Maturità 2021 col Covid: senza prove scritte, con la bocciatura

L’imperativo è evitare che l’esercito dei 460.000 maturandi affolli le aule. Novità rispetto allo scorso anno: ammissione non garantita, reintrodotta la bocciatura, studenti esaminati dai professori dell’ultimo triennio (più un presidente esterno). Peserà il curriculum scolastico maturato nel corso di studi, gli attestati di specializzazione, le esperienze internazionali e le eventuali attività di volontariato


L’analisi di ANNA MARIA SERSALE

¶¶¶ La nuova maturità sarà “leggera”. È la pandemia a dettare le regole. Non ci saranno le prove scritte, le più temute dagli studenti, perché bisogna evitare che l’esercito dei 460.000 maturandi affolli le aule. In assenza degli scritti, un maxi orale sarà il cuore di questa edizione 2021. Stando alle indicazioni del ministero dell’Istruzione, il colloquio dovrà essere approfondito e articolato, dovrà servire a valutare le conoscenze acquisite dai ragazzi e soprattutto la loro capacità di cogliere i collegamenti tra le diverse materie, ma anche il saper sviluppare ragionamenti e avere un pensiero critico.  

L’ammissione non sarà garantita a tutti, non sarà scontata. Questa è una novità rispetto all’anno scorso, quando a causa dell’emergenza saltò ogni vincolo. Ora potrà fare l’esame chi avrà la sufficienza. Oppure chi, anche in presenza di un cinque agli scrutini, ottenga un giudizio positivo di presentazione da parte dei professori interni. Del resto, saranno loro a valutare. Per i ragazzi un respiro di sollievo. Tanto più che, in mancanza di esaminatori esterni, ad eccezione del presidente, sarà difficile che l’esame sovverta le classificazioni di merito fissate nel corso dell’anno scolastico. La commissione esaminatrice, infatti, è composta dagli stessi insegnanti che hanno istruito i ragazzi nell’ultimo triennio. Il presidente che viene da fuori in sostanza serve a salvare la forma. 

C’è anche un’altra novità. Per la prima volta il voto di maturità dovrà tenere conto del curriculum dello studente, una sorta di carta di identità, introdotta dalla “Buona scuola”, che racchiude l’andamento scolastico di ogni singolo candidato relativo all’ultimo triennio. In questa ottica si terrà conto degli attestati di specializzazione, delle esperienze internazionali e di eventuali attività di volontariato. Il curriculum peserà molto nel voto finale, per cui il 60 per cento dipenderà dai giudizi del triennio e il 40 dal colloquio orale. L’inizio delle prove non è stato stabilito, ma secondo la prassi si svolgeranno nella seconda metà di giugno.  

Per l’emergenza Covid, che ha portato alla soppressione degli scritti, di fatto l’esame è dimezzato. Tuttavia, nonostante il dimezzamento, questa edizione della maturità si sforza di apparire più rigorosa rispetto allo scorso anno, reintroducendo le “non ammissioni” all’esame e le “bocciature”.  Si tratta in realtà di un tentativo poco convincente di restituire senso ad un esame che da oltre un ventennio ha percentuali di promozione superiori al 95 per cento, un esame che si è progressivamente svuotato, nonostante i numerosi restyling (di facciata) mai seriamente pensati per un vero miglioramento. Un rigore apparente, dunque, affidato al ripristino delle “non ammissioni” e delle “bocciature”, sulla base di un principio per molti aspetti discutibile. Infatti, il ministero ha deciso quest’anno di considerare “strutturale” la didattica a distanza, pur sapendo che non è minimamente paragonabile alle lezioni svolte in classe e pur sapendo che le lezioni via web non hanno affatto la stessa efficacia di quelle in presenza.

Critiche a parte, si dirà che questo esame serve comunque a sancire la maturità dei ragazzi. Ma come? Dovrebbe recuperare credibilità. Dovrebbe essere rifondato ex novo; per fare questo occorre un’idea di scuola, una visione sul futuro dei nostri ragazzi e sull’istruzione che dovrebbe poter contare su investimenti cospicui e mirati a progetti che ci rimettano in grado di competere con il resto d’Europa. 

Dovremmo anche riflettere sul fatto che questo esame sta per compiere cento anni. Incubo di intere generazioni, l’esame di maturità fu introdotto nel 1923 da Giovanni Gentile, ministro della Pubblica istruzione all’inizio del ventennio fascista. Allora la scuola rispecchiava la divisione della società in classi. Ovviamente non c’è più nulla dell’impianto gentiliano, di cui nessuno prova nostalgia. La maturità era riservata esclusivamente al liceo, unica scuola a permettere l’accesso alle facoltà universitarie. Al classico c’erano quattro prove scritte, italiano, traduzione in latino, dal latino e dal greco. Gli orali erano su tutte le materie degli ultimi tre anni. Non c’era un punteggio unico, ma voti su tutte le discipline. Le commissioni erano tutte esterne e ne facevano sempre parte anche professori universitari. Era prevista anche una sessione per gli esami di riparazione. 

Bisogna arrivare al 1969, con il ministro Fiorentino Sullo, per una sostanziale riforma. Due le ragioni: rispondere alle contestazioni di scuola classista che venivano dai movimenti studenteschi, e − contemporaneamente, per motivi del tutto diversi − agevolare le scuole private, che da anni chiedevano un esame “più facile”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: scene dalla maturità 2020

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Anna Maria Sersale

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.