Joe Biden è o no il 46° presidente degli Stati Uniti? «Lo sapremo dopo il 6 gennaio 2021»

La vittoria del candidato democratico, al momento, è stata decretata solo dal conteggio dei seggi della Cnn, Associated Press e via via delle altre reti televisive. La corsa ad ostacoli fra strane regole elettorali lascia aperta «la possibilità» che Trump riesca a ribaltare addirittura il risultato. Perché?


L’analisi di STEFANO RIZZO, docente di Relazioni internazionali

Sabato 7 novembre in fine mattinata (ora di Washington) Joseph Biden, dopo quattro giorni di conteggi sul filo del rasoio, è stato finalmente proclamato 46° presidente degli Stati Uniti: grande sollievo e esultanza nel campo democratico, costernazione, mugugni e scarsa volontà di accettare il verdetto elettorale nel campo repubblicano.

Ma, un momento, chi l’ha proclamato vincitore e perché? Sappiamo tutti, almeno tutti quelli che hanno seguito queste elezioni, che il presidente non viene eletto dal voto popolare ma dal Collegio elettorale, cioè dai delegati di ciascuno Stato assegnatigli in base ai risultati elettorali. Per giorni Biden aveva raggiunto quota 253 delegati e gliene mancavano ancora 17 per raggiungere la fatidica soglia di 270. Poi, alla fine c’è stata la vittoria in Pennsylvania che di delegati ne ha 20 e a questo punto era chiaro che aveva vinto. Poche ore dopo lo stesso Biden ha pronunciato un emozionante (e emozionato) discorso da vincitore, mentre Trump, contravvenendo (per l’ennesima volta!) al galateo istituzionale, ha detto che non riconosce la vittoria dell’avversario. 

Ma, di nuovo, chi ha decretato la vittoria di Biden in Pennsylvania (e poco dopo anche in Nevada) attribuendogli 279 grandi elettori? Il governatore, o forse il segretario dello Stato che sovrintende alle elezioni? No, è stata la Cnn e subito dopo la Associated Press; poi le altre reti televisive si sono accodate, hanno espresso le loro congratulazioni e cominciato a chiamare Biden “president elect”, e tanto è bastato. 

In questi giorni la stampa di tutto il mondo ha rilevato le stranezze e le storture del sistema di voto americano, con tante leggi elettorali diverse quanti sono gli Stati, ma non si è parlato abbastanza dello scrutinio. Quasi dappertutto lo scrutinio deve essere terminato entro il 10 novembre, una settimana dopo le elezioni, ma gli Stati hanno tempo fino all’11 dicembre per “certificare” ufficialmente i risultati; e questo perché qualcuno può richiedere una riconta dei voti (Trump l’ha fatto in Wisconsin e minaccia di farlo in altri Stati), oppure ci sono cause legali su cui i giudici non si sono ancora pronunciati. Infine, il 14 dicembre − cioè, come recita la formula costituzionale, “Il lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre” − i grandi elettori si riuniscono separatamente in ciascuno Stato e votano in blocco per il proprio candidato. Ma non sempre: poiché non ci sono norme di legge che li vincolino, alcuni possono decidere di votare per l’altro candidato, un’eventualità rara ma che si è verificata.

Dal 14 dicembre bisogna aspettare altre tre settimane fino al 3 gennaio quando si insediano la Camera e il Senato eletti il 3 novembre. Tre giorni dopo i nuovi deputati e senatori si riuniscono insieme (non lo fanno quasi mai) nell’aula della Camera, aprono le buste inviate dai singoli Stati, verificano che il candidato prescelto abbia la maggioranza di 270 e lo proclamano vincitore. Attenzione però, un qualsiasi parlamentare può ancora sollevare una obiezione, nel qual caso si sospende per due ore perché possa discuterne con i colleghi, e poi si vota di nuovo, deputati da una parte, senatori dall’altra. Anche in caso di contestazioni, dal momento che i repubblicani non hanno la maggioranza della Camera non dovrebbero esserci sorprese, ma il clima infuocato della campagna elettorale, se Trump − come sembra − si rifiuterà di riconoscere la vittoria di Biden, potrebbe tracimare fino nell’aula del Congresso. Comunque non finirà il 6 gennaio: il presidente eletto, una volta confermato, dovrà ancora aspettare due settimane prima di prestare giuramento e entrare finalmente in carica il 20 gennaio (fino a qualche decennio fa doveva aspettare un altro mese).

Intanto nei singoli Stati la macchina elettorale continua a lavorare e a sfornare dati. Infatti, una volta definita l’elezione del presidente, rimangono spesso svariati seggi della Camera e del Senato da assegnare, qualche volta per mesi. Sembra certo che i democratici conserveranno la maggioranza alla Camera, ma restano ancora una trentina di seggi da assegnare. Per il Senato, dove democratici e repubblicani sono al momento in parità (48 a 48), restano due seggi da assegnare mentre altri saranno determinati dai ballottaggi che si terranno il 5 gennaio 2021 (!). Finalmente, dopo un anno circa dalle elezioni, la Commissione elettorale centrale comunicherà i risultati ufficiali delle elezioni del 3 novembre 2020.

Ma insomma, Joseph Biden è o no il 46° presidente degli Stati Uniti? Diciamo che molto probabilmente lo sarà. In due degli Stati che ha vinto (Wisconsin e Pennsylvania) il suo vantaggio, a scrutinio quasi concluso, è di sole poche migliaia di voti e meno di un punto percentuale; ma i riconteggi, che già sono stati richiesti, non dovrebbero cambiare il risultato. Non è neppure escluso che vinca l’Arizona (dove è favorito) e la Georgia (dove è sotto di poco). Tuttavia lo scenario in cui il riconteggio dei voti o qualche causa legale intentata dallo staff di Trump possa fargli perdere uno dei due Stati essenziali al raggiungimento di quota 270, rimane una (terrificante) possibilità. È su questa, in ogni caso, che continua a puntare nella sua disperazione Donald Trump. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, sul palco di Wilmington in Delawere, sabato 7 novembre dopo il primo discorso di Joe Biden e Kamala Harris da presidente e vicepresidente eletti; al centro e in basso, scrutinio dei voti postali e festeggiamenti per la vittoria dei democratici

About Author

Stefano Rizzo

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)