La rivoluzione oltre la Primavera. Estremismo violento in Tunisia, le donne in prima linea

Cresce la presenza femminile nei movimenti jihadisti come affermazione identitaria e generazionale, ricerca di appartenenza, espressione di un malcontento economico-sociale, violenze e ingiustizie subite. Essi hanno saputo presentarsi come difensori della frustrata identità arabo-musulmana di un Paese a cavallo di due mondi e come contropotere del corrotto Stato autoritario. La ‘femminizzazione’ del reclutamento è corente e strumentale alla società patriarcale come antidoto alla modernità. Com’è possibile un tale sviluppo nel Paese pioniere, in Africa, dell’uguaglianza tra i sessi?


L’analisi di EMILIA MENICUCCI

¶¶¶ Sono passati oramai dieci anni dalla morte di Mohamed Bouazizi, il giovane tunisino che, per protesta contro il regime di Ben Ali, si diede fuoco nel 2011. Presero il via così le Primavere arabe e un diffuso movimento per democratizzare i regimi del Medio Oriente. Da allora, la Tunisia ha avviato un dialogo nazionale − con tanto di Premio Nobel per la Pace assegnato ai rappresentanti della società civile, il cosiddetto “Quartetto” − che l’ha portata a varare una nuova Costituzione nel 2014 e a indire più volte elezioni libere e democratiche. Eppure, proprio in occasione dell’anniversario della Rivoluzione, nuove proteste stanno riportando il popolo in piazza. È forse, questo, il segno che la democrazia ha fallito e che essa è e resterà per sempre un’utopia? No, questa nuova ondata di violenze significa esattamente il contrario: la Rivoluzione non può durare una sola primavera, perché la democrazia non è un modello che si importa o si copia o tantomeno si esporta con la forza, ma un concetto che si apprende e si comprende, attraverso lotte e sacrifici. 

Un chiaro sintomo del malcontento e delle difficoltà che ancora attanagliano la Tunisia è la nuova ondata di estremismo violento, che ha ripreso a dilagare. Questo fenomeno, riemerso con forza dopo la caduta del regime, trae la sua linfa vitale proprio dal malessere della società tunisina, che oggi costituisce il maggior bacino di reclutamento per i movimenti jihadisti attivi nei Paesi limitrofi. Senza addentrarci nell’analisi dei processi di radicalizzazione, è certo che la ‘monopolizzazione’ della sfera religiosa da parte dello Stato − portata avanti prima da Bourguiba, poi da Ben Ali, spesso e volentieri attraverso violente repressioni − abbia creato un vuoto identitario in seno alla popolazione; così come è certo che tale vuoto sia stato colmato senza difficoltà dai movimenti jihadisti. Essi hanno saputo presentarsi come difensori della frustrata identità arabo-musulmana del Paese e come contropotere del corrotto Stato autoritario. In seguito alla Rivoluzione, poi, la disillusione ha contribuito a consolidare l’immagine di tali gruppi (in particolare nelle zone rurali, dove la presenza dello Stato è debole): questi, infatti, sfruttano la tensione storicamente esistente tra tradizione e modernità, tra diritto civile e regola musulmana, per reclutare un gran numero di uomini e, soprattutto, un numero crescente di donne. 

Ma come è possibile un tale sviluppo, in un Paese che è stato pioniere, in Africa, dell’uguaglianza tra i sessi? Le ragioni che spingono le donne ad unirsi ai movimenti jihadisti corrispondono, in gran parte, a quelle degli uomini: affermazione identitaria e generazionale, ricerca di appartenenza, espressione di un malcontento economico-sociale, violenze e ingiustizie subite. Tuttavia, in Tunisia l’estremismo islamico esercita una particolare attrazione sulle donne (anche) perché strumentalizza la nostalgia delle identità di genere tradizionali: molte giovani tunisine si vedono come attrici di una sorta di ‘contro emancipazione’ dai valori occidentali che mettono in discussione l’ordine patriarcale della tradizione islamica. Ritagliando per le donne ruoli complementari a quelli dell’uomo, la guerra santa (la jihad) le chiama a far parte di un’organizzazione basata su una rigida e tradizionale divisione tra i sessi: al di là del ruolo di mogli e madri, i compiti tipicamente femminili in seno a questi movimenti sono, infatti, quelli di reclutare, trasmettere l’ideologia, raccogliere fondi e informazioni, curare i feriti, trasmettere messaggi, soldi e materiale. Un ruolo di retrovia che si ritrova spesso nei movimenti partigiani, come la Resistenza italiana, ma che in questo caso era il risultato di stereotipi di genere del tempo e non uno strumento usato per perpetuare delle strutture patriarcali, come per l’estremismo islamico. La ‘femminizzazione’ dei discorsi di reclutamento jihadisti, dunque, è perfettamente coerente e strumentale alla visione patriarcale della società che essi propugnano come antidoto alla modernità. 

L’aumento del numero di tunisini e tunisine partite ad integrare le fila di movimenti jihadisti è sintomo del fatto che in Tunisia è rimasta irrisolta una questione fondamentale: quella identitaria-culturale di un Paese che vive a cavallo tra due mondi, che stenta a trovare una sintesi tra il rispetto della tradizione e l’accettazione della modernità. Alla luce di una tale antinomia, è necessario che la giovane democrazia nordafricana insista sul processo di riconciliazione della sfera religiosa con quella civile cominciato con la Rivoluzione e proseguito dal Dialogo Nazionale. Quando il Paese avrà trovato la giusta formula per far convivere le sue diverse anime, allora la democrazia sarà effettiva, la Rivoluzione completa e lo jihadismo privato delle sue più efficaci armi di proselitismo. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Emilia Menicucci

Nata a Torino nel 1994, si è laureata a SciencesPo Bordeaux in Politiche internazionali, e poi a Torino in Politiche del Medio Oriente e del Nord Africa. Specializzata in analisi dei conflitti e geopolitica, ha lavorato per l’Undp a Tunisi e per l’Institut de Recherche et d'Enseignement sur la Négociation dell’Essec a Parigi. Amante dei viaggi (soprattutto se avventurosi) e della cultura mediterranea, ha avuto l’opportunità di conoscere e formarsi in diversi Paesi: Capo Verde, Inghilterra, Tunisia, Francia, Marocco. Ha una passione per il mare, la natura e la cucina, e sta seguendo dei corsi di formazione per la carriera diplomatica, il suo grande sogno.