Il nostro prima e il nostro dopo-Covid, tra apostrofi, punti ammirativi e puntini …sospensivi

Non vi pare che quello che stiamo passando in questo periodo di solitudine, ma anche di strazio e di disperazione, l’Apostrofo rappresenti una crasi, uno stacco crudele fra il nostro mondo di prima e un domani che più incerto non si intravvede? E ci strappa un bel punto esclamativo la riapertura delle gabbie in cui il microscopico virus ci ha rinchiusi! Sperando che la libertà riconquistata duri a lungo… Già! Al vostro cronista, inguaribile visionario, l’“Aposiopesi”, quei tre puntini in fila, gli ricordano una strada ferrata che sembra non avere fine. Che sorprese ci attendono alla prossima stazione? 


La riflessione semiseria di ARTURO GUASTELLA

“APOSTROFO, PUNTO ESCLAMATIVO e Puntini di Sospensione”. I linguisti vi spiegheranno che il primo, l’apostrofo è un segno “paragrafematico” nel senso, cioè, che non avendo un suono proprio, rende, però, più sonori e più armoniosi i grafemi, che un suono proprio ce l’hanno, però, eccome. Sua Eminenza, il cardinale Pietro Bembo (1470-1547), raffinato grammatico e letterato, nel suo “De Aetna” oltre ad inventare letteralmente questo segno grafico, in quanto i latini non lo conoscevano, lo definì anche come segno diacritico. Come, cioè, una interpunzione, che alla pari, più tardi, della “tilde” spagnola, della  cosiddetta “pipa” delle lingue slave e della nostra “dieresi”, serviva a sottolineare la sonorità bisillabica del gruppo vocale. Ora, non vi pare che quello che stiamo passando in questo periodo di solitudine, ma anche di strazio e di disperazione, l’Apostrofo rappresenti una crasi, uno stacco crudele fra il nostro mondo di prima e un domani che più incerto non si intravvede?

Il “Punto Esclamativo”, dal canto suo, riprendendo il suo antico nome di “punto ammirativo”, cerca almeno di dare conforto ai nostri affanni. Esso, il punto esclamativo, infatti, con la sua funzione di rappresentare “graficamente la particolare intonazione ascendente-discendente delle proposizioni esclamative, diversa da quella delle proposizioni enunciative e delle proposizioni interrogative dirette”, ci offre il destro, quando, consumati gli occhi davanti allo schermo per seguire le mutazioni (sempre in peggio) del virus dagli occhi a mandorla, all’ennesimo “pronunciamento” dei virologo di turno (ma quanti sono?), dell’epidemiologo, del vaccinologo e, perfino, dello statistico, di esclamare un “basta, non se ne può più!”, o “ma mi faccia il piacere!”, o “e, che cazz!” . E pensare, che fin dalle scuole Medie e dal Liceo, puntigliosi docenti di lettere ci hanno raccomandato di non usare più il punto esclamativo, come se fosse un reietto della linguistica. 

“Il punto esclamativo è forse il segno che mi è più simpatico di altri. Sembra più sincero, aiuta a esprimere le emozioni, rabbia, felicità, entusiasmo, sdegno, non toglietemelo”, scriveva  Anton Cechov (1860-1904), il grande drammaturgo russo che, a questo segno, dedicò addirittura un racconto, “Il Punto esclamativo”, per l’appunto, nel 1864. Vi si racconta di un mezzemaniche, un segretario-burocrate, insomma, il signor Perekladin, che, in tutta la sua vita di copista, non si era mai imbattuto nel punto esclamativo. Eppure esso è quasi un segno che parla, in quanto può esprimere gioia, sbigottimento, contentezza, sdegno, gli fa notare ad una cena un convitato. “Forse che Archimede non codificò la sua legge con quell’Eureka!, con tanto di punto esclamativo?” rincarò. 

Per quarant’anni, pensò il signor Perekladin, aveva scritto carte, ne aveva scritto delle migliaia, decine di migliaia, ma non ricordava nemmeno un rigo che esprimesse entusiasmo, sdegno o qualcosa del genere. E tuttavia, il povero segretario, nel cuore della notte, venne visitato dagli spettri. Li conosceva tutti, tranne il punto esclamativo. “Marfuscia! – svegliò la moglie che spesso si vantava con lui d’aver terminato i corsi in collegio. – Non sai tu, anima mia, quando si colloca nelle carte il punto esclamativo”? “E come non saperlo! – rispose Marfuscia, piazzandogli in faccia proprio questo punto − non per nulla studiai sette anni in collegio. So a memoria tutta la grammatica. Questo segno si colloca nelle apostrofi, nelle esclamazioni e nelle espressioni di entusiasmo, disdegno, di gioia, di collera e di altri sentimenti”. La moglie si riaddormentò, ma lo spettro del punto esclamativo, girò per casa tutta la notte, lasciando il poveretto tremante e atterrito. 

Che fare, dunque, visto che il fantasma lo tallonava anche di giorno? In ufficio, anche il custode si era trasformato in punto esclamativo, ed allora il signor Perekladin trovò la soluzione. Nel quaderno delle presenze, che visionava sempre il suo capo, scrive il proprio nome, “Segretario Yefim Perekladin”, e ci aggiunge tre punti esclamativi “!!!”.” E, collocando questi tre segni, egli provava entusiasmo, indignazione, gioia e ribolliva di collera. To’ questo! To’ questo!” mormorò, mentre premeva forte la penna. E il fantasma del punto esclamativo scomparve”. 

I Puntini di sospensione, infine, rigorosamente tre, hanno, nei confronti ad apostrofo e a punto esclamativo, un’origine antica. Anzi, addirittura un nome proprio. “Aposiopesi”, una figura retorica, di tutto rispetto. «L’aposiopesi, o reticenza − spiega l’enciclopedia Treccani − è la figura retorica che consiste nell’improvvisa interruzione di un messaggio con la soppressione di una sua parte o nell’allusione diretta a qualcosa che viene taciuto». E, ancora, «L’effetto retorico dell’interruzione si basa visivamente per iscritto sull’uso di puntini sospensivi (o «tre puntini»:…) e oralmente su una pluralità di interventi sull’intonazione e anche su codici visivo-gestuali). Per queste ragioni, si è spesso collegata l’aposiopesi ai valori emotivi del messaggio (ira, rassegnazione, preoccupazione, ecc.)». 

Al vostro cronista, il solito, inguaribile visionario, quei tre puntini in fila, gli ricordano, piuttosto, un binario lungo, una strada ferrata che sembra non avere fine. Che sorprese ci attendono alla prossima stazione? Sarà un binario morto? I tre puntini di sospensione, spiegano i soliti, informatissimi linguisti, aiutati, stavolta, anche dai critici letterari, prospettano attraverso la reticenza allusiva una nuova poetica dell’inesprimibile, creando una conoscenza largamente condivisa che viene taciuta. Per una volta, please, questa conoscenza condivisa, ci piacerebbe non venisse più taciuta! Punto Esclamativo! © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.