Israeliani e palestinesi: la sottile linea rossa tra oppressori e oppressi difficile da rimuovere 

Il conflitto israelo-palestinese, all’apparenza e sulla base dell’esperienza storica, dovrebbe essere facile da risolvere. Ci sono gli oppressori (israeliani) e gli oppressi (palestinesi) divisi da lingua, etnia, religione, identità nazionale, e prima o poi gli oppressi trionferanno. Ma non è così facile. Perché Israele non è una potenza coloniale: se dovesse lasciare il paese reclamato (a ragione) dai palestinesi non potrebbe tornare in un altrove che non esiste. Non vuole altro che la propria sicurezza. Ma non l’avrà finché non riconoscerà agli altri che vivono su quella terra lo stesso diritto, finché non ridarà ai palestinesi una parte almeno della terra che abitano per viverci in sicurezza e dignità, come loro


 L’analisi di STEFANO RIZZO / 

Guerre balcaniche per la liberazione dall’impero ottomano

A PRIMA VISTA SEMBRA facile: ci sono gli oppressi e ci sono gli oppressori. Gli oppressi vogliono la libertà, l’indipendenza, la dignità, una vita migliore. Gli oppressori non gliele vogliono dare, si sentono insicuri e hanno paura di perdere i loro privilegi. Prima o poi gli oppressi ottengono quello che vogliono, con le buone o con le cattive, e gli oppressori sono costretti a piegarsi. È successo innumerevoli volte negli ultimi due (almeno) secoli, con la Polonia, l’Italia, l’Ungheria, la Grecia che volevano l’indipendenza dai grandi imperi (asburgico, ottomano, russo) e i valorosi patrioti che lottavano, uccidevano e si facevano uccidere per ottenerla. Poi, nel Novecento, è stata la volta delle guerre dei popoli dell’Africa e dell’Asia per liberarsi dal giogo del colonialismo: anche lì stragi, rappresaglie, attentati (già allora chiamati terroristici) finché… è andata come è andata e dopo inenarrabili sofferenze le potenze coloniali europee hanno dovuto andarsene. Prima e dopo (e ancora oggi), in tutto il mondo, le lotte di una parte della popolazione contro i propri governanti autoritari, violenti e feroci che negano i diritti più elementari alla vita, alla libertà personale, ad un’esistenza dignitosa. 

Qualche volta a lottare contro l’oppressione è stata una parte della popolazione di etnia, lingua o religione diversa, qualche altra sono stati gli strati più poveri, qualche altra le due cose insieme. In queste lotte per la democrazia fino ad oggi i risultati sono stati misti: in alcune parti del mondo le cose sono andate meglio e sono nati regimi più o meno democratici e più o meno economicamente giusti, in altre le cose non sono cambiate che per un po’, in altre sono peggiorate. Nell’insieme i grandi imperi e le potenze coloniali di una volta sono stati battuti, mentre despoti e dittatori rimangono in abbondanza un po’ dappertutto. Anche il conflitto israelo-palestinese, all’apparenza e sulla base dell’esperienza storica, dovrebbe essere facile da risolvere. Ci sono gli oppressori (israeliani) e gli oppressi (palestinesi) divisi da lingua, etnia, religione, identità nazionale, e prima o poi gli oppressi trionferanno.

Una bambina palestinese fra le macerie di Gaza dopo gli ultimi bombardamenti

Eccetto che non è così facile. Perché Israele non è una potenza coloniale: se dovesse lasciare il paese reclamato (a ragione) dai palestinesi non potrebbero tornare in una madrepatria, in un altrove che non esiste − certo non in Europa dove sono stati massacrati di continuo e quasi sterminati del tutto. Israele non è neppure un impero multinazionale: è un piccolo paese grande come una regione italiana e se dovesse concedere l’indipendenza ai palestinesi che la reclamano, con tutto il territorio che alcuni di loro reclamano, non esisterebbe più. Israele non è neppure un paese dispotico retto da una feroce dittatura. Di dittature, con varie possibili gradazioni di ferocia, noi europei abbiamo qualche esperienza e possiamo affermare che il dispotismo di Israele nei confronti dei palestinesi impallidisce rispetto a quello, ancora abbastanza recente, degli inglesi nei confronti degli irlandesi, degli spagnoli nei confronti dei baschi, e dei vari fascismi, nazismi, franchismi. Questo per il passato. 

Per il presente, paragonare Israele ai despoti della regione (Medio Oriente, Africa) o dell’Asia (Myanmar per citarne uno) o dell’America latina (qui l’elenco sarebbe lunghissimo), che incarcerano, uccidono torturano gli oppositori e i diversi per etnia o religione − sarebbe risibile. Fin dalla sua nascita Israele si comporta in modo ignobile nei confronti della propria minoranza araba e ancor più nei confronti degli arabi dei territori che ha occupato militarmente. Ma Israele non è un dittatura. È un paese dove si svolgono libere elezioni, dove la stampa è libera e dove la magistratura esercita il controllo di legalità, e dove cittadini israeliani − ebrei e arabi − godono della protezione della legge (anche se i secondi in minor misura), e dove anche nei confronti dei palestinesi sotto occupazione esiste una qualche moderazione da parte del governo israeliano, almeno in confronto ad altre situazioni analoghe del passato e del presente.

Una delle rare manifestazioni per la pace con israeliani e palestinesi insieme

Quindi la situazione non è affatto semplice. Gli israeliani sono gli oppressori, i palestinesi sono gli oppressi − su questo non può esserci dubbio. La lotta dei palestinesi per l’indipendenza e per un trattamento dignitoso è destinata a continuare con Hamas o senza Hamas, con l’Autorità palestinese o senza. Se una generazione di palestinesi viene sconfitta saranno i giovani della generazione successiva a riprendere la lotta (come del resto è avvenuto). Anche la resistenza degli israeliani a concedere, o anche solo a riconoscere, ai palestinesi i loro diritti continuerà perché è motivata non dal desiderio di dominio, come nel caso di una potenza coloniale, ma dall’insicurezza, come di chi ha ragione di temere per la propria libertà; e dal fatto che quel popolo − gli ebrei − sono approdati, al termine di una storia millenaria di persecuzioni, all’ultima spiaggia, l’unica che possono chiamare loro. Anche se non lo era, era occupata da altri, ma con un atto di volontà, di disperazione collettiva è stata presa non per dominare su altri ma per vivere, e non verrà lasciata.

Israele non è un impero, non è una potenza coloniale, non è una dittatura. Non vuole altro che la propria sicurezza. Ma non potrà averla finché non riconoscerà agli altri che vivono su quella terra lo stesso diritto, finché non ridarà ai palestinesi una parte almeno della terra che abitano per viverci in sicurezza e dignità, come loro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)