Il tè del giovedì nell’Ospedale della Misericordia. Una esperienza-pilota di medicina del territorio in Emilia oggi in pericolo

È stato costruito da Federico dei Rossi dopo la peste del 1630. Quattro secoli di onorato servizio, riconvertito dodici anni fa in una casa per la salute della comunità di San Secondo Parmense. Ha retto bene la prima ondata del Covid 19ma la struttura-modello viene ora fagocitata dalla nuova peste del terzo millennio. Con una decisione miope imposta dall’alto


di PAOLO SCARPA

 ⚈ Nel 1630 l’Europa si trova nel pieno della peste. Da un primo focolaio individuato dai medici nel mercatino di Markt Platz a Lindau in bassa Baviera, il morbo ha iniziato subdolamente a viaggiare, veicolato dalle milizie impegnate nella guerra dei Trent’anni, fino a che l’epidemia esplode a Milano, da cui si diffonde in tutta Italia. Manzoni studiò i testi originali di quegli anni e li rielaborò, raccontando un 1630 di caccia all’untore, onnipotenti Tribunali della Sanità, Lazzaretti, moti di piazza, autocrati impegnati a reprimere e a confinare, senza sapere curare, con la povera gente disperata tra paure convergenti di malattia e miseria. Manzoni raccontò il Seicento per parlare della propria epoca. Oggi sappiamo che parlò anche della nostra.

Inizia da lontano, proprio in quel 1630 la storia della Casa della salute di San Secondo, cittadina della bassa padana tra Parma e Piacenza. Signore del posto è Federico dei Rossi, erede di una famiglia vicina agli Sforza e ai Gonzaga, imparentato persino con il Cardinale Borromeo. Federico, di fronte alla peste, decide la costruzione di un Ospedale della Misericordia per malati e bisognosi, che verrà ultimato solo qualche decennio dopo la sua morte e ancora oggi si conserva come un piccolo gioiello di architettura ospedaliera del tardo seicento.

A partire dal Settecento l’ospedale svolge con continuità la propria funzione, adattandosi ai tempi, senza stravolgere l’organismo edilizio originario, con reparti di medicina, chirurgia, ambulatori. Poi, dal 2002, le esigenze di accorpamento portano a dismettere via via i vari reparti, decretandone la fine. Rimane l’edificio, la sua architettura, rimangono alcuni ambulatori medici, ma l’ospedale è ormai una scatola vuota.

Nel 2008 si apre una nuova prospettiva: dare vita all’interno dell’antico ospedale a un esperimento pilota di presidio medico territoriale, una “Casa della Salute”, con un “Ospedale di comunità” dove “casa” evoca accoglienza e per “comunità” (olivettiana) si sottintende partecipazione, condivisione, solidarietà. L’Azienda sanitaria locale ci crede e inizia così l’esperienza: Paolo Maria Rodelli viene chiamato a coordinare un gruppo di cinque medici di base, che si costituiscono in una “medicina di gruppo” (evoluzione della figura del medico di famiglia che opera in forma singola), integrata con servizi di medicina specialistica e l’Ospedale di comunità, capace di lavorare h 24, sette giorni su sette, con una trentina di letti destinati a ricoveri residenziali (patologie minori, patologie croniche). Si apre in parallelo una collaborazione continuativa con la Jefferson University di Philadelphia che approfondisce l’esperienza come caso di studio.

La Casa della Salute diventa così un riferimento per la comunità, coinvolge nelle proprie attività le associazioni di volontariato, promuove divulgazione scientifica e culturale, con i “Tè del giovedì”, conversazioni molto british, davanti a tè e pasticcini, nell’antica biblioteca dell’Ospedale. Solo il Covid è riuscito mandare a monte questo appuntamento.

A dodici anni dalla sua inaugurazione, gli operatori, anche quelli estranei all’esperienza, sembrano concordi in un giudizio positivo sulla Casa: gli effetti tangibili sono stati la diminuzione del numero di ricoveri, l’alleggerimento della spesa per le prescrizioni farmacologiche e soprattutto una migliore assistenza generale per le persone. Si è invece interrotta la collaborazione con la Jefferson University e, parlando con gli addetti del settore, si percepisce un maggiore irrigidimento burocratico dei meccanismi relazionali interni. Ma, pur se qualcosa dell’entusiasmo iniziale si è probabilmente smarrito, la Casa di San Secondo conserva consenso.

Nel 2020 la prima ondata pandemica di Covid19 colpisce anche questa parte d’Italia; tra marzo e aprile a Parma e Piacenza muoiono circa 2.000 persone (963 decessi per Covid a Piacenza e 920 a Parma). Le Aziende provinciali territoriali vanno in crisi. L’Azienda Sanitaria di Parma viene persino commissariata senza tante spiegazioni, alla fine di marzo, in piena pandemia. Solo il 15 agosto la stessa Azienda renderà noto che la contabilità dei morti Covid a Parma a maggio era sbagliata, e erano sfuggiti 120 decessi, poi riconteggiati. Eppure, anche nel marasma della prima ondata, le attività dell’Ospedale di comunità e della Casa della Salute di San Secondo rimangono sempre rispettate, preservandone la piena funzionalità.

Con la seconda ondata di ottobre-novembre, che sino ad oggi nell’Emilia occidentale è stata decisamente meno impattante, l’Azienda sanitaria provinciale di Parma decide invece di utilizzare tutto l’ospedale di comunità di San Secondo, sottraendolo all’uso per cui è sorto, destinandolo integralmente a degenza di malati non gravi Covid qui trasferiti da altri ospedali. Di fronte a una decisione d’imperio, la comunità locale non gradisce, la Giunta comunale insorge per una scelta che mutila la Casa della salute per un periodo indefinito. È necessario questo sacrificio, dal momento che con la prima ondata se ne è potuto fare a meno?

Il paradosso è che l’ospedale nato nel 1630 per fare fronte alla peste, convertito quattro secoli dopo con straordinaria capacità di innovazione in una casa aperta per la salute di un’intera comunità, viene ora fagocitato dalla nuova peste del terzo millennio per decisioni imposte dall’alto. L’esperienza della Casa di San Secondo non si interrompe certamente qui, la medicina di gruppo e i servizi specialistici vanno avanti, anche se alla Casa è stato sottratto l’Ospedale di Comunità. 

Resta soprattutto intatta tutta l’importanza di un presidio di sanità territoriale pubblica di qualità. Piuttosto che annichilito, dovrebbe semmai essere ulteriormente aiutato e lasciato libero di crescere: è la lezione prima che abbiamo imparato in questi mesi orribili. L’atto compiuto dalla Asl di Parma sulla struttura-modello di San Secondo è molto grave. E, praticamente, smantella una delle esperienze più innovative e più utili per “ricostruire” a livello territoriale la medicina di base distrutta da Maroni Bobo & C. Ci pensi seriamente anche Bonaccini e magari qualche altro. 

L’Ospedale di comunità di San Secondo, il modello emiliano e il primato del pubblico sul privato

(Pa.Sca.) − Il contesto politico, in cui nasce l’esperimento pilota di San Secondo del 2008, è quello della Regione Emilia Romagna di centro sinistra presieduta da Vasco Errani, la cui narrazione ha come propria cifra distintiva il primato del pubblico rispetto al privato. Il modello emiliano viene contrapposto idealmente a quello lombardo di Formigoni e al suo liberismo imperfetto. Nelle gestioni politiche successive esso tenderà a contaminarsi, a seguito di sistematiche esternalizzazioni e convenzioni, con privati e con la cooperazione, diventando di fatto meno distinguibile rispetto a quello lombardo, senza peraltro disporre delle medesime eccellenze ospedaliere. 

Ma nel 2008 quel modello figurava ancora culturalmente solido. Assessore alla sanità era Giovanni Bissoni, architetto romagnolo di Cesenatico, che poi diventerà manager del sistema sanitario (lavorerà in seguito tra l’altro per la Regione Lazio, per l’Autorità nazionale sui farmaci). Bissoni nel 2010 istituzionalizzerà il concetto di casa della Casa della Salute, promuovendone l’apertura in tutta la regione.
Le sue linee guida sono una traccia precisa, quasi pignola su come debbano essere organizzate. A fianco di indicazioni che regolano persino la cartellonistica interna, i principi istitutivi della Casa della salute sono declinati approfonditamente, pensando alla Casa come luogo di integrazione tra cura, prevenzione, società, volontariato, informazione dei cittadini.

Le case della salute nascono prevalentemente su iniziativa delle aziende locali. Fanno molta più fatica i progetti promossi “dal basso” di medicina di gruppo che pure esistono e premono per il proprio riconoscimento, che non sia solo formale e di facciata. La paura di perdere il controllo politico delle operazioni sembra ancora più forte della volontà di innovazione. Oggi le case della salute costituiscono l’ossatura del sistema sanitario territoriale regionale per i cosiddetti nuclei di cura primaria (piccoli sistemi territoriali, interni alle città o formati da più comuni). In tutta la regione ne funzionano 120, che impegnano a tempo pieno 500 Medici di medicina generale, oltre a circa mille operatori sanitari.

Paolo Scarpa, ingegnere, laureato all’Università di Genova nel 1983, vive e lavora a Parma. Si dedica all’analisi della città e del governo del territorio, ha diretto sino al 2017 l’associazione culturale “Il Borgo”, con cui ha coordinato vari studi in collaborazione con l’Università di Parma e ha dato vita nel 2014 a una scuola di politica per giovani, tutt’ora attiva. È stato editorialista della rivista “il Nuovo di Parma” dal 2010 al 2013, ha pubblicato articoli di urbanistica su “il manifesto” e “il Giornale dell’Architettura”. Pubblicazioni (curatore, autore): Città e comunità, contributi per un futuro sostenibile, pubblicazioni il Borgo, anno 2011; Una gestione sostenibile dei rifiuti (autori vari, curatore ed autore), pubblicazioni Il Borgo 2013; Viaggio in Italia (curatore G. Bevilacqua, autore capitolo su Parma), 2017, Edizioni Il Manifesto; Laboratorio Emilia (studi per l’Area vasta), anno 2016 pubblicazioni il Borgo; Ripensare la Giustizia, via per il bene comune (co-autore) Edizioni Comunione e Diritto anno 2016

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