I giovani partono e l’Italia si avvita nella spirale del sottosviluppo

Prima della pandemia, oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero negli ultimi cinque anni. Per lo più giovani settentrionali. Il (falso) mito Nord uguale benessere è morto e sepolto? Recessione demografica e recessione economica vanno a braccetto: fra un quarto di secolo avremo un pensionato per ogni lavoratore attivo. Già oggi perdiamo 14 miliardi di capitale umano ogni anno


di ANDREA BAZZINI

Che l’emigrazione sia un fenomeno che interessa ormai da diversi anni anche il nostro Paese è un fatto noto. Ma i numeri snocciolati da Stefano Allievi, professore di sociologia ed esperto in migrazioni presso l’Università di Padova, ne La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro (Edizioni Laterza), sono impressionanti e dovrebbero indurre a riflettere non solo la classe politica. Tra il 2014 e il 2019 ufficialmente (ma in realtà sono molti di più) oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero, l’equivalente di una città come Napoli, scegliendo come destinazioni preferite il Regno Unito, la Germania, la Francia, la Svizzera e la Spagna.  

Numeri che potrebbero non stupire, in una nazione con il tasso di disoccupazione giovanile più alto d’Europa (nel 2016 era al 37,8%, trenta punti più che in Germania e con una media europea del 18,7%), e con i cosiddetti Neet (ragazzi che non lavorano né studiano) al livello più alto tra i paesi sviluppati: in Europa ci superano solo Grecia e Romania. Ma se si considera che la maggior parte degli italiani residenti all’estero viene dal Nord Italia e che la prima regione di partenza è la Lombardia, unito al non trascurabile aspetto che chi se ne va ha generalmente un livello di istruzione medio-alto, ecco che il (falso) mito Settentrione=benessere può dirsi morto e sepolto da tempo.  

Siamo il Paese con più anziani al mondo dopo il Giappone, con una popolazione in costante e progressivo calo (- 2,2 milioni di abitanti al 2050) e un saldo migratorio negativo (alla faccia delle bufale propagandate dalla destra sul numero degli immigrati). Ma il “largo ai giovani” da noi non esiste: tasse universitarie tra le più alte in Europa, pochissime residenze per studenti, mancanza di lavoro adeguato rispetto agli studi, basse retribuzioni, precariato, scarse possibilità di carriera fanno dell’Italia un Paese da cui fuggire. Anche per ricercare all’estero un welfare più protettivo ed efficiente, unito ad una miglior qualità della vita sotto forma di città dotate di migliori servizi, di trasporti pubblici funzionanti, di maggior considerazione dei beni comuni e quindi di senso civico.  

Recessione demografica significa anche recessione economica, su cui andrebbe urgentemente instaurato un dibattito serio e costante anche solo per le conseguenze previdenziali. Secondo le previsioni dell’Inps e del Fondo monetario internazionale, a partire dal 2045 avremo, infatti, un pensionato per ogni lavoratore (oggi il rapporto è già di 2:3). È necessario porre un freno a questa perdita di capitale umano, stimata in 14 miliardi di euro l’anno, pari a − più o meno − un punto di Pil.  

Come farlo? Prima di tutto, investendo nel fattore “C” (formazione e istruzione, conoscenza, creatività, cultura, arte). Il motore dell’economia oggi è dato dall’innovazione e, per ogni nuovo posto di lavoro ad alto contenuto tecnologico, se ne creano altri cinque in altri settori. E poi lotta all’evasione fiscale e al lavoro sommerso, aumento della tassazione sulle rendite, riduzione dei costi della burocrazia e revisione della spesa pubblica (la tanto annunciata e mai realmente applicata spending review). Teniamolo presente: non saranno gli immigrati a toglierci il lavoro; gran parte di loro continuerà ad accontentarsi di una manciata di professioni. Ed è noto che l’assistenza familiare, i servizi di pulizia e la manovalanza in edilizia, agricoltura e ristorazione non sono in cima ai sogni degli italiani.

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Andrea Bazzini

laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie presso l'Università degli Studi di Torino, ha conseguito un Master in Gestione delle Aree Naturali Protette presso l'Università di Siena. Agronomo e giornalista freelance, ha svolto docenze come supplente in diversi Istituti Superiori della Provincia di Torino ed è stato collaboratore del settimanale d'informazione "Il Canavese". Ambientalista e animalista, già membro del Consiglio Direttivo della Lipu, attualmente è referente del Wwf Torino e fa parte della Consulta Animalista della città sabauda. È socio Gpso (Gruppo Piemontese Studi Ornitologici) e Gufi (Gruppo Unitario per le Foreste Italiane).