Il Sud scoppia di disperazione e i mestatori sono all’opera

Il Sud scoppia di disperazione e i mestatori sono all’opera. A dar fuoco ai cassonetti della spazzatura sono i soliti avanzi di galera di neofascisti e ultras adusi a menare le mani. Un disegno eversivo che fa leva sulla precarietà e la disperazione sociale non solo nel Mezzogiorno. Lo Stato risarcisca chi chiude per salvarci la pelle: in  proporzione a quanto hanno dichiarato finora al fisco. Per restare una società coesa e solidale. E difendere la nostra democrazia


 L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

 Tanto tuonò che piovve. La tempesta non è arrivata subito, come temuto in primavera. Ora è qui, sopra il nostro capo. L’«atto eversivo» − chiamiamolo col suo vero nome, come ha fatto ieri Marco Minniti − è stato tentato a Napoli venerdì sera, con la miscela di ristoratori disperati, spacciatori assatanati, ultras allenati a menare le mani sempre e ovunque. La sera prima, giovedì, gli stessi ingredienti erano in agitazione a Milano sotto il palazzo della Regione Lombardia, seppure senza dar fuoco ai cassonetti della spazzatura. La sera dopo, domenica, i cassonetti sono andati in fiamme nell’altra adunata di Piazza del Popolo a Roma. In testa i soliti avanzi di galera neofascisti e ultrà degli stadi, infiltrati da camorristi e ‘ndranghetisti dell’economia notturna illegale.

Che ci sia una regia politica è bene evidente. Lo capiamo subito se facciamo parlare i fatti, raccolti dai cronisti che consumano ancora le scarpe sui marciapiedi, come si dovrebbe fare sempre prima di scrivere. Racconta Tiziana Cozzi sulla pagina di Repubblica a Napoli, riportando la voce del presidente di Confesercenti: «Quelli che hanno preso a botte i poliziotti non sono imprenditori, sono delinquenti che creano disagi ai cittadini e alle imprese»; «Nulla a che vedere con i commercianti; è gente che ‛commercia’ altro e subirebbe un calo di fatturato con il lockdown», aggiunge il rappresentante del consorzio Toledo-Spaccanapoli, cuore dello shopping nel centro città.

Per proteggere la salute di tutti e il reddito di chi perde il lavoro o vive nell’incertezza della precarietà, la risposta delle istituzioni non può che essere una soltanto. Risarcire chi subisce il danno in proporzione alle perdite effettive. Ed è questo il punto politico vero, per cercare di essere ancora una società coesa. I risarcimenti per commercianti, ristoratori e addetti all’intrattenimento in questa seconda ondata non possono più essere dati a pioggia. Il premier Conte ieri ha detto che tutto avverrà tempestivamente, con accredito bancario diretto. Bene. Da più di un anno le fatture e gli scontrini elettronici consegnano i dati degli incassi ogni giorno all’Agenzia delle entrate che − nel nostro caso − è chiamata a staccare l’assegno di risarcimento. Un click sul computer centrale e il conto è fatto. Si mette fine, così, alle furbate di chi, davanti alle telecamere, dichiara perdite di migliaia di euro al giorno, ma al fisco dichiara se va bene un decimo di quanto afferma di aver perduto. 

Sembra facile ma da noi non lo è affatto. L’altra sera in Tv, questo principio sacrosanto − il risarcimento rapportato al reddito dichiarato, e quindi mancato − lo esprimeva Pierluigi Bersani. Quasi a mezza bocca, però, per timore delle prevedibili reazioni dei partner di governo. Eppure altre scelte sarebbero inaccettabili. Dando un poco a tutti, senza proporzionalità e senso di giustizia, rinunceremmo a mettere a posto qualcosa anche nell’uso delle nostre risorse finanziarie. Quelle in arrivo sono quasi tutte a prestito. Potremo restituirle, a suo tempo, avendo provato a correggere almeno i meccanismi fiscali. Con cui paghiamo la tutela sanitaria universale anche di chi evade, elude o vive nella precarietà.

Dobbiamo saperlo. Chi scuote rovinosamente l’albero della protesta violenta − non solo in Campania e nel Sud che scoppia di disperazione − è l’estrema destra eversiva; chi si candida a raccoglierne i frutti sono i soliti noti: negazionisti e agitatori da strapazzo della “rivoluzione liberale” alle vongole. Quelli che, in questa pandemia, non ne hanno azzeccata una manco per sbaglio. E denunciano a ogni pie’ sospinto fantomatiche “dittature sanitarie”. Se ne rendano conto, anzitutto, governatori battutisti con l’occhio torvo puntato alla telecamera e sindaci capipopolo stravaccati negli studi televisivi mentre la loro città e la loro regione è in fiamme. Inerti nell’organizzazione di trasporti pubblici e medicina del territorio, onnipresenti nei talk show a reti unificate. Un’altra tragedia − contagiosa pure questa − della nostra pandemia. ◆

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Igor Staglianò

Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Cura gli approfondimenti sui temi dei beni culturali, dello sviluppo sostenibile e della tutela del territorio, realizzando oltre mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico. Ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia. Ha collaborato, fra l'altro, con le pagine di scienza e ambiente di "Panorama" diretto da Claudio Rinaldi. Per la casa editrice Rosenberg & Sellier ha curato, con Guglielmo Ragozzino, "Il conto del tempo", una riflessione a più voci sulla rivoluzione informatica alla Fiat e alla Olivetti negli anni Settanta del Novecento. Ha pubblicato saggi sulle innovazioni tecnologiche nei processi produttivi e sulla democrazia nell'era atomica.