Israele e “re Bibi” verso le quinte elezioni in due anni (e riparte anche il processo)

C’è chi lo chiama “Netanyahu quinto” perché cinque sono stati i governi da lui presieduti. Non è solo un’ammirazione dal sapore dinastico; in molti non sopportano più la sua presenza sempre più ingombrante: anche questi lo chiamano Bibi perché è più sbrigativo. Oggi le alternative a Netanyahu sono anche troppe. Però nessuna lo è abbastanza per prescindere da una coalizione con il Likud. Come per le precedenti elezioni, può essere necessaria di nuovo una coalizione delle destre e dei partitini religiosi meno radicali. Di essa, com’è già successo nel 2020, potrebbe far parte quel che resta del Labour


L’analisi di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Incipit n. 1: Alla confluenza dei tre più vecchi continenti del mondo, Africa, Asia ed Europa, in una regione lontana ma non tanto e neanche troppo vicina, chiamata Israele, c’era una volta…un re, diranno gli affezionati lettori di italialibera.online? Ebbene sì, c’era e c’è ancora una specie di re che, per una serie di ragioni troppo complicate da esaminare qui e adesso, si fa chiamare presidente. Ha per nome di famiglia Netanyahu e come primo nome Benjamin; però molti lo chiamano Bibi, re Bibi V.

Incipit n. 2: Circa 73 anni fa, era la primavera del 1948, dopo una diaspora che andava avanti da quasi 3.000 anni e passando per ogni sorta di tragiche vicissitudini, l’ultima delle quali, la Shoah, è rimasta a simbolo della peggiore nefandezza mai compiuta da uomini verso loro simili, gli ebrei vedevano finalmente la nascita del loro Stato, Israele, a coronamento di un ideale, quello sionista, che aveva avuto il contributo non esclusivo ma largamente maggioritario e fondamentale del partito socialista, che poi si sarebbe chiamato laburista. 

Per tracciare, anche in modo sintetico, un quadro politico di Israele, entrambi questi approcci, che pure contengono una parte di verità, sono lontani dal rappresentarla. Proviamo a vedere perché. 

Capo del governo a maggioranza Likud, destra nazionalista e ultraliberista, per complessivi 14 anni, Netanyahu, dal 2009 premier senza interruzione, ha battuto il record di permanenza alla testa dell’esecutivo. Per questo c’è chi lo chiama “re Bibi”, “quinto” perché cinque sono stati i governi da lui presieduti. L’appellativo non mostra solo un’ammirazione dal sapore dinastico. Ormai sono in molti a non sopportare più la sua presenza, che da costante che era si va facendo sempre più ingombrante. Anche questi lo chiamano Bibi; non per affetto, semplicemente perché è più sbrigativo. 

A differenza di 15 anni fa, quando per la destra era necessario concentrare le preferenze in una figura carismatica, per non rischiare il ritorno della sinistra riformista che non aveva saputo rinnovarsi al passo con i tempi, oggi le alternative a Bibi e alla sua figura atticciata dall’aria tracotante, sono anche troppe. Però nessuna abbastanza consolidata per prescindere da una coalizione con il Likud. Che il mese scorso alle ultime elezioni, le quarte in meno di due anni, ha subito un calo, pur confermandosi partito principale, con 30 seggi alla Knesset, dove per governare ne servono almeno 61. 

Ormai, e qui si vede come una mezza verità (nel secondo incipit) può rivelarsi più ingannevole di una falsità totale, il rischio è che, come è avvenuto per le precedenti elezioni, si possa rendere necessaria nuovamente una coalizione delle destre e dei partitini religiosi meno radicali. Di essa, com’è già successo nel 2020, potrebbe nuovamente fare parte l’oppositore storico, il povero avanzo del labour. Questo, per scongiurare un’aggregazione del Likud con le ali estreme delle destre sia religiose che laiche, oppure, incredibile dictu, con una lista araba islamista, la quale altrimenti (a dimostrazione che gli opposti spesso coincidono) potrebbe allearsi addirittura con una lista ultraortodossa e ultranazionalista ebraica, nell’unico comune odio ai movimenti Lgbt. Come dire un’alleanza tra il diavolo e l’acqua santa, là dove il difficile sarebbe stabilire chi sia l’uno e chi l’altra.

Posto che almeno in una o due generazioni ben difficilmente, in Israele, si produrrà un ritorno della sinistra, anche per la morte di tutti i leader storici laburisti seguiti ai “padri” fondatori, forse il vero rinnovamento potrebbe essere in un cambio di leadership del Likud. In teoria i presupposti ci sono: il 5 aprile è ripreso presso il tribunale di Gerusalemme il processo a Netanyahu, che deve rispondere dell’accusa di corruzione, frode e abuso di potere. La detronizzazione di re Bibi potrebbe essere vicina. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Carlo Giacobbe

Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio