La telenovela infinita di The Donald arriverà al 20 gennaio. Finirà sulla scalinata del Campidoglio

Il 6 gennaio 2021 pattuglie di fedelissimi di Trump si alzeranno nelle due Camere e rilanceranno le accuse di brogli, al solo scopo di dare spettacolo. Le procedure confuse dell’Electoral Count Act del 1877. Pur esausti, i media daranno corda alla farsa fino alla contestazione finale prevista nel giorno del giuramento. Solo dopo Joe Biden riceverà la valigetta con i codici nucleari e potrà insediarsi nello Studio Ovale della Casa Bianca


L’analisi di STEFANO RIZZO, docente di Relazioni internazionali

 Ma è proprio finita? È finito il lunghissimo tormentone, iniziato nella notte del 3 novembre, in cui il Presidente in carica Donald Trump si autoproclamava vincitore delle elezioni americane, nonostante i risultati che via via arrivavano indicassero che il vincitore non sarebbe stato lui? E ha continuato a farlo anche quando una dozzina di giudici in altrettanti Stati dichiaravano che non vi erano stati brogli e che le elezioni si erano svolte regolarmente − sì, regolarmente per gli standard americani −, con lunghissime file ai seggi, voti per posta necessitati dalla pandemia e mancanza di norme uniformi; ha continuato a farlo chiedendo ai funzionari elettorali repubblicani di invalidare i voti già certificati negli Stati chiave ottenendone un garbato (e timoroso) rifiuto; ha continuato a farlo all’inizio di dicembre chiedendo, con l’appoggio del governatore del Texas e di un centinaio di compiacenti parlamentari repubblicani, alla Corte suprema di annullare le elezioni in quegli stessi Stati chiave; ha continuato anche quando la Corte ha dichiarato all’unanimità inammissibile il ricorso e allora lui ha accusato i giudici di «non avere coraggio»; ha continuato a lamentarsi e a proclamarsi vincitore perfino dopo che, il 14 dicembre, tutti i 538 grandi elettori hanno votato nei rispettivi Stati attribuendo formalmente la vittoria a Joe Biden; e continua ancora oggi nonostante il suo più potente sostenitore, il capo dei senatori repubblicani Mitch McConnell, abbia finalmente detto che è ora di finirla e si è congratulato con l’odiato sfidante democratico. 

Ma allora è finita? Non siatene così sicuri. Perché ancora non è terminata la lunga “transizione”, il passaggio delle consegne da un Presidente all’altro, che negli Stati Uniti − unico paese al mondo − dura ben 78 giorni, fino cioè al 20 gennaio quando il nuovo Presidente presterà giuramento, gli verrà consegnata la valigetta con i codici nucleari e si insedierà alla Casa Bianca. Prima di allora però c’è un altro ostacolo da superare, l’ultimo, nella lunghissima corsa che si chiama elezioni americane: la conta dei voti del Collegio elettorale che avverrà il 6 gennaio in assemblea congiunta di Camera e Senato.  

Dovrebbe essere una pura formalità e per molto tempo lo è stata. Ma nel 1877 ci fu una gravissima crisi istituzionale che si risolse solo a marzo inoltrato (cinque mesi dopo le elezioni!) con la nomina del nuovo Presidente da parte di una commissione speciale del Congresso. Così dieci anni dopo venne finalmente approvata una legge, l’Electoral Count Act, che nelle intenzioni doveva chiarire le procedure per la proclamazione del nuovo Presidente da parte del Congresso. Doveva ma, a detta di molti specialisti di diritto costituzionale, così non è stato. Perché la legge, nonostante la lunghezza, è confusa e anche contraddittoria. In un unico lunghissimo comma afferma che i voti legalmente espressi in uno Stato non possono essere contestati, ma subito dopo dice che il Congresso può decidere altrimenti. Fissa una complicata procedura al termine della quale affinché una contestazione venga accolta è necessario che entrambe le camere separatamente siano d’accordo. Ora, poiché una camera (la House) è sicuramente a maggioranza democratica e l’altra (il Senato) sarà probabilmente ancora a maggioranza repubblicana, è assai improbabile che si mettano d’accordo per cambiare il voto. 

Tutto bene quindi? Non proprio. Trump sa benissimo che il 6 gennaio non potrà rovesciare il risultato elettorale, come sapeva benissimo che le sue grida di brogli e di elezione rubata non avevano fondamento, ma non è a questo che puntava. A lui interessava e interessa creare confusione con le sue forsennate dichiarazioni e il suo incessante twittare, ottenere così l’attenzione dei media e mantenere alta la pressione dei suoi seguaci. Possiamo essere certi che con questo solo obbiettivo in mente − dare spettacolo − una manciata di suoi fedelissimi, deputati e senatori, si alzeranno nell’aula del Congresso per contestare le elezioni ripetendo le ormai stantie accuse di brogli; chiederanno di invalidare pacchetti di voti e obbligheranno l’assemblea a sospendere i lavori per permettere alle due camere di riunirsi separatamente (come prescrive la legge). 

La tireranno per le lunghe finché potranno e finché il presidente dell’assemblea − che sarà ancora l’attuale vicepresidente di Trump, Mike Pence − glielo consentirà; faranno da sponda istituzionale a probabili manifestazioni di protesta che verranno organizzate all’esterno e che forse degenereranno in scontri violenti, come già è avvenuto. E non è dato sapere quali altre sceneggiate sapranno mettere in atto per ottenere l’attenzione dei media esausti ma incapaci di staccare la spina a questa farsa. Anche se il tutto è destinato a fallire − e fallirà − tutto fa comunque brodo. E sarà la prova generale della contestazione finale, di piazza e di palazzo, che Trump già si prepara a mettere in atto il 20 gennaio sulla scalinata del Campidoglio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: in alto, la certificazione del voto di uno dei 538 grandi elettori; al centro, Biden esulta per il risultato; in basso, Trump non si piega nenache ai grandi elettori

About Author

Stefano Rizzo

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)