Joseph e gli altri: uccisi dai muri della Fortezza Europa

Un migrante ogni mille abitanti, eppure si parla di “invasione”. Alzati 1.100 chilometri di barriere europee sorvegliate dalla polizia: otto volte il Muro di Berlino. Vampata di indignazione ad ogni tragedia, poi torna il silenzio sugli 80 milioni di profughi da violenze, guerre, disastri ambientali. «Un popolo in fuga per la vita» affrontato come emergenza temporanea anziché come problema strutturale. Da gennaio ad oggi i morti sono già 2.069


L’analisi di EMILIO DRUDI

Ha destato emozione la tragedia di Joseph, il bimbo guineano di appena sei mesi morto a bordo della nave della Ong Open Arms che poco prima lo aveva strappato al mare. Ma già l’eco si sta spegnendo. E per i profughi/migranti che bussano disperati alle porte dell’Europa non è cambiato nulla: stessa chiusura, stessi respingimenti, stessa indifferenza. Come era avvenuto per il piccolo Alan Kurdi, il bambino curdo-siriano trascinato dalle onde su una spiaggia di Bodrum, in Turchia nel 2015. O per la strage del 3 ottobre 2013: 368 morti ad appena 800 metri da Lampedusa. Del resto, tragedie non meno drammatiche neanche arrivano all’opinione pubblica: come quella dei 7 ragazzi maghrebini trovati morti, dopo tre mesi, in Paraguay, all’inizio dello scorso ottobre, nel container dove si erano nascosti in Serbia, nella convinzione che fosse diretto non in Sud America ma in Croazia, nell’Unione Europea.

La morte e la disperazione sono diventate routine: non fanno neanche notizia se non, qualche volta sempre più rara, per una breve vampata di giorni, per poi tornare in un limbo. È l’effetto della politica dei muri e della esternalizzazione delle frontiere messa in campo dall’Europa e in particolare dall’Italia. La “giustificazione” è che “sono troppi”: che né l’Europa né tantomeno l’Italia possono accogliere tutti i migranti che si presentano ai confini. Che “siamo di fronte a una invasione”.

Nell’ultimo censimento dell’Unhcr (giugno 2020) risultano nel mondo 80 milioni di profughi: donne e uomini costretti a fuggire da guerre, dittature, terrorismo, violenze, disastri ambientali, miseria e fame endemiche, Stati falliti. Un popolo “in fuga per la vita”, perché nel proprio paese non ha domani. Inclusi i cosiddetti “migranti economici”, come molti vengono definiti secondo una distinzione a dir poco artificiosa, quasi che morire di fame o di “assenza di futuro” sia meno inumano che morire nella galera di un dittatore. 

Ottanta milioni: numeri grandi, dunque. Ma il Nord del mondo ne è toccato marginalmente: sono appena il 15/16 per cento quelli che cercano di raggiungerlo. Gli altri si fermano molto prima. Non a caso gli Stati che ospitano più rifugiati sono nel Sud del mondo: la Turchia ne ha più di 4 milioni e poi il Pakistan, l’Uganda, l’Iran, il Libano, il Bangladesh, l’Etiopia, il Sudan, la Giordania, il Kenya. In Occidente arriva al milione soltanto la Germania. E in rapporto alla popolazione è il Libano in cima alla graduatoria: circa 20 ogni 100 (cento) abitanti. Di contro, in Europa, i migranti giunti fino ad oggi dal 2015 (l’anno boom, con 1,05 milioni di arrivi) costituiscono appena lo 0,4 per cento della popolazione: 4 ogni mille abitanti. Eppure è il ricco Occidente a parlare di “invasione”. Senza fondamento, perché i numeri dicono il contrario.

Resta il fatto, in ogni caso, che si tratta di un problema enorme. Non c’erano 80 milioni di profughi nemmeno all’indomani della seconda guerra mondiale e il numero continua a crescere. Basti pensare alle crisi esplose o riacutizzate negli ultimi mesi: Congo, Mozambico, Mali, Yemen, il Corno d’Africa e parte del Sahel invasi dalle locuste e, proprio in questi giorni, le guerre in Etiopia (Tigrai) o nel Sahara Occidentale (Saharawi). È una crisi strutturale, che come tale andrebbe affrontata, con interventi e programmi di ampio respiro. E invece no: ascoltando o addirittura alimentando paure infondate, si affronta il problema come fosse un’emergenza temporanea, illudendosi di poter fermare i flussi alzando barriere e moltiplicando i respingimenti.

Sono vent’anni ormai che l’Europa e l’Italia hanno scelto questa “politica dei muri”, che, in mancanza di alternative, consegna i migranti ai barconi dei trafficanti. Muri fisici, alti fino a 10 metri, lungo i confini esterni. Si è cominciato nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco e si è via via andati avanti alla frontiera dell’Evros fra Grecia e Turchia, in quella tra Bulgaria e Turchia, all’interno della stessa Europa. In tutto, oltre 1.100 chilometri di barriere sorvegliate dalla polizia: otto volte il muro di Berlino. 

E poi − ancora peggiori − muri politico-legali attraverso una serie di accordi che esternalizzano i confini europei sempre più a sud, fino al Sahara, affidandone la sorveglianza alle forze di sicurezza degli Stati africani o mediorientali contraenti: il Processo di Rabat (2006) tra la Ue e 27 governi del versante occidentale dell’Africa; numerosi accordi bilaterali, adottati sulla scia di Rabat, tra singoli Stati Ue e africani; il Processo di Khartoum (2014, analogo a Rabat) tra la Ue e 10 governi del versante orientale dell’Africa; i trattati di Malta (2015); l’accordo Ue-Turchia (2016) diretta filiazione dei trattati di Malta; il memorandum Italia-Libia (febbraio 2017), da cui deriva tra l’altro la Sar libica, la zona di ricerca e soccorso in mare istituita nel giugno 2018 nonostante Tripoli non disponga di nessuno dei requisiti tecnici richiesti per questo gravoso, fondamentale compito, a cominciare dal fatto che – come denunciano da anni l’Unhcr e l’Oim – la Libia non può considerarsi in alcun modo un “porto sicuro”. 

In sostanza, la Sar libica è una zona di ricerca e soccorso in mare finta, che offre però un comodo alibi dietro cui nascondersi sia per i mancati interventi di soccorso nel Mediterraneo da parte di unità militari italiane e maltesi, sia per la guerra contro le Ong, le cui navi umanitarie sono costrette nei porti da ordinanze assurde. Pur sapendo bene che quelli operati dalla Marina libica (con motovedette cedute dall’Italia) non sono salvataggi ma – in netto contrasto con le convenzioni internazionali – respingimenti indiscriminati verso l’inferno da cui i migranti cercano di fuggire. L’ultima tappa di questo percorso sono i decreti Salvini, il cui impianto sull’immigrazione non è stato intaccato dalle recenti modifiche.

Ecco, il piccolo Joseph e migliaia di altri migranti (2.069 solo dall’inizio dell’anno, secondo il Comitato Nuovi Desaparecidos, inclusi i morti “a terra”, magari massacrati proprio nei lager libici) sono stati uccisi da questi muri. Perché i muri non risolvono il problema: hanno solo l’effetto di rendere le vie di fuga più rischiose e mortali. Ma questa è una verità scomoda che l’Unione Europea, l’Italia e gli altri Stati membri non vogliono vedere. Non a caso le politiche migratorie non mettono al centro i migranti – le persone, le loro storie, i loro diritti – ma come ottenere che i migranti non arrivino. A qualsiasi costo.

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Foto: sotto il titolo, filo spinato a Evros fra Grecia e Turchia [credit Ansa]; in alto, naufragio nel Mediterraneo; al centro, campo profughi a Goura; in basso, campo profughi a Melilla [credit Sole 24 Ore], naufragio nel Mediterraneo

About Author

Emilio Drudi

giornalista, già responsabile delle edizioni regionali e vice capo redattore della cronaca di Roma de Il Messaggero, ha approfondito i problemi dell’immigrazione, occupandosi in particolare della tragedia dei profughi provenienti dal Sud del mondo ed è tra i fondatori del Comitato Nuovi Desaparecidos. Sui rifugiati e le politiche migratorie ha pubblicato Fuga per la Vita, Edizioni Simple (2018). Insieme a Marco Omizzolo ha scritto Ciò che mi spezza il cuore. Eritrea: dalla grande speranza alla grande delusione, un saggio inserito nella collettanea Migranti e Territori (Ediesse, 2015); e Etnografia della nuova diaspora eritrea: origini, sviluppo e lotta contro la dittatura, nella collettanea Migranti e Diritti (Edizioni Simple, gennaio 2017). È autore anche di tre libri legati alla persecuzione antisemita: due con la Giuntina (Un Cammino lungo un anno, Gli ebrei salvati dal primo italiano Giusto tra le Nazioni nel 2012; Non ha dato prova di serio ravvedimento. Gli ebrei perseguitati nella provincia del duce, nel 2014); il terzo con Emia Edizioni (Il Marchio di diversi) nel 2019.