Terra degli Dei e pittura “vascolare”. Ippodamia, Pelope ed Enomao il re di Pisa

L’appuntamento è nella piccola stazione di Metaponto, in Basilicata. E aspettiamo il treno, non uno di quei convogli superveloci, ma una vecchia ed ansante “Littorina”. Destinazione Sibari, Crotone e Reggio Calabria. «Le stelle e la volta celeste, che vediamo, sono le stesse che avevano mirato Pitagora e Archita, o anche Epeo, il costruttore del Cavallo di Troia che in questa città era approdato, dopo la caduta di Ilio, nel tempo in cui gli Achei popolavano queste terre», racconta Carlo Belli, un giornalista nordico, di Rovereto. Anch’egli perdutamente innamorato di questo incantevole e ammaliante Sud


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, inviato nella Magna Grecia

¶¶¶ Dimenticate, dimentichiamoci il virus cinese e venite con me, nella terra degli Dei, in Magna Grecia. Un viaggio immaginario, certo, ma non per questo meno affascinante e coinvolgente. Vi porterò per musei. Dalla Puglia, alla Basilicata, alla Calabria e alla Sicilia, a farci raccontare il Mito, gli eroi, gli Dei, ma anche l’amore, la guerra e le passioni, non già dagli aedi, ma dagli antichi vasai. Dalla pittura vascolare, insomma, da Pelike, Oinocoe, Skyphos o Crateri. E, per non essere tacciato di esasperato “meridionalismo”, in questo viaggio immaginario, mi accompagna un giornalista nordico, di Rovereto, Carlo Belli. Anch’egli, però, perdutamente innamorato di questo Sud. 

L’appuntamento è nella piccola stazione di Metaponto, in Basilicata. Mentre aspettiamo il treno, non uno di quei convogli superveloci, ma una vecchia ed ansante “Littorina”. Destinazione Sibari, Crotone e Reggio Calabria. E, Carlo  si mette a riflettere ad alta voce. «Le stelle e la volta celeste, che vediamo, sono le stesse che avevano mirato Pitagora e Archita, o anche Epeo, il costruttore del Cavallo di Troia che in questa città era approdato, dopo la caduta della città, nel tempo in cui gli Achei popolavano queste terre». E, ancora, appena saliti sul treno: «guarda – mi fa notare − tutte quelle persone che sono salite con noi, dal loro vociare mi accorgo che sono gente calabra». 

«Che struggimento nel vedere questa povera gente, piegata dalla fatica dei campi e dagli stenti, con il volto segnato dal tempo e dal sole, senza rimembranza alcuna della nobiltà delle loro origini: i Crotoniati, i più belli nell’antichità, i Sibariti, la cui raffinatezza ed eleganza era celebrata perfino nella madrepatria greca, e i Reggini, la cui fierezza e l’eccellenza negli sport, li portò a vincere numerose volte ad Olimpia». Faccio appena in tempo a fargli notare che quelle ragnatele del tempo sui loro volti sono segni di civiltà antica e di una dignità che la miseria non riesce a scalfire. 

Ma stiamo divagando. Ed intanto la Littorina sferraglia sull’unico lucente binario. “È là ad Olimpia che si affrontano i corridori più veloci / là che si giudicano la forza, il valore, la resistenza alle fatiche. / E il vincitore, per il resto della sua vita, conosce la felicità e la gioia / che gli vengono dai giochi. / È una gioia che si trasmette nel tempo, nei giorni: / è la gloria, il bene supremo per gli uomini”, declama, all’improvviso, il mio coltissimo compagno di viaggio. E a me, a noi, che lo guardiamo con occhi interrogativi, spiega che sono versi di Pindaro, nell’ode dedicata ai più famosi dei giochi panellenici. 

E anticipa come al museo archeologico di Sibari, a quello di Crotone, di Reggio Calabria o di Messina, o di Catania o di Agrigento − per quelli di Taranto, di Metaponto o della Siritide dà per contato che io debba saperlo − i vasai greci, ma anche quelli magnogreci, hanno raccontato di questi giochi. Legati, però all’Epos omerico. «In un bellissimo Cratere a colonnette – ci affascina − in uno di questi musei, non vi dico quale, perché lo indovinerete vedendolo, si racconta questa bellissima storia. Si tratta della gara tra Pelope e il suo futuro suocero, il re di Pisa Enomao».

Quest’ultimo aveva una figlia di rara bellezza, Ippodamia, che aveva promesso di dare in moglie soltanto a chi lo avesse battuto nella corsa dei cavalli. Solo che, fino ad allora, nessuno era riuscito a battere i cavalli del re, anche perché pare che Ippodamia fosse legata al padre da un rapporto incestuoso. Sapendo, poi, che un oracolo aveva predetto che il padre sarebbe morto per mano del genero, ogni volta che saliva sul carro del pretendente faceva di tutto per distrarlo, facendogli perdere la testa, la gara e anche la vita, tanto che erano stati già tredici i giovani principi che erano stati decapitati. Inoltre Enomao possedeva due cavalli, Psilla ed Arpina, che gli aveva regalato il padre Ares e che erano considerati imbattibili.

Tuttavia, quando Ippodamia vide Pelope se ne innamorò subito. E, poiché anch’egli aveva due cavalli divini, regalo di Poseidone di cui era stato l’amante, si convinse che Pelope − figlio di Tantalo e mitico fondatore dei giochi olimpici − era sicuramente il marito giusto. Per essere, però, più sicura, consigliò all’amante di corrompere Mirtilo, l’auriga del padre, che sapeva essere innamorato di lei, facendogli balenare la prospettiva che gli avrebbe concesso, in caso di vittoria, la prima notte con la sua futura moglie. Lo sventurato auriga accettò il patto scellerato e sostituì i perni del carro di Enomao con dei pezzi di cera, tanto che durante la gara questi ultimi caddero, e fecero rovesciare il carro uccidendo il re. Pelope, naturalmente, non mantenne la promessa e precipitò lo sfortunato Mirtilo da una roccia strapiombo sul mare. Anche Mirtilio era, però, figlio di un dio, Hermes. E maledì tutta la progenie di Pelope ed Ippodamia, tanto che i loro due figli, Atreo e Tieste − padri di Agamennone e Menelao il primo e di Egisto il secondo −, si scannarono letteralmente a vicenda, mentre i loro figli fornirono materiale alle più belle tragedie di Sofocle, Eschilo ed Euripide. 

E qualche bella storia d’amore nella pittura vascolare? «La più bella mai raccontata», risponde Belli. Eros e Thanatos, amore e morte. Egli, Achille, il bellissimo e fiero signore dei Mirmidoni, figlio di una dea e di un mortale (nel cui sguardo corrusco erano impressi i presagi di un destino infelice), e, lei, Pentesilea, la cui bellezza “oscurava il sole”, regina delle Amazzoni, figlia di Ares; uno contro l’altra, in un pomeriggio di fine agosto, si trovano a combattere nella piana tra lo Scamandro e il Simoenta, davanti alle Porte Scee. Lo scontro, brevissimo, è cruento: il Pelìde le immerge la lancia nel costato, ma, quasi immediatamente, rimane fulminato da Eros: si innamora perdutamente, ma  senza più speranza, di Pentesilea. L’eroe mirmidone la veglia per tre notti e per tre giorni di seguito. Poi restituisce il suo corpo ai Troiani. La storia − codificata in mito da Arctino di Mileto, nella sua Etiopide − divenne, in seguito, e per l’appunto, il soggetto ricorrente di molti pittori vascolari. Uno, ceramografo ateniese del V sec. a.C., prese addirittura il nome di “Pittore di Pentesilea”. 

Il viaggio, cari lettori, continua. Con la speranza, Carlo Belli ed io, di avervi distratti un po’ da virus, epidemiologi, vaccinologi e “variantologi”. I musei, qui al Sud, vi aspettano, appena potrete muovervi e viaggiare. Per stupirvi con i loro racconti. Più ancora, vi stupirà questa terra. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA 

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Foto: sotto il titolo, vaso con la raffigurazione di Hypodamia e Pelopis; in alto, il teatro greco di Bernalda, Metaponto; al centro, anfora con atleti Crotoniati ai giochi di Olimpia e (poco più in basso) cratere con Hypodamia, al Museo archeologico nazionale di Taranto; in basso, vaso con Achille e Pentesilea trafitta dalla lancia del Pelìde 

About Author

Arturo Guastella

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.