Israeliani e palestinesi in conflitto permanente: sono conciliabili due cause giuste?

Anche nella drammatica crisi in corso, il manicheismo non è mancato: israeliani “assediati” e palestinesi ”colonizzati”. Ma il sentimento prevalente è una grande tristezza e una tacita solidarietà nei confronti di entrambi i popoli, ostaggi di classi dirigenti incapaci di compiere un “processo di pace” incostantemente perseguito. L’inversione di marcia nel 2000. Poi la simmetrica crisi delle forze del dialogo lascia il campo agli “opposti estremismi”. E il massacro di questi giorni è l’ultimo atto di una tragedia, cui non sono estranei gli interessi dell’industria degli armamenti. La memoria della Shoah oggi non può essere brandita da nessuno dei due popoli a giustificazione di scelte sbagliate delle loro classi dirigenti


L’analisi di LUCA ZEVI

LE NUMEROSE CRISI che hanno incendiato il Medio Oriente, a partire dalla guerra dei Sei Giorni, hanno polarizzato l’opinione pubblica internazionale fra sostenitori dello stato di Israele “assediato” da paesi o movimenti arabi ostili, da un lato, e degli stessi giovani stati e movimenti nazionali “vittime” di un processo di colonizzazione di matrice occidentale. Anche nella drammatica crisi in corso, l’approccio di stampo manicheista non è mancato. Ma, a me pare, questa volta il sentimento prevalente è una grande tristezza e una tacita solidarietà nei confronti di entrambi i popoli israeliano e palestinese vittime, in questo caso davvero, di classi dirigenti (l’una democraticamente eletta, l’altra “quasi”) incapaci di portare a compimento un “processo di pace” molto evocato ma incostantemente perseguito. Subito dopo la 

Una drammatica retromarcia. Se si volesse individuare un punto di inversione di marcia del faticoso cammino verso un mutuo riconoscimento fra stato di Israele e Autorità palestinese, avviato dagli accordi di Oslo, probabilmente lo si potrebbe collocare nell’anno 2000. In quell’anno Yasser Arafat, alla vigilia della sottoscrizione di un trattato di pace e di spartizione dei territori contesi con l’allora primo ministro israeliano Ehud Barak, chiede inopinatamente che venga inserito nel testo il diritto al “ritorno” in Israele dei profughi palestinesi della prima guerra arabo-israeliana del 1948. Una richiesta che fa naufragare all’istante una trattativa faticosamente portata avanti nel corso di più di un decennio.

28 settembre 2000, Ariel Sharon sul Monte del Tempio per gli israeliani, la spianata delle Moschee per i palestinesi

Quel “gran rifiuto” conduce inevitabilmente al crollo della classe dirigente laburista israeliana, che fra mille incertezze e difficoltà aveva puntato sulla pace, e all’affermazione delle forze più oltranziste. Queste forze, vinte le elezioni, non mancheranno di farsi riconoscere come tali attraverso la “passeggiata” sulla spianata delle moschee da parte del neo-primo ministro israeliano Ariel Sharon. Un’iniziativa che puntualmente non manca di far esplodere la reazione palestinese con lo scatenamento della seconda intifada, frutto della radicalizzazione prodotta anche dal recente affossamento del processo di pace. Tale affossamento porta infatti alla luce il malcontento accumulato a fronte di una classe dirigente corrotta e accaparratrice, quella dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), che non è stata capace di cogliere la storica occasione di condurre il popolo palestinese all’agognata indipendenza nazionale. 

Sulle ceneri del movimento di Yasser Arafat – che scomparirà nel 2004 dopo un’agonia “prolungata” artificialmente fino al raggiungimento dell’accordo fra familiari e commilitoni sulla spartizione dell’ingente “tesoro” accumulato e gelosamente gestito dal defunto leader – si è andata rafforzando una galassia fondamentalista all’interno della quale si afferma progressivamente l’egemonia di Hamas. 

Fronteggiamento tra palestinesi e soldati israeliani nei territori occupati

Una tragica spirale. La drammatica e simmetrica crisi delle forze del dialogo lascia dunque campo libero agli “opposti estremismi” dei due popoli, che danno avvio a una perversa dinamica: moltiplicazione degli insediamenti ebraici nei territori assegnati all’Autorità palestinese, rendendo progressivamente impraticabile la prevista spartizione dei territori in due stati indipendenti; reazione violenta da parte palestinese, con la progressiva metamorfosi da movimento di liberazione nazionale di massa a coacervo di milizie armate che, a seguito del pur virtuoso abbandono della striscia di Gaza da parte di Israele, vede trasformarsi quella sottile lingua di terra in base militare per il lancio di razzi sulla popolazione civile dello stato ebraico; durissima repressione della rivolta, e poi della “guerra a distanza”, da parte dell’esercito israeliano.

Il massacro cui siamo assistendo in questi giorni non è che l’ultimo (per adesso) atto di una tragedia, cui non sono certamente estranei gli interessi dell’industria degli armamenti, che in ogni esplosione del conflitto trova una preziosa occasione per rifornire gli arsenali di entrambi i contendenti, “provvidenzialmente” sguarniti dagli spargimenti di sangue che si susseguono implacabilmente a intervalli ormai quasi “regolari”. Come uscire da questa tragica spirale? Anzitutto non è scontato che ormai sia possibile uscirne, soprattutto a fronte di un contesto internazionale sempre meno interessato alla composizione dei conflitti e sempre più mirato ai “profitti di guerra”.

Qualunque soluzione, se vi sarà, non potrà che procedere dal riconoscimento, da parte di entrambi i contendenti, dell’essere ciascuno dei due portatore di quella che Amos Oz chiamava “una causa giusta”. Il popolo ebraico, dopo la Shoah, aveva diritto alla costituzione di uno stato nella terra da cui è scaturita la sua cultura plurimillenaria e alla quale ha continuato a guardare con struggente nostalgia nel corso di due millenni di diaspora. Il popolo palestinese non può continuare a negare questo diritto se vuole affacciarsi sulla scena della storia come soggetto responsabile.

Confini contesi tra soldati israeliani e palestinesi in Cisgiordania

Analogamente però il popolo israeliano non può non prendere atto che l’esercizio del suo diritto all’indipendenza nazionale ha comportato un danno per un altro popolo, che non aveva contribuito (quantomeno direttamente) allo sterminio degli ebrei europei; nella disgrazia il popolo palestinese non ha trovato alcuna reale solidarietà da parte dei suoi “fratelli arabi”, così come gli ebrei sterminati non l’avevano trovata, nel corso della seconda guerra mondiale, da parte dei loro “fratelli europei”; di questo danno Israele deve farsi carico, cercando di addivenire a una soluzione capace di garantire tanto la sopravvivenza dello stato di Israele entro confini sicuri e riconosciuti, quanto un risarcimento delle sofferenze involontariamente inflitte al popolo palestinese dal suo processo di liberazione nazionale.

Quello che entrambi i popoli hanno subìto, in altri termini, ha conferito a ciascuno di essi dei diritti, ma come sempre anche dei doveri. La memoria della Shoah, da questo punto di vista, non può essere brandita da nessuno dei due popoli a giustificazione di scelte sbagliate, ma deve fungere da lezione volta alla costruzione di un mondo nel quale i diritti di tutti gli individui e di tutti i popoli – e quindi anche di quelli israeliano e palestinese – vengano riconosciuti e rispettati. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Architetto e urbanista. Esperto in rivitalizzazione di centri storici e restauro di edifici antichi Progettista del Memoriale ai caduti del bombardamento di San Lorenzo del 16 luglio 1943 e del Museo Nazionale della Shoah a Roma, nonché del Museo della Memoria e dell’Accoglienza e del Centro espositivo nell’ex-convento di S. Antonio a Nardò. Direttore scientifico del Nuovissimo Manuale dell’Architetto e del Manuale del Restauro Architettonico per la Mancosu Editore. Autore del volume Conservazione dell’Avvenire per le edizioni Quodlibet. Curatore del Padiglione Italia alla XVIII Biennale Internazionale di Architettura di Venezia del 2012. Vice-presidente dell’Istituto Nazionale di Architettura (Inarch) dal 2018, fondatore e presidente dell’associazione Tevereterno onlus dal 2014 al 2021, presidente della Commissione sull’architettura penitenziaria del Ministero della Giustizia