Il ministro, l’arena del Colosseo e l’invenzione dell’acqua calda

Il titolare dei Beni culturali sventola la bandiera sull’arena dell’Anfiteatro romano. Ci aveva già pensato il bolognese Prospero Lambertini, papa Benedetto XIV, con l’Anno Santo a metà del Secolo dei Lumi. Le 14 stazioni della Via Crucis furono costruite nella cavea del monumento più celebre al mondo


Il commento di PINO COSCETTA

Nel varietà di avanspettacolo dell’immediato secondo dopoguerra, quando il fine dicitore di turno veniva subissato dai fischi e lazzi del pubblico del cinema-varietà Volturno, più incline alle nudità delle ballerine che non alla poesia, l’orchestrina faceva partire le prime note della Leggenda del Piave e le ballerine col tricolore al vento invadevano a passo di carica la scena cantando… il Piave mormorava calmo e placido al passaggio, trascinando il pubblico nel corale inno. In quegli anni di confusi ideali, con la ferita ancora aperta di una guerra persa dopo vent’anni di dittatura fascista, per risollevare gli animi ci si attaccava a tutto, anche al mormorio del Piave, ultimo consolatorio simbolo dell’unica guerra vinta. 

Il ministro Dario Franceschini, a corto di ballerine, quando l’aria del governo si fa più fosca, torna a sventolare il tricolore su un altro palcoscenico, l’arena del Colosseo, come fosse una sua brillante invenzione. Ma ovviamente così non è. Per non andare troppo indietro nel tempo rispolverando l’originale arena dei gladiatori, basta fermarsi alla metà del 1700, per maggior precisione al 1750. 

Per la celebrazione dell’Anno Santo 1750, il bolognese Prospero Lambertini papa Benedetto XIV, chiama a Roma il più celebre dei suoi predicatori, il francescano Fra Leonardo da Porto Maurizio, che in preparazione del giubileo organizza tre corsi di missione ciascuno di tre settimane da tenersi a Piazza Navona, piazza Santa Maria in Trastevere e Santa Maria sopra Minerva. Poi, con un colpo di genio riscopre il Colosseo convincendo il pontefice a costruire nella cavea le quattordici stazioni della Via Crucis.  

D’altra parte il pontefice aveva dedicato grande cura nella preparazione del Giubileo percepito dalla Curia come baluardo alla prorompente avanzata del Secolo dei Lumi. L’Anno Santo, a giudizio del papa, doveva essere la risposta cristiana alle nuove teorie dell’illuminismo e alla dissacrante battuta di Voltaire il quale, all’annuncio del nuovo Giubileo, ebbe a dire: «Ancora un Giubileo! Eppure se ne è fatta di filosofia».  

La sacra eloquenza, secondo papa Lambertini, avrebbe dovuto prevalere sulle logiche materialistiche degli Illuminati e sulla tanta filosofia di Voltaire il quale, per inciso, gli aveva dedicato la sua tragedia Mahomet. Per un fine così alto, l’arena del Colosseo era il palcoscenico più adatto e le quattordici stazioni della Via Crucis per più di un secolo fecero parte dell’oleografia dell’anfiteatro immortalate da pittori come Christoffer Wilhelm Eckersberg che dipinse quella scena in più versioni.

Singolarmente l’attuale governo Conte bis del quale Dario Franceschini fa parte in veste di ministro dei Beni Culturali, bacchettando doverosamente la sindaca Raggi assolta dai giudici ma politicamente sotto schiaffo per la pochezza dei programmi realizzati, ha negato i soldi che donna Virginia voleva sfilare dal Recovery fund, limitando i finanziamenti a poche briciole peraltro legate alla preparazione del prossimo giubileo 2025. 

Per tornare all’arena del Colosseo, quella vagheggiata dal ministro Franceschini sarà larga 76 metri per 44, per capirci un po’ più piccola del prato dell’Olimpico e, a differenza di quella di papa Lambertini, non prevede Vie Crucis ma, tecnologicamente avanzata, sarà mobile e, come precisato dal Mibact, ospiterà eventi culturali di altissimo livello. Se l’esempio è quello dell’opera rock Divo Nerone, allestita nel 2017 al Palatino, che Dio ce la mandi buona. ◆

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Foto: sotto il titolo, il Colosseo di notte; in alto, Confraternite e pellegrini alla Via Crucis del Colosseo (dipinto di Christoffer Wilhelm Eckersberg, 1816); al centro, la buca delle delazioni a San Salvatore alle Coppelle e la Fede di sanità rilasciata dal Vicariato in occasione del Giubileo dell’anno 1750; in basso, l’arena del Colosseo in una foto del 1860

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Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.