I buchi nell’acqua in Abruzzo (e non solo): reti colabrodo, coliformi fecali e rubinetti a secco

L’acqua buttata via prima di arrivare nel rubinetto in Italia raggiunge i 3,4 miliardi di metri cubi che equivalgono a 156 litri al giorno per abitante. Il report dell’Istat di dicembre sul consumo dell’acqua potabile colloca l’Abruzzo al primo posto col 60% di perdite idriche. Con minore pressione, entrano nelle reti idriche coliformi fecali, come a Pescara: qualche anno fa furono chiuse le fontanelle pubbliche; nel depuratore di Arischia, ad esempio, rispetto a un limite di 5.000 coliformi per millilitro, ne sono stati trovati 530 mila. Per venirne fuori si punta ora a mettere le mani sui soldi del Recovery plan


L’inchiesta di LILLI MANDARA

¶¶¶ Ne consumiamo di meno ma ne sprechiamo sempre di più. A causa di una rete colabrodo, sempre più vecchia, sempre più deteriorata. Il report dell’Istat di dicembre scorso sul consumo dell’acqua potabile colloca l’Abruzzo al primo posto col 60 per cento di perdite idriche. Un primato negativo che si è consolidato negli ultimi anni, dopo un lungo testa a testa col Molise. Acqua buttata via prima ancora di arrivare nel rubinetto e che in Italia raggiunge i 3,4 miliardi di metri cubi che equivalgono a 156 litri al giorno per abitante, perdite che si verificano proprio nel tratto finale delle condotte. Vetustà, corrosione, deterioramento o rottura delle tubazioni a cui gli enti gestori non mettono riparo ormai da decenni. 

In Abruzzo il dato è drammatico: secondo il Dataroom di Milena Gabanelli c’è un problema cronico di erogazione dell’acqua dovuto agli acciacchi dell’età: fra il 60-70 per cento della rete idrica ha più di 30 anni, il 25 per cento supera i 50. E gli enti gestori non brillano per capacità. Lo scorso anno a Pescara l’Aca, società acquedottistica pubblica che nel 2017 ha avviato un concordato preventivo, ha introdotto una nuova tassa, la Ticsi, per tentare di fare cassa sul consumo di acqua, ripartendo sulle bollette di tutti i cittadini i mancati introiti per sprechi e morosità, tassa immediatamente contestata da Rifondazione: «Le perdite idriche dell’Aca sono nove volte superiori al valore ottimale − commenta il segretario Maurizio Acerbo − e non si può scaricare sulle bollette dei cittadini ogni buco di gestione e i difetti di distribuzione causati dalle reti colabrodo e dall’acqua razionata in decine di Comuni».

Il fatto è che la storia degli enti di gestione in Abruzzo è segnata da scandali, inchieste, arresti e pochissime parentesi di buona gestione. Come all’Aca, quando nel 2013 furono impacchettati presidente e direttore tecnico per tangenti e appalti truccati per circa 4 milioni di euro. Ma è anche la storia di un serbatoio clientelare della politica dove per anni sono stati sistemati figli, nipoti, mogli, mariti e amanti. Oppure come ad Avezzano dove nel 2019 la Corte dei Conti ha condannato Gianfranco Tedeschi, ex dominus del Cam, a restituire oltre 600 mila euro, che sono gli emolumenti indebitamente percepiti dal consorzio acquedottistico mentre era anche sindaco di Cerchio, un Comune socio dello stesso ente.

Il risultato? «I risultati sono molteplici», commenta Augusto De Sanctis del Forum H2O, «e tutti pessimi per i cittadini: intanto i depuratori della Marsica sono in condizioni pietose, poi le società di gestione si trascinano dietro debiti ingentissimi e per questo motivo non investono un euro nelle reti di depurazione e della distribuzione dell’acqua». Ricorda un episodio emblematico di qualche anno fa, De Sanctis, quando il Forum ospitò rappresentanti degli acquedotti di alcuni Paesi stranieri e quello del Brasile confessò orgogliosamente che le perdite nel suo territorio si attestavano intorno al 13 per cento, percentuale fisiologica insomma. Un esempio di virtù che fece impallidire gli abruzzesi.

Più perdi dalle reti colabrodo, più sprechi: non solo acqua ma anche soldi, energia (tutta quella che ci vuole per portarla nelle case), più corri rischi di contaminazione e inquinamento. «Perché nelle condotte, quando c’è minore pressione, entrano i coliformi − spiega De Sanctis − come accadde a Pescara qualche anno fa quando vennero chiuse le fontanelle». Acqua non potabile, si lesse in un’ordinanza comunale emessa per giustificare lo stop, senza spiegare come mai venissero chiuse solo le fontanelle e non l’acqua delle case. I dati parlano chiaro: nel depuratore di Arischia, per esempio, rispetto a un limite di 5.000 coliformi per millilitro, l’Arta ne ha trovati 530 mila; in quello di Pacentro, in pieno Parco nazionale della Maiella, ce ne sono 13 milioni; a Capistrello 4 milioni e mezzo, a Celano 150 mila, a Rocca di mezzo nel parco Velino-Sirente, 790 mila. 

E sempre più spesso, ogni anno, e indipendentemente dalle stagioni, dai rubinetti esce sempre meno acqua. Il razionamento colpisce tutti, dalla Valpescara al territorio dell’Aquilano e non solo d’estate. Colpa della siccità, si giustificano le società di gestione. Ma si sa che non è così. Non solo, almeno. Il problema sono le reti colabrodo, e per investire nel rinnovo di infrastrutture così vecchie e danneggiate occorrono soldi, tantissimi soldi, che da molte società vengono sprecati in costi di personale, consulenze, appalti supersonici. Per colmare il gap infrastrutturale che si è accumulato nel corso degli anni sono necessari investimenti corposi e ogni minuto che passa la situazione peggiora. Per questo molte regioni, come l’Abruzzo, adesso puntano ai soldi del Recovery plan: l’unico modo per tentare di evitare il fallimento idrico (o l’ennesimo buco nell’acqua). ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lilli Mandara

Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.