Il divorzio ha 50 anni. La notte del referendum quattro in meno

La battaglia fu lunga e aspra. Tra i grandi giornali nazionali Il Messaggero fin da subito abbracciò la linea del “no” all’abrogazione della Legge Fortuna-Baslini. Il direttore Sandrino Perrone mi chiamò: «Dovrebbe farmi la cortesia di andare all’Unione Militare a comperare delle bandiere tricolori». La sera della vittoria pavesarono le finestre del giornale. Fu la notte dell’orgoglio del più grande quotidiano della capitale


Il commento di PINO COSCETTA

Cinquant’anni fa, il primo dicembre del 1970, dopo una lunga seduta parlamentare la legge sul divorzio firmata da Loris Fortuna e Antonio Baslini fu approvata. I voti favorevoli di socialisti, comunisti, repubblicani, radicali, socialdemocratici e liberali, furono 316; quelli contrari di democristiani e missini, 286. La sconfitta della Democrazia Cristiana rappresentò una doppia vittoria per il Paese che quattro anni dopo la ribadì travolgendo sotto una valanga di “no” il tentativo clerico-fascista di sopprimere con un referendum quella legge che aveva allineato l’Italia ai paesi più progressisti d’Europa dove il divorzio era riconosciuto da anni.

La battaglia per il referendum sul divorzio fu lunga e aspra. Tra i grandi giornali nazionali Il Messaggero fu quello che fin da subito abbracciò la linea del “no” all’abrogazione della Legge Fortuna-Baslini e si batté con convinzione per il suo mantenimento. Alessandro Perrone, direttore e proprietario del giornale, fu l’alfiere di quella campagna dall’esito per nulla scontato. Tra i partiti politici il ruolo guida lo assunsero i Radicali con Marco Pannella e una giovanissima Emma Bonino. Nel partito comunista percorso da molte e diverse anime, Luciana Castellina che fin dagli anni ’60 si era battuta per quella conquista, fu determinante nel trascinare le donne al voto.

Il fronte del “sì”, benedetto dal Vaticano e sostenuto dalla Dc di Fanfani e dal Msi di Almirante, ebbe poche ma qualificate defezioni; a rompere il fronte della destra ci pensò Raniero La Valle, dissidente Dc, ex direttore di Avvenire che aveva abbandonato nel 1967 in dissidio con Paolo VI. Su 33.023.179 votanti, 19.138.300 scelsero il “no”, e 13.157.558 il “sì”. A dispetto di quanto i partiti di sinistra temevano, la differenza la fecero le donne che, superando la paura di essere abbandonate (Fanfani mise in guardia le mogli sostenendo che i mariti sarebbero potuti scappare con la domestica), votarono in maggioranza per il “no”.

Il giorno del referendum l’alta affluenza alle urne dimostrò quanto fosse sentita dal popolo la sorte di quella legge libertaria. Al Messaggero prevaleva l’ottimismo, ma la paura di una sconfitta affiorava qua e là nei discorsi di corridoio. L’unico a mostrare una granitica certezza sulla vittoria del “no” era Sandrino Perrone, il direttore proprietario del 50% del giornale, da un anno in lotta contro il cugino Ferdinando costretto dalla Dc a vendere il suo 50% a prestanome di quel partito. 

I giornalisti in sciopero da mesi per difendere la linea laica democratica e antifascista del Messaggero, in occasione del referendum sospesero lo sciopero facendo uscire il giorno delle votazioni l’edizione con una prima pagina che, assieme a quella dello sbarco sulla luna, resterà nella storia del giornalismo italiano. Quella pagina ideata da Pasquale Prunas e disegnata dal capo del servizio grafico Pier Giorgio Maoloni, in molti seggi romani venne anche sequestrata.

Il giorno prima del referendum il direttore mi mandò a chiamare da un usciere. Scesi al primo piano dove si trovava la direzione e lo trovai a parlare con il comitato di redazione. Non volendo interrompere la riunione restai sulla porta che s’era chiusa alle mie spalle; lui si staccò dal gruppetto, mi venne incontro e in maniera inaspettata, tirando fuori dalla tasca 200.000 lire, mi disse: «Dovrebbe farmi la cortesia di andare all’Unione Militare a comperare delle bandiere tricolori», poi come per giustificarsi, proseguì, «avrei potuto incaricare un fattorino, ma voglio che sia un giornalista a fare questo gesto». Basito, con le duecentomila lire in mano, riuscii soltanto a chiedere quante bandiere avrei dovuto acquistare. «Quante ne vengono», concluse tornando a parlare con Peppe Gnasso e gli altri del comitato di redazione.

Di bandiere, grazie ad un consistente sconto, ne vennero dieci. La sera della vittoria, sotto al Messaggero con le finestre e i balconi del primo piano pavesati di tricolori e gremiti di giornalisti, passò il lungo e festoso corteo partito dalla veglia di Piazza Navona diretto all’evocativa Porta Pia. In testa Pannella e i Radicali, a seguire i socialisti e il popolo della sinistra romana. Quando la testa del corteo arrivò davanti al palazzo del Messaggero si fermò e partì un caloroso applauso di ringraziamento verso Sandrino, il suo giornale e i suoi giornalisti che avevano sostenuto fin dalle prime battute il referendum. Mano a mano che il corteo passava, per almeno dieci volte lì si fermava e gli applausi si ripetevano.

Quella per Il Messaggero fu la notte dell’orgoglio. ◆

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Pino Coscetta

Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.