La transizione ecologica tra pretese delle Regioni e sfilacciamento dello Stato

Con l’attuale governo Roberto Cingolani (legato a Confindustria) ha sostituito all’Ambiente il generale dei forestali Sergio Costa: aveva dato buona prova di sé di fronte alle corbellerie interessate di molte Regioni. Alcune di esse, come la Sicilia più “abusata” di tutte, rifiutano addirittura la legge nazionale, e altre, come la Sardegna, vogliono manomettere l’ottimo Piano Salvacoste voluto dall’allora presidente Renato Soru. La tanto declamata transizione è suddivisa fra troppi ministeri retti da manager, ad eccezione di quello delle Infrastrutture di cui è responsabile uno di cui ci si può fidare, Enrico Giovannini


L’editoriale di VITTORIO EMILIANI

¶¶¶ Ricordo con esattezza un convegno di corrente della sinistra Dc all’indomani dell’istituzione delle Regioni voluta in fretta dal Pci che intendeva risalire così dalla sacca dei Comuni e delle Province per avvicinare il traguardo del governo. All’epoca le correnti dc erano numerose, come quelle socialiste, ed organizzavano convegni seri per lo più di studio e di dibattito. A questo di Montecatini di cui parlo intervenne lucidamente il giurista e poi ministro Leopoldo Elia. Il quale ammonì: «Purché le Regioni non impostino una sorta di contenzioso permanente col governo e con lo Stato sulle rispettive competenze affogando nei ricorsi la Corte Costituzionale». 

Disgraziatamente è proprio quello che è avvenuto, nonostante svariate leggi, tant’è che a lungo si è ritenuto che la competenza sull’Ambiente fosse ancora dello Stato e non delle Regioni, coi disastri che conosciamo e con l’arlecchinata di leggi regionali che in breve tempo sono diventate a favore dello “sviluppo” privatistico del territorio e a detrimento di quello pubblico. Sancito, quest’ultimo, dalla legge generale del lontano 1942, peraltro ottima tecnicamente, che i governi non hanno saputo o voluto modificare. O che hanno superato con leggi eccellenti come la Galasso del 1985 che, coi decreti chiamati “galassini”, ha se non altro vincolato, insieme a quelli precedenti, il 49 per cento del territorio nazionale. Ma non ha avuto, rispetto alle Regioni (la maggior parte), un potere di sostituzione, pur essendo stata approvata quasi all’unanimità dalle Camere. Poi nel 2004 è venuto un Codice Urbani, discutibile, e nel 2008 un Codice Rutelli coadiuvato da Salvatore Settis che obbligava le Regioni, anche quelle a statuto speciale. 

Polemiche furibonde sul rigoroso piano della splendida Toscana (presidente Enrico Rossi, assessore Anna Marson) e reazioni furiose dei cavatori delle Apuane ormai sfracellate con la marmettola che cola sulle spiagge rendendole impraticabili, dei costruttori e sfruttatori dei numerosissimi porticcioli turistici, dei costruttori in genere spesso ormai illegali nella stessa Firenze. Comunque soltanto pochissime Regioni hanno attuato (e son passati tredici anni), il Codice Rutelli: la Puglia, zona ventosa fra le rarissime in Italia che lo stesso Nicki Vendola ha disseminato, in Daunia, di parchi eolici, la Toscana il cui attuale presidente appare molto debole, il Piemonte. 

Assenti, o presenti con leggi urbanistiche contrattate coi privati, Regioni un tempo all’avanguardia come Emilia-Romagna o Veneto oggi in testa, fra l’altro, nel forsennato consumo del suolo, il doppio di Germania (Legge Merkel) e Gran Bretagna (Legge Blair) di alcuni anni fa. Ma con l’attuale governo è stato sostituito con Roberto Cingolani (legato a Confindustria) quel generale dei forestali Sergio Costa che, col suo staff, aveva dato nel complesso buona prova di sé di fronte alle corbellerie interessate delle Regioni, di molte Regioni. Alcune di esse, come la Sicilia più “abusata” di tutte, rifiutano addirittura la legge nazionale, e altre, come la Sardegna, vogliono manomettere l’ottimo Piano Salvacoste voluto dall’allora presidente Renato Soru ed elaborato da un gruppo di lavoro eccellente coordinato dal compianto Edoardo Salzano, scomparso purtroppo mesi fa. 

Chi e cosa pianificherà la tanto declamata transizione ecologica suddivisa fra troppi ministeri retti da manager, ad eccezione di quello, vago, delle Infrastrutture di cui è responsabile uno di cui ci si può fidare e cioè Enrico Giovannini? ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: in basso, Roberto Cingolani e Enrico Giovannini

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Vittorio Emiliani

Direttore onorario - È nato a Predappio in Romagna. Ha iniziato l’attività giornalistica a Voghera concorrendo con Alberto Arbasino e altri giovani pubblicisti a creare nel 1956 “Il Cittadino” e dirigendo, a Pavia, “Ateneo Pavese”. Collaboratore dal ’56 di “Comunità” di Adriano Olivetti, poi del “Mondo” di Mario Pannunzio e de “L’Espresso” di Arrigo Benedetti. Dal 1961 al 1974 ha lavorato al “Giorno” di Italo Pietra, redattore e poi inviato di economia e politica. È stato inviato speciale anche al “Messaggero” che ha poi diretto dall’80 all’87. Collabora a quotidiani e riviste. Ha all’attivo una trentina di libri, gli ultimi “Roma capitale malamata” (il Mulino) e “Raffaello tradito” (Edizioni Bordeaux). Autore di numerose inchieste tv prima dell’avvento dei craxiani. Membro del Consiglio d’amministrazione della Rai dal ’98 al 2002, di cui è stato anche presidente pro tempore per alcuni mesi. Collabora attivamente con Radio Radicale.