Italia e Paesi del Golfo: gli interessi che si agitano attorno a Riyadh e al Renzi d’Arabia

La politica è il regno dell’opportuno e del contingente, non necessariamente del giusto e dell’ingiusto. Nella conferenza pubblica in Arabia Saudita (in piena crisi di governo da lui stesso provocata) c’è la sovrapposizione di interessi tra businnes personali e interessi nazionali. L’ex premier punta forse a un paio di opportunità che lo tengano fuori dal Parlamento italiano: diventare Ceo della Saudi Aramco o di aziende saudite nazionali affini, lasciando la politica; oppure restare in politica aspirando al ruolo di segretario della Nato. Si era impegnato a spiegare tutto dopo la crisi di governo; non l’ha ancora fatto. E la grande stampa italiana non sembra interessata a farglielo fare. La prima parte di una lunga analisi per Italia Libera della reporter italiana che lavora da anni sul campo in un’area geopolitica cruciale


L’analisi di LAURA SILVIA BATTAGLIA 

¶¶¶ Il rischio è che si debba dire grazie alla politica interna per avere aiutato più di metà della popolazione italiana a collocare geograficamente lo Yemen (vicino all’Arabia Saudita) e a inquadrare una crisi regionale solo perché per quattro giorni la sinistra si è divisa in filo-renziani e anti-renziani. Sta di fatto che la notizia di esteri più rilevante in questo mese di febbraio è apparsa essere la partecipazione dell’ex primo ministro italiano alla Future Investiment Initiative di Riyadh invece del tanto atteso stop alle forniture di armamenti verso Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita firmato dal governo italiano, chiesto dalla società civile e dalla Rete Disarmo. Una risoluzione storica, attesa da oltre 30 anni, da quando è entrata in vigore la legge 185 del 1990. 

La legge non era stata mai applicata alla lettera, mentre si sarebbe dovuto rispettare il divieto dell’export di armi verso Paesi «i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani», oppure che si trovano «in stato di conflitto armato». Questo è il caso di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (ma in realtà sarebbe valido per tutti i Paesi della Lega araba a guida saudita, compresi Egitto e Kuwait tra i migliori clienti delle esportazioni di armamenti italiane). Ad essi sono state bloccate le ultime sei licenze in ordine di tempo per la consegna di 12.700 su 20mila bombe aeree della serie Mk già vendute, per un valore complessivo di 411 milioni di euro. 

La risoluzione del Parlamento italiano segue, dopo due giorni, la decisione annunciata dalla nuova amministrazione americana di Joe Biden. Per il momento il presidente degli Stati Uniti ha bloccato la vendita di armi all’Arabia Saudita e degli aerei caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti, in attesa di nuovi incontri diplomatici tra i rappresentanti dei Paesi del Golfo con la nuova amministrazione democratica. Al momento, un paio di incontri e di cessioni, da una parte e dall’altra, ci sono state. L’amministrazione Biden ha nominato come inviato speciale per lo Yemen il diplomatico Timothy Linderking, per ridiscutere del negoziato sulla guerra in Yemen già iniziato in Svezia nel 2018 − ma rimasto su un binario morto −, e per riallacciare un potenziale dialogo sul nucleare, bruscamente interrotto dalle sanzioni sull’Iran imposte dall’amministrazione Trump. Dall’altra parte, il governo saudita ha appena rilasciato Loujain al-Hathoul, in prigione da mille e uno giorni con accuse di cospirazione contro la corona, conseguenti al suo attivismo in favore delle donne e della loro libertà di guida e indipendenza dal tutore di famiglia di sesso maschile (il wali). 

A proposito di democratici, è assolutamente indispensabile sottolineare l’incompatibilità di ruolo – quantomeno morale – di un politico italiano come membro del board della saudita Future Investment Initiative, nonché l’eccesso di zelo nel lodare, in una intervista pubblica, la nuova “renaissance” rappresentata dal progetto della città “Neom/The Line”. La città emergerà nel 2030 dal deserto Nord-Occidentale saudita, al confine con il Mar Rosso, con tutto il suo carico di trasporti guidati dall’intelligenza artificiale e di dolci e chiare acque ricavate dalla desalinizzazione dei mari vicini. Vale la pena anche chiedersi chi sia stato così incompetente da preparare un discorso farraginoso in cui un ex primo ministro di un Paese europeo possa dirsi “invidioso” del costo del lavoro nel regno dei Saud. 

A quelle latitudini, il lavoro sotto pagato è un risultato ottenuto attraverso un sistema di agenzie di reclutamento interinale di lavoratori da Africa Sud-sahariana e Asia Sud-occidentale, estraneo di fatto a qualsiasi sistema di regolamentazione del lavoro internazionale. È un rapporto tra lavoratori migranti e sponsor locali che dà luogo a una serie di violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo e del migrante. Una pratica nota e comune in tutti i Paesi del Golfo, compresi Giordania e Libano, che sfrutta una interpretazione distorta e strumentale della pratica dell’adozione (la kafala) prevista dal diritto familiare islamico.

In tutta questa vicenda, di certo la politica italiana appare debole, prona, pronta a svendersi sul mercato del migliore offerente. Appare anche al di là del bene e del male la considerazione che in politica si debbano intrecciare relazioni di opportunità perfino con il demonio. Ragion per cui, anche se sul principe saudita Mohammed bin Salman pesa l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi – e presto la verità ce la diranno i file che la nuova direttrice della Cia Avril Haines ha promesso di desecretare –, ciò che più importa è il ruolo della monarchia dei Saud in funzione della crisi del Golfo. 

La politica è – machiavellicamente − il regno delle considerazioni dell’opportuno e del contingente, non necessariamente del giusto e dell’ingiusto. Questo lo si può anche non accettare ma lo si può facilmente comprendere. Peccato che, nel caso di Renzi, si sia trattato di una sovrapposizione di interessi di businnes personali ad interessi comuni nazionali, giustificabili solo se l’ex premier democratico adesso punti a un paio di opportunità che lo tengano fuori dal Parlamento italiano: o diventare Ceo della Saudi Aramco o di aziende saudite nazionali affini, lasciando la politica, o restare in politica ma aspirare al ruolo di segretario della Nato. 

E qui veniamo al nodo che vogliamo discutere, su cui sono state dette molte banalità: il solo punto sul quale Matteo Renzi – non sapremo mai con quanta consapevolezza, o solo perché lo senta ripetere da altri – non ha torto (anche se non ha completa ragione). È quando l’ex premier afferma che l’Arabia Saudita è un valido alleato sul piano del contrasto al terrorismo internazionale. Affermazione ripetuta durante un talk show su La7, come ospite intervistato. I fatti − palesi a chi conosca la regione e le differenze tra i rami della famiglia dei Saud, e le tensioni che si agitano nel Paese dagli anni Settanta in poi − dicono che sì, questa affermazione non è falsa, nonostante non sia totalmente vera. Lo vedremo meglio domani nella seconda parte dell’articolo. – (1. Continua)  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Matteo Renzi e Mohammed bin Salman sul palco virtuale della conferenza di Riyadh; al centro,  le bombe aeree Mk prodotte dalla Rvm Italia in Sardegna; in basso, bin Salman

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Laura Silvia Battaglia

Giornalista professionista freelance e documentarista, lavora come reporter in aree di crisi dal 2007 ed è conduttrice e autrice per Rai Radio 3. Specializzata in Medio Oriente, con particolare focus su Iraq e Yemen, ha lavorato dal 2012 al 2015 come corrispondente da Sanaa (Yemen) per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media. Collabora con media stranieri (The Washington Post, Al Jazeera English, Al Jazeera Arabic, TrtWorld, Cgtn, Rsi, Index on Censorship, The Fair Observer, Guernica Magazine, The Week India) e italiani (fra gli altri, Rainews24, Tg3 Agenda del Mondo, Sky Tg24, Tv2000, Radio Popolare, Radio in Blu, Radio24, Avvenire, La Stampa). Ha girato, autoprodotto e distribuito dieci documentari, tra i quali Yemen, nonostante la guerra, prodotto Ga&A nel 2019 e acquistato da Rai Doc, Zdf, Al Jazeera Arabic. Il film è uno spaccato nella vita dei civili yemeniti in guerra. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello Debole e Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna in diverse istituzioni italiane ed europee, compreso l’Istituto Reuters all’Università Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017), tradotto in quattro lingue