La Domus Aurea di “Don Bastiano” e la visita di Re Gustavo di Svezia nella nostra Polieion lucana

In un angolo magico della Piana di Metaponto, il fascino slavo di Dinu Adamesteanu cattura giovani archeologi, operai, esponenti del Pantheon storico europeo e sovrani coronati. I destini incrociati di un medico lucano in malattie tropicali e del leggendario pioniere rumeno. Quella volta che, a fine scavo, il vino novello traboccava dalle panciute kratirai a Montescaglioso con Dieter Mertens, l’Architetto della Magna Grecia


Il racconto di ARTURO GUASTELLA

Se a Pindaro, quello dei voli, era caro questo lembo di terra del nostro Sud (Policoro, Metaponto, la Siritide o la Sibaritide), perché non approfittare di uno dei “versi alati” del grande poeta greco di Cinocefale, e, su di esso, trasportare nel tempo e nello spazio, i due ospiti della “Domus Aurea” di Don Bastiano? Lo stesso prof. Dinu Adamesteanu e il suo amico medico, Rocco Mazzarone, che solevano chiacchierare nella “Casa dell’Archeologia” di Policoro. “Don Bastianu” era il nome con il quale gli operai siciliani solevano chiamare il grande archeologo rumeno, quando scavava in Sicilia, a Gela come a Piazza Armerina, sembrando loro troppo complicato il suo cognome dace. Nomignolo, poi, col quale lo hanno chiamato tutti i suoi allievi, prima alla Soprintendenza Archeologica della Basilicata e, poi, all’Università del Salento, dove è stato docente di Topografia Antica, quindi Direttore del Dipartimento dei Beni Culturali.

Ma torniamo nella Siritide, a Policoro. Il “kronos” sposta le sue lancette alla prima metà degli anni ’40 del secolo scorso (in piena seconda guerra mondiale) e il luogo, stavolta in Medioriente: è il sito di Surkh Kotal, in Afganistan, dove la Délégation Archéologique Française en Afghanistan  sta cercando le vestigia della principale città dell’impero Kushan. Fra gli archeologi francesi, anche un giovanissimo ricercatore rumeno di Toporu, Dinu Adamesteanu, non ancora don Bastiano, che pare possedere un intuito particolare nel trovare e perimetrare aree di sicura rilevanza archeologica.

Non si risparmia il giovane archeologo, inoltrandosi anche in luoghi malsani, tanto da venire colpito da una febbre maligna che, in pochi giorni, lo aveva così debilitato da farne prevedere un esito fatale. Alcuni operai afgani − questo degli operai degli scavi e del loro specialissimo rapporto con gli archeologi è un corollario che non finirà mai di stupirmi − hanno saputo che nei pressi, nel Baluchistan iraniano, c’era un attendamento di militari italiani, con un medico che spesso curava anche la popolazione indigena. E fanno l’ultimo tentativo, portando in barella Dinu Adamesteanu nel campo militare italiano. Il medico era Rocco Mazzarone, un lucano di Tricarico, già specialista in malattie tropicali, che, letteralmente, salva la vita al giovane archeologo. Le loro strade si separano. Dino Adamesteanu sceglie l’Italia per le sue ricerche archeologiche, non prima di aver trovato a Surkh Kotal alcuni preziosissimi artefatti, appartenuti sicuramente al re Kanishka, e conservati, ora, nel Museo di Kabul, mentre Rocco Mazzarone finisce in un campo di prigionia inglese, in Egitto.

Strade separate ma destini incrociati, se è vero che i due “afgani” si ritrovano, trent’anni dopo, in Basilicata. Il primo, Soprintendente archeologico, il secondo, direttore del Dispensario antitubercolare di Matera. Ora, ambedue sono qui, in quest’angolo magico di Polieion, a far sgranare gli occhi con i loro racconti a me, ad Antonio De Siena, a Francesco D’Andria, ma anche a Ettore Lepore, a George Vallet, Pierre Demargue, Roland Martin, o a Hel Dilthey. Nomi, questi ultimi, che probabilmente diranno poco ai più giovani, ma che − vi assicuro − occupano posti di gran rilievo nel Pantheon dell’Archeologia e della Storia antica dell’intera Europa e che non mancavano di transitare per la Domus Aurea di Don Bastiano. Magari prima, durante, o dopo il preziosissimo e annuale Convegno di Studi sulla Magna Grecia di Taranto.

Probabilmente, questa attrattiva, questa sorta di “fascino slavo” di Don Bastiano, gli derivava dalla sua immensa cultura, che, in una scienza concava quale è l’archeologica − dove cioè la regola è la multidisciplinarità (storia, filologia, epigrafia, ceramografia, topografia, numismatica e, perfino, osteologia ) −, erano pochissimi gli studiosi capaci di datare e catalogare esattamente un reperto, senza dover fare ricorso alla multidisciplinarità di cui sopra. Si era, poi, soliti (non so se lo è ancora), quando finiva la campagna degli scavi, di festeggiare tutti insieme, magari in prossimità di qualche tomba antica. Altre volte in un ristorante di Bernalda o di Policoro, ma assai più spesso in una delle case di qualche operaio. Come da “Peppe”, a Montescaglioso, dove l’ampia cantina traboccava di enormi botti di vino novello, che, naturalmente, veniva generosamente versato in brocche panciute (forse le antiche kratirai?), per il ristoro dei commensali.

Una di quelle volte, a pomeriggio inoltrato, ci inerpicavamo, in auto, sui ripidi tornanti di quel paese, con Antonio De Siena, una giovane ispettrice, due operai di cui non ricordo il nome (e me ne scuso) e Dieter Mertens, grandissimo architetto-archeologo tedesco, fino all’altro ieri direttore della Scuola Archeologica Germanica di Roma. Mertens era noto anche come “l’Architetto della Magna Grecia”, e, innamorato del  nostro Sud, riempiva l’abitacolo della minuscola auto di interrogativi. La Civiltà Greco-Bizantina? Non ha mai conosciuto l’età moderna. Quella Islamico-araba? Era del tutto assente nell’età antica. E, citando la “tripartizione storica” di Christopher Cellarius del XVII secolo – in Storia Antica, Medievale e Moderna – postulava che solo la civiltà Latino-Franca fosse stata la sola ad attraversare tutti e tre questi periodi.

E giù, ancora con “taxis ed oikonomia”, ma stavolta il Rocci mi aveva seguito ed ero perfettamente in grado di sapere che la taxis era l’ordine architettonico degli stilemi greci e romani, mentre l’oikonomia era il principio dinamico di adattabilità della disciplina di Ippodamo di Mileto e di Vitruvio. Dieter Mertens, allora, chiamato da Don Bastiano, stava restaurando il teatro greco di Metaponto, dove − raccontano − nel V secolo avanti Cristo pare vi si fosse tenuta la “prima” del Filottete di Sofocle. E nella Domus Aurea di Don Bastiano, arrivando dalla Calabria, per il Convegno a Taranto, solevano fare tappa Pier Giovanni Guzzo, Silvana Luppino; dalla Campania Emanuele Greco; dalla Francia Juliette de la Genière, o Michel Lejeune. E, perfino, dalla Svezia, nel 1974, Re Gustavo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, sito archeologico di Metaponto; in alto, il sito di Surkh Kotal in Afghanistan; al centro, Rocco Mazzarone [Cartier-Bresson], più giù Dinu Adamesteanu nel Museo di Policoro; in basso, Dieter Mertens e l’Agorà di Metaponto

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Arturo Guastella

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.