La lista d’attesa, il vaccino anticovid, quel “tu” universale e il cappello dalle larghe tese

Quel giorno ai pensieri amletici (Astra Zeneca o Pfizer?) del nostro professore faceva ombra uno dei suoi amatissimi “Borsalino” rigirato nervosamente fra le dita. La giovane (avrebbe potuto essere una sua studentessa) gli dà del tu e lo invita a compilare i moduli prescritti, un giovanotto gli indica dove apporre le firme e un separè, in cui, sempre in estrema confidenza, un’altra giovane infermiera gli infila l’ago nel braccio sinistro. L’hidalgo tarantino si rimette il cappello per raffreddare i pensieri molesti che gli vorticano in testa: “Dormi, ti tengo per mano, finché non ti sveglierai al limitare degli Elisi”


La riflessione di ARTURO GUASTELLA, da Taranto / 

Il cappello raffreddava i pensieri che intimavano a Don Chichotte di «por mano, immantinente, alla lancia»

RICORDATE IL CAPPELLO di Don Chisciotte? «Quello che gli faceva ombra sui pensieri molesti, e che − annotava  il filologo tedesco Erich Auerbach (1892-1957), nel suo “Mimesis” −  gli permetteva, anche e soprattutto, di raffreddare quelli che gli intimavano di por mano, immantinente, alla lancia?». Ora, sostituite la figura allucinata del gentiluomo spagnolo Alonso Chisciana, disegnata magistralmente da Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616), con il volto, o se volete, con l’erma ‒ dalle sembianze simili a quelle del Platone, scolpita dall’ateniese Silanion nel IV secolo avanti Cristo − di un hidalgo-professore-editore, molto noto in questo lembo della Puglia. 

Ecco, qualche giorno fa, diligentemente, il nostro hidalgo-professore-editore si era messo in fila per ricevere sul braccio il sospirato antidoto al virus dagli occhi a mandorla. Lo accompagnava, anzi faceva ombra ai suoi pensieri amletici (Astra Zeneca o Pfizer?) uno dei suoi amatissimi “Borsalino”, dalle tese larghe, che si rigirava nervosamente fra le dita, quando una giovane dottoressa (avrebbe anche potuto essere una delle sue studentesse), gli si approssima e, dandogli del tu, lo invita ad un tavolo, per compilare i moduli prescritti. Qui, al tavolo, un altro giovanotto, sempre confidenzialmente, gli indica dove apporre le firme e gli indica una sorta di separè, dove finalmente, e sempre in estrema confidenza, un’altra giovane infermiera gli infila l’ago nel braccio sinistro. Nei minuti di attesa per eventuali malori, il nostro professore si rimette il Borsalino, per raffreddare quei pensieri molesti che avevano cominciato a vorticargli per la testa. 

In ospedale un malato non è solo il portatore della malattia

Mi perdonerà, il mio carissimo Piero Massafra, questo il nome dell’hidalgo, se ho preso a pretesto questa sua piccola storia, per farne una “novella esemplare”. Del resto non fu sempre lo stesso Cervantes, a parlare per primo di “novelle esemplari”, riprese poi magistralmente dal nostro Pirandello? Premetto che questa mia “novella” non vuole suonare di critica all’eccellente lavoro che, altrettanti eccellenti medici, dottoresse e infermieri stanno facendo nei centri vaccinali e altrove per portarci fuori da questo incubo. Vorrei, piuttosto, aiutarci a riflettere sull’opportunità di non spersonalizzare eccessivamente le nostre professioni e, soprattutto, non semplificare troppo il linguaggio, dato che nel nostro idioma non è stato ancora introdotto il “tu” universale, come nella lingua inglese. 

Gli ospedali sono luoghi di cura. È verissimo. Succede, però, e non raramente, che viene vista solo la malattia, mentre il malato diviene solo il suo sfortunato portatore. Eppure, egli, il malato, ha il suo vissuto, la sua storia, i suoi amori, le sue lacrime, i tasselli della sua esistenza, che in quei momenti ha portato lì, sul suo letto, e vorrebbe che chi lo cura se ne accorgesse. È pur sempre una persona, vivaddio, e non soltanto un malato da curare. Non esiste una deontologia medica che prescriva di restare sempre un po’ distaccati dal paziente. “Questo per non farsi  offuscare le capacità diagnostiche e cliniche”, ci hanno spiegato certi filmacci americani sulla sanità ospedaliera di oltre oceano. Dimenticando come essa, la buona salute (e, dunque, le buone cure), sia, in quei luoghi, direttamente proporzionale alla carta di credito e inversamente proporzionale alla povertà. 

«Dormi, ti tengo per mano, finché non ti sveglierai al limitare degli Elisi» (Asclepiade)

Certo in questo periodo di disperata pandemia, i medici (e quando dico medici, comprendo anche gli infermieri e il personale sanitario tutto) non possono lacerarsi l’anima con tutti quelli che sono stati costretti a lasciar andare. Ma forse far sentire loro che gli siamo vicini. E che, malgrado stiano per essere privati della vita e del conforto dei loro cari, ci siete voi, i medici, che siete madri, padri, figli e parenti. E sta lì a dimostrarlo la mano che gli avete stretto poco fa, o la carezza su quella testa ormai ciondolante. Così essi sanno che gli volete davvero bene. “Dormi, ti tengo per mano, finché non ti sveglierai al limitare degli Elisi” (Asclepiade, in “Antologia Palatina”, 169). © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.