La dote ai diciottenni di Letta e la reazione “dal sen fuggita” di Mario Draghi

Con la proposta del segretario del Pd è stato lanciato un sassolino contro il muro che protegge i patrimoni dei ricchi e ha introdotto un tema molto importante: la necessità, in tempi di crisi, della solidarietà fra chi ha e chi non ha. I 3 miliardi della sua proposta sono lo 0,13% della ricchezza finanziaria del 10% più ricco delle famiglie italiane. Della necessità di trasferire risorse dai ricchi ai poveri ne parlano ampiamente Biden, il Financial Times e l’Economist. “Il migliore” liquida invece la questione con una semplice battuta per non sottoporre i ricchi ad una adeguata imposizione fiscale. E intanto la “dragologia” in Italia ha raggiunto un livello scientifico inferiore all’astrologia medievale


Il commento di GUIDO ORTONA, economista

IL DIBATTITO, O MEGLIO lo scambio di battute, fra Letta e Draghi a proposito della dote per i diciottenni ha suscitato molti commenti. Giustamente, perché in effetti esso contiene almeno tre indicazioni molto interessanti. La prima indicazione riguarda il livello miserabile del dibattito politico nel nostro paese. Il leader del terzo partito più grande (a stare ai sondaggi) avanza una proposta politica. Il primo ministro, a capo di un governo di cui quel partito fa parte, la liquida con una battuta. Quella proposta è probabilmente in buona parte sbagliata, come vedremo, però introduce, forse al di là delle intenzioni di Letta, un tema importante, anzi molto importante: quello della necessità, in tempi di crisi, della solidarietà fra chi ha e chi non ha. 

La crisi in Italia: quando il Pil sarà tornato al livello pre-covid sarà il 95% del 2008

Vale la pena di ricordare che in Italia (ma non negli altri grandi paesi europei) la crisi dura da almeno dodici anni: quando il Pil sarà tornato al livello pre-covid sarà il 95% circa di quello del 2008. Il Pd ha aspettato solo ora per sollevare (e di poco) questa necessità; però meglio tardi che mai. Il capo del governo non entra nemmeno in questa tematica, né lo fanno i cosiddetti giornaloni. Che parlano naturalmente della polemica Letta-Draghi, ma non dell’iceberg di cui quella è la punta, e cioè della necessità di trasferire risorse dai ricchi ai poveri. Biden, il Financial Times e l’Economist ne parlano ampiamente. Draghi, “il migliore” liquida la questione con una battuta.

Il fatto è che esiste un tabù che proibisce anche solo di prendere in considerazione di sottoporre i ricchi ad una adeguata imposizione fiscale. Oggi in Italia alcuni ricchi sono talmente ricchi che un’imposta molto piccola sulla loro ricchezza (o sui loro redditi) consentirebbe un aiuto sostanzioso a molti poveri. Il costo della proposta di Letta è di circa 3 miliardi. 3 miliardi sono circa lo 0,13% della ricchezza finanziaria del 10% più ricco delle famiglie italiane, che in media ha circa 860.000 euro di ricchezza finanziaria (escludendo quindi case, gioielli, yachts, ecc.). Di fronte a tali cifre le serie e ponderate obiezioni di alcuni economisti e di molti giornalisti sono ridicole. 

Gli storici futuri avranno difficoltà a capire come sia stato possibile che persone ragionevoli abbiano potuto prenderle per buone, un po’ come noi oggi abbiamo difficoltà a capire la Ratio delle leggi sui poveri dell’Inghilterra di Dickens e di Engels. Viene allora da domandarsi perché tali obiezioni siano così diffuse. La reazione “dal sen fuggita” di Draghi offre degli indizi per capirlo. In sostanza, la cultura economica e politica del nostro paese si è talmente imbarbarita da far sì che non siano accettabili proposte che implichino un aumento delle tasse per i  ricchi. 

Parlare della necessità di trasferire risorse dai ricchi ai poveri in Italia è tabu

Non sono un dragologo (e se mi si consente una battuta, la dragologia in Italia ha raggiunto un livello scientifico molto inferiore a quello dell’astrologia medievale) ma non ritengo possibile che Draghi abbia percorso la sua brillante carriera senza una piena adesione ai valori che l’hanno propiziata. E questi valori sono orribili, come possiamo argomentare a contrario. In un ambiente politico civile dovremmo attenderci che il governo dica qualcosa come “visto il dettato costituzionale, che impone ai cittadini italiani dei doveri di solidarietà, abbiamo deciso di chiedere ai cittadini più abbienti un’imposta straordinaria di solidarietà onde aiutare chi si trova in difficoltà. Un’apposita commissione di esperti sarà incaricata di valutare il modo migliore per utilizzare questi fondi”. 

Pensate alle ricadute in termini di qualità della vita civile e di promozione della solidarietà che avrebbe questo messaggio, che, ripeto, dovrebbe essere ovvio in una democrazia avanzata. E anche di rinnovata fiducia dei cittadini verso le istituzioni, cosa di cui c’è molto bisogno: secondo un sondaggio del Pew Research Center oggi il 68% degli italiani è insoddisfatto della democrazia. Il culto della personalità di Draghi non contribuisce certo a fare abbassare questa percentuale, e le sue parole spontanee indicano con sufficiente chiarezza la direzione in cui vorrà muoversi quando avrà i pieni poteri, anche se probabilmente non sarà lui ad averli. Purtroppo quell’ipotetico messaggio, che dovrebbe sembrarci ovvio, ci sembra invece inconcepibile. C’è in questo qualcosa di mostruoso.

La proposta di Letta tocca lo 0,13% della ricchezza finanziaria del 10% più ricco d’Italia 

Il rifiuto della proposta di Letta da parte di Draghi ci ha indicato dove si trova un confine insuperabile; la proposta stessa ne individua un altro. Abbiamo visto che tre miliardi sono pochi rispetto a quanto richiesto da una politica di solidarietà un minimo dignitosa. Sono un bruscolino, ma meglio di niente. Però potrebbero essere spesi meglio. 3 miliardi consentirebbero l’assunzione di più di 100.000 giovani nella pubblica amministrazione, cosa di cui in Italia c’è un estremo bisogno, dato il sottodimensionamento della medesima (si veda qui il numero 7 del magazine quindicinale). E naturalmente non c’è nessun motivo per limitarsi a 3 miliardi. 

Perché questa opzione è stata esclusa? A mio avviso, perché qui incontriamo un’altra muraglia invalicabile, e cioè che lo Stato deve essere minimale. L’idea che se manca il lavoro lo Stato deve avere il diritto (meglio, il dovere) di crearlo è un tabù. Un tabù che consente di individuare il dato strutturale che sta alla base della sacralità della non tassazione dei ricchi: se lo Stato funziona bene, c’è meno spazio per le privatizzazioni a danno del popolo (vedi Aspi, Autostrade per l’Italia), per la corruzione, e per la difesa dei diritti dei lavoratori. 

Letta ha lanciato un sassolino contro il muro che protegge i patrimoni dei ricchi da un’imposizione redistributiva. Poco, ma meglio di niente. A quanto pare, il muro successivo – il diritto al lavoro − per il Pd è invece ancora invalicabile. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha studiato economia a Torino, dove è stato allievo di Siro Lombardini, e ad Ancona, dove è stato allievo di Giorgio Fuà. È stato professore ordinario di politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale; in precedenza ha insegnato all’Università di Torino e alla Luiss di Roma. È in pensione dal 2017. Si è occupato di politica economica, scelte collettive ed economia sperimentale. È autore di un’ottantina di pubblicazioni scientifiche e di un romanzo di fantaeconomia, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro, Biblioteca del Vascello, 2016.