Il primo museo della Shoah della Penisola iberica inaugurato a Porto, la città “Invincibile”

Apre oggi in Portogallo il Museo dell’Olocausto: ripercorre la storia degli ebrei della diaspora prima del nazismo, fa il punto sulla presenza degli ebrei nello Stato di Israele e fuori di esso. Centrale la parte dedicata ai campi di concentramento e di sterminio, con ricostruzioni di luoghi particolarmente emblematici della barbarie nazifascista. Ospiterà mostre tematiche in collaborazione con altre istituzioni in varie città del mondo. Con il patrocinio di famiglie ebraiche portoghesi, che ebbero i loro familiari periti nei “campi”, il museo prevede ogni anno la visita di circa diecimila studenti di ogni ordine scolastico, lo stesso numero dei visitatori della sinagoga di Porto prima della pandemia


di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ A Porto, seconda città del Portogallo e principale polo industriale e finanziario del paese, oggi si apre ufficialmente il primo Museo dell’Olocausto della penisola iberica. Il museo sarà inaugurato nella zona di Campo Alegre, un quartiere in pieno centro della “Invincibile”, come si designa un po’ retoricamente ma non senza motivo la città, con riferimento alla vittoriosa e definitiva resistenza opposta prima ai Mori, nel nono secolo, e – quasi un millennio dopo, al tempo delle “Guerre liberali” – alla sconfitta inflitta alle forze assolutiste dei miguelisti, che avevano cinto Porto di un inutile assedio durato oltre due anni.

Oggi, secondo stime ufficiose, in Portogallo vivono alcune centinaia di cittadini di religione ebraica, circa 300 a Lisbona e 150 a Porto. Appena una reminiscenza dei tempi gloriosi dell’epoca delle scoperte, nei secoli XIV e XV e in parte XVI, quando il paese lusitano ebbe la supremazia nella navigazione che portò alle grandi imprese marinare. Gli ebrei, al tempo, erano in molti settori della società lusitana. Banchieri e commercianti, naturalmente marinai, cartografi e studiosi, tra i quali biblisti e talmudisti. Molti tecnici dei metalli e fonditori, impiegati soprattutto nelle reali fabbriche di armi e negli arsenali. Particolarmente numerosi erano i commercianti lanieri, molti dei quali abitanti nella zona di Covilhã, una città montana presso la Serra d’Estrela. 

Ancora negli anni Trenta del secolo scorso, sebbene il loro numero fosse drasticamente calato con la dittatura salazariana, sopravvivevano in quell’area parecchie famiglie di cripto-ebrei, ricordo dell’espulsione avvenuta nel 1496 a seguito dell’analogo provvedimento adottato in Spagna nel 1492. Forse di lanieri non ce ne sono più, ma alcuni di loro sono rimasti in quel settore e fanno i venditori ambulanti in fiere e mercati itineranti che girano il Portogallo. Nessuno li chiama più “marrani” e non hanno certo bisogno di celare a nessuno la propria identità ebraica, ma, per una strana forma di attaccamento alla tradizione, preferiscono restare segretamente “giudei”, anche se non hanno più motivo di professare un cristianesimo solo di facciata. Un censimento effettivo degli ebrei oggi presenti in Portogallo risulta quindi piuttosto difficile.

Il nuovo Museo dell’Olocausto ripercorre la storia degli ebrei della diaspora prima del nazismo, e, finita la guerra e fondato Israele, fa il punto sulla presenza degli ebrei nel loro Stato e fuori di esso. Naturalmente, però, la parte più significativa è quella dedicata ai campi di concentramento e di sterminio, con ricostruzioni di luoghi particolarmente emblematici della barbarie nazifascista, tra le quali uno spaccato di Auschwitz. Come allo Yad Vashem, il sacrario che Gerusalemme ha dedicato alla tragedia degli ebrei, c’è una sala dedicata ai “giusti tra le nazioni” che hanno salvato ebrei o alleviato le loro sofferenze, con una fiamma permanente per non far mai estinguere il ricordo di ciò che è accaduto e può succedere di nuovo. E poi, una sala di proiezioni cinematografiche sulla Shoah e l’ebraismo, sale per conferenze e un centro di studi.

Il Museo dell’Olocausto ospiterà anche mostre tematiche in collaborazione con altre istituzioni consimili in varie città del mondo. I temi saranno l’antisemitismo, un fenomeno fortunatamente quasi sconosciuto nel Portogallo odierno, il negazionismo, l’oggettistica religiosa che va sotto il nome di “Judaica”. Un importante sostegno finanziario a questa iniziativa è stato dato da una famiglia di origine sefardita, gli ebrei originariamente provenienti dalla Penisola iberica, che oggi vive nel Sudest asiatico e che durante la II Guerra mondiale conobbe la prigionia in un campo di concentramento giapponese. Sotto il patrocinio di famiglie ebraiche portoghesi, che ebbero tutte loro familiari periti nei “campi”, il museo prevede ogni anno la visita di circa diecimila studenti di ogni ordine scolastico, lo stesso numero di quelli che prima della attuale pandemia visitavano mediamente la sinagoga di Porto.

Questo museo svolgerà la sua funzione in gemellaggio con altri di Mosca, Hong Kong, Usa e varie capitali europee. Queste città hanno tutte il loro Museo della Shoah, ed è forse questa del nome, secondo me, l’unica, piccola fragilità concettuale di questa nascente istituzione. “Olocausto” è un termine ormai poco gradito agli ebrei contemporanei, che al concetto legato al “sacrificio”, offerto in certi casi addirittura volontariamente, preferiscono la parola ebraica “Shoah”, “sciagura totale”, “catastrofe”, “rovina”, con cui, ormai ovunque, si designano il genocidio e il piano di annientamento del popolo ebraico messo in atto dal nazismo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: al centro pagina, l’interno della Sinagoga di Porto, Mekor Haim

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Carlo Giacobbe

Nato a Roma, divide la sua vita tra la capitale italiana e Lisbona. Poliglotta, tra le sue passioni ha la musica, avendo studiato canto classico (da basso), anche se adesso si dedica soprattutto al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, oltre al Fado di Coimbra. Autore di saggi e traduzioni dall’inglese e dal portoghese, per alcuni anni ha insegnato quest’ultima lingua alla Sapienza, sua antica alma mater. Per l’Ansa ha vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Tra le altre passioni, non tutte confessabili, c’è il biliardo. In questi giorni è in uscita “100 sonétti ‘n po’ scorètti” una sua raccolta di versi romaneschi. È sposato con Claudia e papà di Viola e Giulio.