La soluzione Flaminio per la Roma Calcio è un vecchio coniglio spelacchiato

La febbre elettorale della sindaca Raggi rimette in pista il «capolavoro insalvabile», come definì Renzo Piano lo stadio disegnato da Pier Luigi e Antonio Nervi. Intanto, il calcio italiano si dimena in uno “sprofondo rosso”: il doping degli ascolti televisivi da noi non funziona


di VITTORIO EMILIANI

Si richiacchiera in chiave elettorale di un nuovo Stadio per l’AS Roma ora di proprietà della famiglia americana dei Friedkin, i quali si sono trovati di fronte ad una amministrazione molto pasticciata e forse opaca, certo assai costosa. Tanto da esigere al più presto un aumento di capitale: la gestione a distanza è stata disastrosa, alcuni acquisti (Pastore per esempio) tanto costosi da far allibire rispetto alla redditività del giocatore, altri inutili e però con ingaggi da capogiro che esigono di venire “ricontrattati”, come ha fatto la Juve.

La sindaca Virginia Raggi, prima ha insistito sulla “bufala” dello Stato a Tordivalle nella zona idro-geologicamente, urbanisticamente, trasportisticamente più impervia di Roma in un’ansa assai rischiosa del Tevere. Di recente ha rispolverato il cadente Stadio Flaminio che già vent’anni fa venne giudicato da Renzo Piano e da altri “capolavoro insalvabile” perché si era arrugginito il copriferro del cemento armato e quindi o lo si rifaceva ex novo sul modello originario (con costi enormi) o lo si lasciava decadere a “grande rovina urbana” nel verde più intenso.

Di più: la grande area dove è poi sorto l’Auditorium più frequentato e anche più attivo d’Europa, venne scelta sull’ex megaparcheggio di viale De Coubertin (area individuata, ricordiamolo, da un giovane urbanista troppo presto scomparso, Francesco Ghio) proprio perché non si “scontrava” col deperente Flaminio, né col più lontano Olimpico. E così è stato, per fortuna. Vogliamo cominciare adesso?

Ritirare fuori dal cilindro il vecchio e spelacchiato coniglio dello Stadio Flaminio ci sembra francamente dilettantesco. Come minimo. Fra l’altro i Friedkin si trovano con un autentico “buco” di bilancio, molto più grande di quello della Lazio gestita meglio (sono romanista) e della stessa Juve che non sta bene niente nonostante il “suo” Stadio, costruito sui terreni propri coi suoi soldi, perché ha una “rosa” amplissima, di supercampioni che costano già per 50,3 milioni.

Non molto tempo fa nel 2017 la Gazzetta dello Sport, autore Marco Iaria, titolava una sua bella inchiesta sui bilanci delle società di calcio: “Serie A da sprofondo rosso. Costi alle stelle”. Le spese sono schizzate a 3 miliardi. Lo sbilancio era di fatto generale: limitato per Atalanta (conti 103,7 e ricavi 101), alto per Bologna FC (65,3 ricavi contro 94,1 costi) e Chievo (47,5 di ricavi e 59,4 di costi) o per AC Fiorentina (100,3 contro 129,9). E il peggio (siamo nel 2017) doveva ancora venire. Ma puntualmente è arrivato.

Abbiamo adottato il modello inglese tutto basato sul “doping” degli ascolti e quindi dei diritti televisivi. In Italia non funziona o funziona male. Meglio guardare alla Germania, alla politica che sta facendo la squadra-leader, cioè il Bayern di Monaco. A Roma la squadra sta volando, è rapida, d’attacco, gioca bene, ma la società così appesantita da Pallotta, Monchi e C. Con numeri gestionali molto più piccoli, certo, la Lazio registrava, secondo la puntuale analisi di uno specialista come Gianni Dragoni del Sole 24 Ore, un risultato netto − nel periodo precedente l’impatto del Covid 19 − deficitario per soli 1,14 milioni, e la AS Roma addirittura per 86,7 milioni di euro. Pessimo quindi. E da riparare in fretta, altro che vecchi conigli.

____

Foto: sotto il titolo e più in basso, lo stadio Flaminio appena costruito; al centro, Juventus Stadium il giorno dell’inaugurazione e lo stadio Meazza nel derby Inter-Milan; in basso, troupe televisiva al lavoro nella Champions League

About Author

Vittorio Emiliani

Direttore onorario - È nato a Predappio in Romagna. Ha iniziato l’attività giornalistica a Voghera concorrendo con Alberto Arbasino e altri giovani pubblicisti a creare nel 1956 “Il Cittadino” e dirigendo, a Pavia, “Ateneo Pavese”. Collaboratore dal ’56 di “Comunità” di Adriano Olivetti, poi del “Mondo” di Mario Pannunzio e de “L’Espresso” di Arrigo Benedetti. Dal 1961 al 1974 ha lavorato al “Giorno” di Italo Pietra, redattore e poi inviato di economia e politica. È stato inviato speciale anche al “Messaggero” che ha poi diretto dall’80 all’87. Collabora a quotidiani e riviste. Ha all’attivo una trentina di libri, gli ultimi “Roma capitale malamata” (il Mulino) e “Raffaello tradito” (Edizioni Bordeaux). Autore di numerose inchieste tv prima dell’avvento dei craxiani. Membro del Consiglio d’amministrazione della Rai dal ’98 al 2002, di cui è stato anche presidente pro tempore per alcuni mesi. Collabora attivamente con Radio Radicale.