Il Covid 19 è letale ma non ovunque: nuove scoperte sul gene di neanderthal nel nostro Dna

La presenza del gene di neanderthal determina un rischio maggiore di ammalarsi gravemente. Gli aplotipi neanderthal sono pressoché assenti in Africa, in Asia meridionale il 50% delle persone ne porta almeno una copia, in Europa è il 16%, in America il 9%. La più alta frequenza è in Bangladesh, dove in più della metà della popolazione se ne riscontra almeno una copia. Gli individui originari del Bangladesh presenti nel Regno Unito hanno un rischio due volte più alto di morire di Covid-19 rispetto alla popolazione generale. In Italia nella popolazione che si è sottoposta a un test salivare apposito è del 19,34%. Eppure, quello genetico non è contemplato nell’elenco dei rischi per la precedenza nella somministrazione del vaccino


L’analisi di LAURA CALOSSO

¶¶¶ Perché il Covid 19 non produce lo stesso numero di vittime nei vari paesi del mondo? Perché dall’India arrivano immagini terrificanti e in Africa non c’è stata l’ecatombe attesa? Sono domande che tutti si pongono, ma le risposte sono spesso sbrigative. Se fosse vero che si muore di più nei paesi più poveri, non potremmo spiegarci perché le vittime del Covid 19 in India e Bangladesh superano di gran lunga il numero delle vittime africane, che sono pochissime a parità di numero di contagi [nota 1]. 

Man mano che i dati vengono elaborati, emerge che la risposta sta nella genetica e in particolare nella presenza del gene di Neanderthal. Chi lo ha ereditato da antenati presenti sulla Terra circa 100 mila anni fa, se contrae il Covid 19, rischia la forma grave, che significa rischio di ospedalizzazione e, in alcuni casi, ricovero in terapia intensiva e morte. È un rischio a cui tutti, dal febbraio 2020, abbiamo pensato. Ciascuno di noi conosce tristi storie accadute ad amici e parenti, ma sappiamo anche che spesso la malattia è asintomatica, si risolve facilmente con una cura a domicilio. Tutti speriamo di essere in questa grande percentuale di fortunati, dunque fa effetto scoprire che, indipendentemente dall’età e da patologie pregresse, il rischio di ammalarsi gravemente dipende da una presenza silenziosa, che qualcuno, senza saperlo, si porta dentro dalla nascita: il gene di Neanderthal nel Dna.

Il 30 settembre 2020 su Nature è apparso un articolo [nota 2]. Gli scienziati Hugo Zeberg & Svante Pääbo scrivevano: «Un recente studio del 2020 [nota 3] ha identificato un cluster di geni sul cromosoma 3 come un locus di rischio per l’insufficienza respiratoria dopo l’infezione da sindrome respiratoria acuta grave (Sars-CoV-2)». Uno studio separato, sviluppato da Covid-19 Host Genetics Initiative, dimostrava che questo cluster è il principale fattore di rischio genetico per sintomi gravi da Sars-CoV-2. Il rischio è presente in circa il 50% delle persone in Asia meridionale e in circa il 16% in Europa (nella tabella interattiva potete leggere i dati per ciascun Paese [nota 4]).

Gli studi mettevano in luce che l’età avanzata è un fattore di rischio importante, così come l’essere maschio e avere patologie pregresse: «Questi fattori di rischio, tuttavia, non spiegano completamente perché alcune persone non abbiano sintomi o li abbiano lievi, mentre altre li hanno gravi» scrivevano i due scienziati, «pertanto, il fattore di rischio genetico (conferito da un segmento genomico di circa 50 kilobasi ereditato dai neanderthal) può avere un ruolo nell’evoluzione della malattia». Dai riscontri emergeva che gli aplotipi neanderthal sono quasi completamente assenti in Africa, coerentemente con la teoria che il flusso genico dai Neanderthal verso le popolazioni africane è stato nel tempo limitato e probabilmente indiretto (in Sud Africa, dove i contagi sono presenti, abitano infatti non solo africani ‒ a basso rischio genetico ‒ ma molti discendenti di europei). Il 50% delle persone in Asia meridionale (India, Bangladesh etc.) portano almeno una copia dell’aplotipo di rischio, mentre in Europa sono il 16%, e tra gli americani il 9%. La più alta frequenza è in Bangladesh, dove più della metà della popolazione (63%) ha almeno una copia dell’aplotipo di rischio Neanderthal. Non a caso gli individui originari del Bangladesh presenti nel Regno Unito hanno un rischio circa due volte più alto di morire di Covid-19 rispetto alla popolazione generale.

E in Italia? Secondo i ricercatori di Genartis, spin off dell’università di Verona che ha sviluppato un test salivare per accertare la presenza del gene in questione, «le analisi fatte sul territorio nazionale indicano una frequenza del 19,34% nella popolazione italiana che si è sottoposta al test». Il dato italiano supererebbe quindi la media europea di oltre 3 punti percentuali. Nonostante queste evidenze, il rischio genetico non è contemplato nell’elenco dei rischi che danno la precedenza nella somministrazione del vaccino. Il test salivare non è stato adottato dal sistema sanitario nazionale, seppure l’università di Verona l’abbia messo a disposizione per uno screening gratuito sulla popolazione. Oggi, chi volesse conoscere la propria situazione genetica, può rivolgersi a Genartis, ma privatamente.

In conclusione, che significa tutto questo? Significa che quando si parla di prevenzione del rischio Covid 19 a livello mondiale (compreso il discorso sui vaccini), va considerato che il rischio non è uguale per tutti, anzi; di conseguenza gli interventi nei vari Paesi non possono essere standard, così come la lettura dei dati non può prescindere da analisi più raffinate di quelle che fino ad oggi sono state proposte. Forse, investire sulla ricerca per conoscere meglio il virus, ci avrebbe consentito di avere dati utili per impostare azioni più mirate e per evitare la polarizzazione dell’opinione pubblica tra “pro vaccino” e “contro vaccino” (non tutti gli scettici sono da incasellare nella voce generica “no-vax”). Non investire nello studio del virus, ma solo nei modi per contrastarlo, ha prodotto un risultato sconfortante: oggi, chi rischia davvero il Covid grave, non sa di rischiare. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.