La vera storia dell’Ilva di Taranto e le malefatte immobiliari di monsignor Motolese

Le case “a ridosso dell’acciaieria” esistevano prima della costruzione dell’ex Italsider (1960) e poi del raddoppio (1971) dello stabilimento più grande d’Europa, realizzato senza licenza edilizia. Dopo i dieci milioni di lire dati alla squadra di calcio, Antonio Cederna scrisse un memorabile articolo sul Corriere della Sera: «Taranto in balia dell’Italsider», «una città disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio». A capo degli speculatori fondiari il vescovo della città. Ministri ignoranti e giornalisti superficiali parlano di una storia che non conoscono. Peggio: non vogliono conoscere 


L’analisi di ROCCO TANCREDI, da Taranto / 

Il quartiere Tamburi a ridosso delle ciminiere e dei parchi minerari dell’ex Italsider

ALL’INDOMANI DELLA PRIMA sentenza di condanna degli indagati per l’inchiesta “Ambiente svenduto” (26 luglio 2012/31 maggio 2021), c’è ancora chi sostiene che il quartiere Tamburi è stato costruito intorno alla fabbrica siderurgica. Anche se in tono più sfumato rispetto a nove anni fa, si è tornati alla solita tiritera della città che ha edificato le case a ridosso dell’Ilva, del tipo “il quartiere Tamburi, quello costruito a quindici passi dal siderurgico” (La Repubblica 1° giugno, p.3); “Il quartiere Tamburi si era negli anni 70 espanso intorno alla fabbrica” (Il Foglio, 1° giugno, p. 2). Facciamo grazia di altri ritagli stampa senza dimenticare l’ex ministro dell’ambiente Corrado Clini, che nel 2012 ebbe a dire – senza ridere – che “il problema ambientale nasceva dall’imbecillità urbanistica di chi aveva concepito il quartiere Tamburi a ridosso dell’acciaieria”. E alla domanda (“Farebbe vivere un suo nipotino ai Tamburi”) rispose secco “No, ai Tamburi io non avrei preso mai casa”.

L’ineffabile Clini (quello che aprì la strada ai decreti degli scudi penali − per evitare lo stop della produzione − firmati dai governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Di Maio/Conte), ignorando la storia, non sa(peva) che il quartiere esisteva già al tempo dei romani. Ancora oggi, ai confini dell’Ilva, separati da una strada provinciale, ci sono i resti dell’antico Acquedotto del Tiglio, che ha portato acqua ai Tamburi e a Taranto fino all’Ottocento. 

Palazzo dei ferrovieri (asterisco rosso) e Via della Croce (asterisco giallo)

Chi scrive ha vissuto dalla nascita, e per i primi 30 anni, in questo “famoso” rione. Ha abitato in due zone (foto, asterisco rosso Palazzo dei ferrovieri, in via della Croce a 1500 metri in linea d’aria; asterisco giallo in via Leopardi, a 1300 m). Ha visto le fasi di costruzione e raddoppio della fabbrica. Si giocava a pallone nei cosiddetti “campi” ricavati nelle campagne destinate alla costruzione degli alloggi dell’Ina Casa del piano Fanfani (1949-1963) oggi confinanti con l’Ilva. Il cimitero, in linea d’aria, è a 345 m. dal parco minerali, le due strade principali del rione, via Orsini e via Galeso, sono a 1300 e 1500 metri. 

Il quartiere si è esteso, soprattutto nel 2° dopoguerra, con l’arrivo a Taranto di famiglie di ferrovieri e dipendenti dei gloriosi Cantieri Navali ex Tosi. I tarantini portavano i propri bambini nel rione per respirare aria salubre. La maggior parte delle case, che oggi segnano il confine tra il quartiere e l’Ilva  (via Trojlo, via Lisippo, via Deledda), sono sorte, negli anni 60, con il famoso Piano Ina Casa. Cioè: prima del 9 luglio 1960 (posa della prima pietra dello stabilimento), prima del 1961 (avvio del Tubificio), prima del 24 ottobre 1964 (attivazione del 1° altoforno), e anche prima del 10 aprile1965 (vigilia della domenica delle Palme), data dell’inaugurazione ufficiale dello stabilimento alla presenza del presidente della Repubblica Saragat. 

1962, primo laminatoio dell’Italsider di Taranto

Le case “a ridosso dell’acciaieria” esistevano quindi anche prima dell’avvio (1971) del raddoppio (da molti criticato) dello stabilimento più grande d’Europa, realizzato senza licenza edilizia e, successivamente,  rilasciata come licenza in precario (una trovata tutta tarantina). All’epoca cominciavo i primi passi da giornalista al “Corriere del Giorno”. Ricordo bene due pagine di quel giornale. In cronaca la notizia della firma del sindaco sotto la “licenza in precario” e, nello sport, l’annuncio che l’Italsider donava alla squadra di calcio dieci milioni di lire. (Nota a margine. La storia si ripete: Acciaierie d’Italia – che dovrebbe sostituire Arcelor Mittal – è disposta oggi a sponsorizzare con 400 mila euro la squadra di calcio). Alcuni mesi dopo il dono alla squadra, Antonio Cederna, sul Corriere della Sera, scrisse un memorabile articolo. Titolo «Taranto in balia dell’Italsider», definendola «una città disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio».

C’è da aggiungere che ai tarantini è andata anche bene (si fa per dire) la scelta dell’area dove insiste l’acciaieria. Poteva andare peggio. L’opzione dell’area dove realizzare il siderurgico ha una sua storia sottaciuta ma tutta da raccontare. Eccola. Quando Finsider decise di realizzare il IV Centro siderurgico, fu inviato a Taranto l’ing. Alessandro Fantoli con l’incarico di individuare i terreni da comprare o espropriare. Questi, nel suo libro (Ricordi di un imprenditore pubblico”, Rosenberg&Selier, Torino, 1995), racconta le varie fasi della scelta dell’area dove far sorgere la fabbrica. 

In giallo, l’area dove si pensava di insediare lo stabilimento siderurgico (con annesse speculazioni immobiliari)

«A Taranto i notabili locali erano guidati da un capacissimo vescovo, monsignor Motolese… abituato al comando e al dominio: era un vero boss degli affari immobiliari, grande speculatore di terreni, purtroppo con conseguenze nefaste per lo sviluppo della città». E poi, «Monsignor Motolese e gli imprenditori locali da lui “guidati” nella stragrande maggioranza imprenditori speculatori edili – scrive Fantoli − avevano ipotizzato che il nuovo stabilimento sarebbe stato ubicato ad Est (foto della pianta segnata in giallo, oggi sede della  Squadra Navale della Marina Militare, in verde il sito attuale, ndr): acquistarono, a prezzi agricoli, migliaia di ettari in quella direzione, sicuri di rivenderli poi a caro prezzo». 

Uno studio commissionato dall’Italsider aveva rivelato, però, che i venti prevalenti provenivano da Sud-Est. Per evitare che la città fosse investita dai fumi degli altoforni, si scelse di localizzare lo stabilimento dove è ora, a Ovest-Sud Ovest, a ridosso dei Tamburi. In verità la Tekne, incaricata della progettazione dello stabilimento, aveva proposto altro sito (che non piaceva agli speculatori fondiari) a circa 24 km, in linea d’aria, dalla città, tra Laterza e Castellaneta presso il fiume Lato, con una propria vena d’acqua autonoma. «La battaglia più dura fu l’acquisizione dei terreni», aggiunge Fantoli. 

L’ingegnere trovò appoggi in un palermitano, Giulio Parlapiano, che, come mafioso, era stato confinato dal Prefetto Mori a Taranto dove aveva acquistato un centinaio di ettari. Come imprenditore agrario e presidente della locale Camera di Commercio, Parlapiano informò Fantoli del reale valore dei terreni. Vendette un centinaio di ettari all’Italsider a prezzo “giusto” cioè 30% in meno della valutazione (che andava bene agli speculatori) fatta dall’Inea, Istituto Nazionale Economia Agricola. «Il gruppo Motolese –  ricorda Fantoli – era furibondo e commisero un altro errore» al momento dell’acquisto di altri ettari dove costruire case per i “metalmezzadri” (copyright Walter Tobagi).

Monsignor Guglielmo Motolese vescovo di Taranto negli anni ’60

Persa la battaglia dove localizzare lo stabilimento, gli speculatori puntarono ad acquisire terreni per realizzare un migliaio di alloggi per i dipendenti. Per non far esplodere il prezzo dell’area per le case, Fantoli acquisì 5 ettari a Nord tra Taranto e Statte. Il gruppo Motolese si lanciò su quella pista, a Nord, comperando terreni. Invece l’Italsider acquistò un centinaio di ettari in altra zona, a Nord-Est, dove si realizzò il primo nucleo della case per gli italsiderini. Questa è la storia della localizzazione del più grande centro siderurgico europeo che smonta l’accusa rivolta ai tarantini di aver costruito le case a ridosso dello stabilimento.

La condanna per “Ambiente svenduto” ha provocato molti commenti con domande focalizzate anche sul futuro dello stabilimento. E un’altra storia da raccontare è quella del mainstream della strategicità dell’Ilva sull’economia nazionale. Cioè sull’1,4% del Pil prodotto dall’Ilva per l’economia nazionale. Con il corollario: il siderurgico di Taranto serve al Paese. Quanto di questo Pil, costato morte e distruzione dell’ambiente, è tornato ai tarantini in investimenti duraturi sul territorio ionico? una periferia nazionale che deve lesinare interventi per le infrastrutture, la sanità, i trasporti pubblici? Bella domanda che merita qualche risposta, al di là degli stipendi assicurati a chi ha lavorato in ambienti malsani e nocivi. Andate a raccontarla, questa storia, a chi (come chi scrive) ha perduto la moglie, o a tutti coloro che hanno sepolto figli, parenti, amici, e a tutti coloro che oggi lottano per la sopravvivenza dei loro bambini e dei loro cari. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha lavorato a Montpellier e Grenoble come lettore di italiano, insegnando nei licei e nell’Università di Bari (sede di Taranto). Nel 1971 entra al “Corriere del Giorno” di Taranto. Dal 1974 al 1993 ha lavorato per l’Avanti! E ha scritto per “Prima Comunicazione”, Il Sole 24 Ore. Negli anni Novanta è tornato al Corriere del Giorno. Nelle Tv regionali è stato vicedirettore di Videolevante, direttore di Studio100 Tv. Per BlustarTv ha condotto 24 puntate del settimanale “Vivere l’Europa” (sono tutte su YouTube) coprendo numerose sedute del Parlamento Europeo. Per la carta stampata è stato direttore al quotidiano “Taranto Sera” (2005-2007), editorialista del quotidiano “Taranto Oggi”. Ha pubblicato, autore e coautore, “I Mezzogiorni d’Europa” (Lacaita, 1972); con Ruggero Orlando “L’Europa di fronte al dialogo tra Usa e comunismo” (Punto Zero, 1974), “La couture, le costume, la Mode, Paris” (Scorpione 1992 e 2000); “Il porto di Taranto tra vecchie e nuove sfide” (Scorpione, 2004), una dispensa universitaria “Le long chemin de l’Ue” (distribuzione gratuita, 2007) e “Napoleone giornalista, lungimirante ma interessato” (Lupetti editore, 2013).