è il limite ante-Carta), dovrebbe essere di chilometri − spiegano all’associazione H2O − e le 2.300 tonnellate di sostanze pericolose delocalizzate». E così, grazie alla tutela che non c’è, continuano anche ad andare avanti i lavori per ampliare una cava di oltre 2 milioni di metri cubi da realizzare fino al 2042 a soli 800 metri a monte delle sorgenti del Pescara, dalle quali sgorgano settemila litri al secondo di acqua purissima. Le fonti di pericolo sono comunque molte di più. Secondo uno studio del 2015, ci sono 25 discariche con segnali di contaminazione, 5 discariche da monitorare, altre 67 discariche sparse, 3 siti contaminati di altro genere, 6 siti industriali attivi, 2 stabilimenti a rischio di incidente rilevante, tra cui i Laboratori del Gran Sasso. 

Il paradosso è che l’Abruzzo, regione ricchissima di acqua, subisce un impatto devastante a causa della gestione dissennata dei territori, come Bussi. Qui l’acqua distribuita a centinaia di migliaia di cittadini fino al 2007 per 25 anni è stata inquinata da solventi cancerogeni. E come il Gran Sasso, dove la falda si è abbassata di 600 metri e l’acquifero è a rischio per alcuni esperimenti dei Laboratori di fisica e per la presenza dei tunnel autostradali. 

Probabilmente nessuno in quel lontano 1984, quando fu inaugurata la galleria a due canne tra Assergi e Colledara, si sarebbe mai aspettato di trovare trimetilbenzene nei rubinetti qualche anno più tardi. Fu un anno di festa e di orgoglio perché quella galleria univa finalmente Roma, L’Aquila e Teramo. Per scavare il primo tunnel negli anni Sessanta furono impiegati centinaia di uomini e varie tonnellate di esplosivo ma durante lo scavo 11 operai persero la vita. Venticinque anni di lavoro e un costo iniziale di 80 miliardi di lire poi lievitati a 1.700 miliardi. Nove anni dopo venne inaugurata la seconda galleria e aperti i Laboratori del Gran Sasso, grazie a un’idea dello scienziato Antonino Zichichi.

E qui, proprio vicina ai Laboratori di fisica nucleare c’è la sorgente Gran Sasso che fornisce acqua all’Aquila e a tutto il Teramano. Il 16 agosto del 2002 in quei laboratori si verificò un terribile incidente con lo sversamento di un ingente quantitativo di trimeltibenzene, sostanza chimica utilizzata nell’esperimento chiamato “Borexino”. La sostanza inquinante finì in un fosso e poi nel fiume Vomano suscitando forte allarme nell’opinione pubblica. Sull’incidente fu aperta un’inchiesta della procura di Teramo ma l’accusa più grave − avvelenamento di acque e delitto colposo contro la salute pubblica − alla fine cadde: l’indagine confermò lo sversamento dell’ingente quantità di trimetilbenzene nelle acque, ma i periti della procura non riuscirono mai a dimostrare il loro l’effettivo avvelenamento. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

____

Foto: sotto il titolo, la mega cava a 800 metri dalle sorgenti del Pescara; in alto, la Carta delle acque d’Abruzzo; al centro, prelievi del Corpo Forestale a valle della discarica di Bussi; in basso, le sorgenti purissime del fiume Pescara

About Author

Lilli Mandara

Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.