Il Dna di Neanderthal, l’università di Verona e la svolta nella lotta al Covid

Il Covid nella sua forma più grave è associato alla regione del Dna dell’uomo di Neanderthal. Lo conferma il prof. Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri: «La cosa inaspettata e in un certo senso sensazionale di questa ricerca, appena pubblicata su Nature, è che le 13 varianti di aplotipo sono arrivate alla popolazione moderna dal genoma di Vindija 33.19, che risale a 50.000 anni fa». Un test salivare dell’Università di Verona per scoprire chi rischia di più. Gli italiani con il Dna dell’ominide che ha preceduto l’Homo Sapiens sono oggi il 14% della popolazione generale


L’inchiesta di LAURA CALOSSO

¶¶¶ Forse siamo giunti a una svolta vera nella lotta al Covid 19. «Finalmente abbiamo una spiegazione sul perché il Covid 19 è letale. E vi spiego qual è» ha affermato il prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. La dichiarazione è apparsa il 10 marzo sul Think Tank “Riparte l’Italia”, Osservatorio Economico Sociale. Remuzzi ha illustrato ciò che abbiamo spiegato il 2 marzo su Italia Libera, nel mio articolo Davanti al Covid non siamo tutti uguali: «Ce lo dimostra il Dna di Neanderthal» [nota 1]. «Perché la maggior parte delle persone infettate da Coronavirus ha soltanto sintomi lievi, può starsene a casa con un po’ di aspirina o qualcosa del genere e dopo qualche giorno guarisce? E perché altri hanno disturbi più importanti tanto da finire in ospedale, qualcuno in rianimazione e qualcuno muore? La risposta potrebbe venire dal Dna» ha scritto Remuzzi. 

I ricercatori hanno inizialmente ipotizzato la rilevanza del gruppo sanguigno rispetto allo sviluppo di Covid grave. Successivamente, Hugo Zeberg e Svante Pääbo – che lavorano al Max Planck Institute in Germania e al Karolinska Institute a Stoccolma – hanno puntato sulla pista genetica. I risultati del The New England Journal of Medicine (Nejm) sono stati aggiornati recentemente dal “Covid-19 Host Genetics Initiative”, un grande consorzio di scienziati di tutto il mondo che lavorano sui rapporti fra geni e Covid 19. «Dopo aver studiato più di 3000 pazienti e fatto 900.000 controlli c’è la conferma che il gruppo sanguigno ha un certo ruolo, ma marginale, mentre è proprio la regione sul cromosoma 3 quella associata alla severità della malattia e al rischio di morirne» ha spiegato Remuzzi. «Quest’area viene ereditata insieme a una serie di varianti che si trovano proprio da quelle parti e formano quello che si chiama aplotipo di rischio, composto da quasi 50.000 nucleotidi (molecole organiche che rappresentano i costituenti fondamentali degli acidi nucleici, Dna e Rna). La cosa inaspettata e in un certo senso sensazionale di questa ricerca, peraltro appena pubblicata su Nature, è che le 13 varianti che costituiscono l’aplotipo di rischio 11 (tutte presenti in forma omozigote, cioè su entrambe le copie del cromosoma 3) sono arrivate alla popolazione moderna dai Neanderthal, in particolare dal genoma di Vindija 33.19, che risale a 50.000 anni fa ed è stato trovato in Croazia». 

Nel suo intervento il prof. Remuzzi ha aggiunto un aneddoto riportato da The Guardian: il ricercatore Hugo Zeberg, quando si è accorto che il segmento di Dna oggetto di interesse – ovvero quello che si associa a Covid più grave – era identico a quello che c’è nella stessa posizione nel genoma di Neanderthal, ha rischiato di cadere dalla sedia.

Perché questa ricerca, al di là degli aspetti sorprendenti, dovrebbe interessarci? Perché, in Italia, il genetista Massimo Delledonne, ordinario di Genetica all’Università di Verona, è riuscito a realizzare – attraverso Genartis, spin-off dell’Ateneo – un test salivare che permette in poche ore di accertare se il paziente ha o non ha il gene incriminato. «La rilevanza di questa scoperta non ha ancora avuto grande eco e ciò stupisce, dato peraltro l’aggravarsi della diffusione del contagio in tutta Italia e il numero di decessi ancora elevato» avevamo scritto nell’articolo citato all’inizio. «Anche noi siamo stupiti che non sia stato dato risalto al test», aveva replicato il prof. Delledonne: «È strano proprio per il valore sociale e scientifico del test che, indicando i soggetti più a rischio, potrebbe definire meglio, ad esempio, le priorità nella vaccinazione».

Nel mio secondo articolo del 9 marzo “I vaccini anti Covid derivano dalla ricerca sui tumori” [nota 2], il prof. Delledonne aveva aggiunto: «Il fatto che il virus possa diventare endemico e che sia soggetto a tante mutazioni, le cosiddette varianti, è direi assodato. Pensare di eradicarlo e di sbarazzarsene in modo definitivo, è utopia. La cosa fondamentale da fare è a mio avviso individuare i soggetti a rischio e proteggerli». Circa il 14% degli italiani ha il Dna di Neanderthal, che risulta  associato alla forma più grave di Covid 19. “GenTest Covid-19 Risk” di Genartis è in grado di fornire informazioni utili sui soggetti più esposti all’infezione. E potrebbe aiutare i medici nel triage ospedaliero, consentendo di identificare i soggetti a rischio a cui dare priorità assistenziale. La speranza è che questa scoperta sensazionale induca a una riflessione. Uscire dalla pandemia per strade finora non prese in considerazione, forse è ancora possibile. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: in alto, coppia di Neanderthal; in basso, il test salivare “GenTest Covid-19 Risk” di Genartis (spin-off Università di Verona)

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Laura Calosso

Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.