La scuola alla deriva. Dacia Maraini: «dare senso e sviluppo allo studio, alla conoscenza»

Trecentomila studenti non avevano gli strumenti informatici per seguire la didattica a distanza. Nelle periferie, nei quartieri del disagio, la percentuale dell’abbandono è salita vertiginosamente. Se un ragazzo abbandona i banchi vuol dire che la scuola non ha saputo trattenerlo. Per combattere la dispersione occorre riscoprire l’unicità di ogni ragazzo. Dacia Maraini a Italia Libera: «Mi fa piacere che oggi gli studenti protestino, che facciano sentire la loro voce. Il nemico non è il governo messo in crisi in questi giorni; sono decenni che la scuola va alla deriva. Servono più investimenti per il futuro»


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

¶¶¶ Nell’anno della paura nera ci siamo accorti quanto sia fragile il nostro tessuto socio-economico: con il Covid è raddoppiato il numero delle famiglie in povertà assoluta. Persone che non avevano mai chiesto aiuti hanno bussato alle porte della Caritas. Sono i nuovi poveri, non riescono a pagare l’affitto, le bollette, i debiti. Il prezzo di tanta precarietà lo stanno pagando soprattutto bambini e ragazzi. Sono le vittime di un “determinismo” sociale, che ha radici antichissime. Infatti, alla povertà dei mezzi si accompagna la povertà educativa: insuccesso, dispersione, isolamento, abbandono. 

Con le scuole chiuse molti ragazzi sono rimasti tagliati fuori, più di trecentomila non avevano gli strumenti informatici per seguire la didattica a distanza. Nelle periferie, nei quartieri del disagio, la percentuale dell’abbandono è salita vertiginosamente. Non riusciamo a garantire una scuola capace di rimuovere gli ostacoli alla crescita e allo sviluppo, perché? «Secondo me la cultura del mercato in cui stiamo vivendo non ha alcun interesse alla crescita e allo  sviluppo della conoscenza e dell’apprendimento. Anzi, direi che preferirebbe ridurle ai minimi termini. Il sapere, infatti, sviluppa la coscienza e la capacità di giudizio. Nella società globalizzata il giudizio è considerato un pericolo, non una risorsa»: è Dacia Maraini che parla, scrittrice, drammaturga, poetessa. Fino ad oggi Dacia Maraini ha prodotto oltre settanta tra romanzi, saggi, raccolte di poesie e testi teatrali. Ha scavato nel dolore, nelle pieghe dell’animo umano. Attraverso la sua narrazione ha portato a galla le tante forme di sopraffazione, povertà, abusi e diseguaglianze sociali. Quelle diseguaglianze che ora il Covid rende più drammatiche. «Cosa fare in questa situazione? Bisogna lavorare − sostiene la scrittrice − per dare senso e sviluppo alla cultura, allo studio, alla conoscenza. Non per cancellare o eliminare la globalizzazione, ma per renderla meno asservita al mercato». Dunque, sono cambiati gli orientamenti culturali dominanti, prima assegnavano un grande valore all’istruzione oggi mettono al primo posto il denaro. 

Intellettuale di grande coraggio, la Maraini ha sempre combattuto battaglie civili. Un’esistenza fuori dal comune la sua, vissuta a stretto contatto con una comunità letteraria e artistica straordinaria, con Alberto Moravia che è stato a lungo il suo compagno, Pier Paolo Pasolini, Enzo Siciliano, Natalia Ginzburg e tanti altri protagonisti della letteratura del Novecento. Sempre in prima linea ha difeso i diritti delle donne e contrastato ogni forma di violenza. 

Oggi, più che femminista, preferisce definirsi «dalla parte delle donne, in difesa dei loro diritti e del loro ruolo nella società» ma aggiunge che «la strada per affermare pienamente quei diritti è ancora lunga». Anche perché la scuola, che per elezione è il luogo deputato a favorire la crescita e l’emancipazione, da lungo tempo è trascurata. Gli studenti ora chiedono che finalmente venga riconosciuta come priorità. Se le nuove generazioni sono il futuro del Paese, non è un grave errore la mancanza di attenzione e di investimenti? «Certamente, è un gravissimo errore. La politica, ma in generale le classi dirigenti, hanno pensato − osserva Maraini − che la scuola facesse tutto da sola, mentre invece ha bisogno di fiducia, di stima, di nuovi progetti, nuovi sistemi di insegnamento, ma anche di entusiasmo». 

Se un ragazzo abbandona i banchi vuol dire che la scuola non ha saputo trattenerlo. Per combattere la dispersione forse occorre riscoprire l’unicità di ogni ragazzo. E poi c’è il problema trasporti, turni e orari scaglionati. «Tutto ciò porta naturalmente a investire di più e con convinzione. Mi fa piacere che oggi gli studenti protestino, che facciano sentire la loro voce. È chiaro che il nemico non è il governo messo in crisi in questi giorni − che sta facendo del suo meglio, dilaniato fra la difesa della salute, degli ospedali e la libertà di apprendimento − ma sono decenni che la scuola va alla deriva. Considero infatti un bene che gli studenti chiedano più investimenti per il futuro».

I professori, sempre in prima linea, hanno perduto la stima sociale che avevano un tempo. Di chi la colpa? «La perdita della stima − prosegue Maraini − non è dovuta a errori degli insegnanti, ma a una perdita di tensione etica del Paese. Ora, con la pandemia le cose sono venute a galla, ma sono decenni che la scuola sta perdendo la sua centralità. Occorre una visione del futuro. Come recuperare i ritardi? Bisogna che tutta l’Italia riveda la sua idea del mondo, che riveda le sue idee sul futuro, che sia presa dalla voglia di migliorare e cambiare, non solo sopravvivere». − (4. Continua) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Anna Maria Sersale

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.