Iran, due omicidi eccellenti in pochi giorni: l’entropia mediorientale nel dopo Trump

L’uccisione del  fisico di punta del programma nucleare Mohsen Fakhrizadeh e del Muslim Shahdan capo dei pasdaran iraniani: obiettivi congiunti di Washington e Gerusalemme? Lo fa pensare l’alta tecnologia militare utilizzata e una specie di patto scellerato tra il presidente americano Trump e il premier israeliano Netanyahu. Cambierà qualcosa con la presidenza di Joe Biden?


L’analisi di CARLO GIACOBBE

Oggi più di ieri, e probabilmente meno di domani, delineare con ragionevole plausibilità analisi o scenari in Medio Oriente equivale a lanciarsi in un entropico gioco di bussolotti, dato il grande numero di variabili in combinazione tra di loro. A dimostrazione di questo, conviene partire dagli ultimi accadimenti di questi giorni, ossia l’uccisione degli iraniani Mohsen Fakhrizadeh e Muslim Shahdan, rispettivamente fisico di punta del programma nucleare e capo dei pasdaran, i potentissimi Guardiani della rivoluzione, nella zona di confine tra Siria e Iraq, dove Teheran esercita la sua maggior ingerenza. 

Per l’elevato livello degli obiettivi (soprattutto Fakhrizadeh) e le tecniche usate − un compendio dello stato dell’arte della tecnologia militare, con droni, veicoli senza piloti, bombe intelligenti e armi automatiche “robotizzate” – tutti gli analisti e i commentatori del mondo (eccetto quelli che hanno preferito tacere) hanno unanimemente attribuito la responsabilità sia politica che operativa a uno sforzo congiunto tra Washington e Gerusalemme. E con altissima probabilità, per non dire certezza, è stato così. Un secondo commento, non altrettanto condiviso, è stato che l’azione contro questi esponenti militari iraniani è scaturita da una specie di “patto scellerato” tra il presidente americano Donald Trump e quello israeliano Benjamin Netanyahu. I quali, per motivi diversi ma coincidenti nelle intenzioni, hanno interesse a ridimensionare fortemente le mire dell’Iran a svolgere il ruolo di protagonista in quel quadrante. Anche qui, tutto molto plausibile e, si direbbe, quasi ovvio.  

Altrettanto ovvie, naturalmente, sono state le reazioni registrate negli ambienti cosiddetti progressisti statunitensi, israeliani e in genere occidentali; specie in Europa e, segnatamente, per quanto ci riguarda, in Italia. Molti, con apparente e soave candore, si sono chiesti che cosa sarebbe successo se un cyber commando iraniano avesse assassinato comandanti militari o scienziati in territorio israeliano. Pur dovendosi riconoscere che quelli di Fakhrizadeh e Shahdan sono stati né più né meno che due assassinii di stato e al netto di ogni considerazione di ordine etico-legalistico, è però evidente che un parallelismo del genere è improponibile. Basti pensare alle scaturigini dell’odio che Usa e Iran hanno l’uno per l’altro. 

Nel 1980, l’anno dopo la rivoluzione che in Iran portò alla cacciata del più importante alleato degli Usa in Medio Oriente, lo Scià Reza Pahlavi, e all’istituzione della repubblica islamica, le forze speciali americane subirono il più grave scacco della loro storia. Tentavano di liberare 53 dipendenti dell’ambasciata statunitense a Teheran, tenuti da mesi in ostaggio dal regime, in violazione di qualsiasi principio condiviso dalla prassi diplomatica. Da allora, sono passati 40 anni, nessuna amministrazione Usa, repubblicana o democratica, ha mai escluso di volersi rifare, non appena le circostanze geopolitiche lo consentissero. Sempre in chiave anti iraniana, del resto, prima della dissennata invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, che nel 1991 portò alla prima guerra del Golfo, Washington aveva deciso di armare massicciamente l’Iraq, che contendeva agli ayatollah il controllo dell’area. 

A tale scenario, oggi, vanno aggiunte molte altre variabili. Una è quella che per una bizzarra simmetria della storia sembra legare i destini politico giudiziari di Trump e Natanyahu, entrambi a rischio di una serie di processi, ai quali potrebbe dare la stura la fine delle reciproche presidenze. Una azione bellica su vasta scala contro l’arcinemico di Teheran avrebbe forse aiutato a far risalire le quotazioni di entrambi in patria, senza grande pregiudizio del loro prestigio sulla scena internazionale, che già da tempo li ritiene due figure nel complesso negative. Ciò, relativamente agli Usa, nonostante che la maggioranza degli analisti ritengano che il democratico Joe Biden non si discosterà troppo dalla linea seguita dal suo predecessore repubblicano, confermando l’alleanza “acritica” con lo storico amico israeliano, con il quale, durante l’amministrazione Obama di cui Biden era il vicepresidente, i rapporti erano stati tutt’altro che idilliaci.  

Un altro elemento che aggiunge confusione a incertezza è il ruolo della Turchia di Erdogan, che dopo aver rinunciato a perseguire un avvicinamento con l’Europa in vista addirittura di una futura integrazione con l’Ue – mossa impossibile per un leader legato a un partito di ispirazione islamica e dunque inconciliabile con i valori occidentali – adesso persegue anche lui sogni egemonici; per esempio anche in chiave anti egiziana, mediante un appoggio piuttosto scoperto al movimento dei Fratelli Musulmani. E questi, così come fecero nel 1981 con l’attentato costato la vita al presidente Anwar Sadat, rappresentano una minaccia costante per l’attuale rais Abd al-Fattah al-Sisi, che infatti esercita contro di loro una durissima quanto dal suo punto di vista motivata repressione. Malgrado ciò, Sisi non può non tenere conto della contingente radicalizzazione islamica, e seguita a mantenere gelidamente le distanze da Israele, con cui l’Egitto fu il primo Paese arabo a firmare un accordo di pace.  

Forse, per assurdo che possa apparire, due nuove leadership, quella Usa, imminente, e israeliana, per molti quanto mai auspicabile, potrebbero concepire quello a cui, anche per tornaconto politico personale, Trump e Netanyahu non sono stati in grado di dare una lettura diversa e dalle più ampie prospettive. Le insanabili divisioni tra l’Iran shiita (orgogliosamente di stirpe giapetica, egemonico in Iraq, Siria e Libano ) e il resto dei Paesi mediorientali di religione islamica ma appartenenti al mainstream sunnita (e altrettanto orgogliosamente fieri dell’origine araba e quindi semitica) potrebbero garantire ancora a lungo quel dissidio tra musulmani che per Israele e per gli Stati Uniti, unica superpotenza planetaria, sono una paradossale garanzia rispettivamente di sopravvivenza e di mantenimento dello status quo. ◆

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Foto: sotto il titolo, drone militare in azione; in alto, l’auto su cui viaggiava Fakhrizadeh; in basso, l’auto su cui è stato ucciso Muslim Shahdan

About Author

Carlo Giacobbe

Nato a Roma, divide la sua vita tra la capitale italiana e Lisbona. Poliglotta, tra le sue passioni ha la musica, avendo studiato canto classico (da basso), anche se adesso si dedica soprattutto al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, oltre al Fado di Coimbra. Autore di saggi e traduzioni dall’inglese e dal portoghese, per alcuni anni ha insegnato quest’ultima lingua alla Sapienza, sua antica alma mater. Per l’Ansa ha vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Tra le altre passioni, non tutte confessabili, c’è il biliardo. In questi giorni è in uscita “100 sonétti ‘n po’ scorètti” una sua raccolta di versi romaneschi. È sposato con Claudia e papà di Viola e Giulio.