La nuova Roma portoghese di Tiago Pinto e Fonseca: un mix di creatività e rigore

Il club giallorosso del magnate Dan Friedkin sa di giovane, dinamico e “green”. E la seconda gestione americana sembra partita molto meglio della prima. Se le cose non andranno bene, il trentaseienne general manager Tiago Pinto sarà l’ennesimo “fenomeno” tramutato in cantastorie, lo staff ambizioso in una costosa parata di scalda sedie


L’analisi di  MARCO FILACCHIONE

Elegante, efficiente, e ultimamente anche vincente: al netto delle suggestioni che alimentano sempre i passaggi dal vecchio al nuovo, la Roma sembra entrata nell’era Friedkin con idee chiare e un look attraente. Il cambio della guardia è avvenuto soltanto tre mesi e mezzo fa, ma le differenze rispetto alla precedente gestione sono già evidenti. A cominciare dai proprietari, perché c’è modo e modo di essere americani. Pallotta si presentò nell’inverno romano buttandosi vestito nella piscina gelida di Trigoria: «So quanto siano pazzi i tifosi della Roma, ma voi non sapete quanto sono pazzo io», disse ai giornalisti attoniti. Friedkin ha scelto il profilo basso: poche parole, ma una presenza assidua e discreta nella vita quotidiana del club e della squadra.

Nelle scelte del nuovo management, tutto sa di giovane, dinamico e “green”. Scelta emblematica, quella del nuovo general manager, che entrerà in scena da gennaio: il trentaseienne Tiago Pinto, laureato con tanto di Master, più che un guru alla Monchi è un organizzatore di risorse e funzioni. Il suo “ticket” con Fonseca rende la componente tecnica del club interamente portoghese, il che si traduce, da Mourinho in poi, in un mix di creatività e rigore. In più, nel Benfica Tiago Pinto si è mostrato particolarmente attento alla valorizzazione del vivaio, un settore a cui la nuova dirigenza giallorossa ha già mostrato di tenere moltissimo. Non a caso sta blindando con tempestivi rinnovi contrattuali i migliori talenti della Primavera di Alberto De Rossi, che hanno cominciato la stagione (attualmente interrotta per motivi sanitari) con sei vittorie su sei in campionato.

A proposito di dirigenti, si è parlato più volte nei giorni scorsi di un ritorno di Totti in organigramma. Il che sarebbe quasi normale: dopo aver lasciato la Roma per dissapori con la gestione Pallotta, il mito giallorosso sarebbe pronto a rientrare “a casa”. Ma attenzione: al di là delle celebrazioni e della sconfinata popolarità, una parte minoritaria ma robusta del tifo non è più incondizionatamente tottiana. La corrente critica è emersa già ai tempi delle frizioni con Spalletti, è cresciuta durante il periodo da dirigente e si è ulteriormente rafforzata dopo alcune uscite dell’ex Capitano sulla Roma attuale, sulle quali i tifosi, via social, si sono sempre divisi.

Il nodo Totti, del resto, non sembra la preoccupazione principale dei Friedkin (padre e figlio) e del Ceo Fienga, che hanno cambiato rapidamente i vertici dell’organigramma giallorosso e inserito figure di rilievo. Come Stefano Scalera, vice capo di gabinetto del ministro delle Finanze, destinato nella Roma a occuparsi di relazioni con le istituzioni e con le banche. O come Francesco Pastorella, già attivo in ambito giallorosso con le iniziative benefiche della onlus “Roma Cares” e ora a capo del nuovo “Roma Department”, settore dedicato a curare il rapporto con la città e con i tifosi.

Il vento di novità ha attraversato perfino le strutture, presenti e future: il centro di Trigoria sarà curato con criteri ecosostenibili, riassunti in un bando di gara già in preparazione. Le ditte partecipanti dovranno garantire il lavoro esclusivamente attraverso mezzi elettrici. Quanto alla vexata quaestio del nuovo stadio, Dan e Ryan Friedkin non sembrano disposti a perdere altro tempo con l’area di Tor di Valle. Anche perché, in tempi di crescente smart working, il megaprogetto urbanistico che faceva gola a Pallotta sembra aver perso buona parte del suo appeal.

Insomma, la seconda gestione americana
nella storia della Roma sembra partita molto meglio della prima. Però parliamo di calcio, cioè della materia più volatile del mondo, dove tutto dipende sempre e comunque da un palo, da una papera del portiere, da un rigore dato o non dato. Cioè, tutto in fondo dipende dai risultati. Se le cose sul campo non andranno bene, Tiago Pinto sarà l’ennesimo “fenomeno” tramutato in cantastorie, lo staff ambizioso diverrà un’inutile e costosa parata di scalda sedie, le iniziative collaterali saranno derubricate a perdite di tempo. E Friedkin sarà l’ennesima illusione di grandezza.

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Foto: sotto il titolo, Henrikh Mkhitaryan in azione; in alto, Dan Friedkin; al centro, Tiago Pinto, Paulo Fonseca e Francesco Totti; in basso, Dan e Bryan Friedkin

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Marco Filacchione

Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.