«Grazie alla terra!»: il grido felice dei giovani agricoltori fra le colline tutelate dall’Unesco

Dalla tradizione contadina all’azienda agricola multifunzionale. L’innovazione tecnologica favorisce lo sviluppo sostenibile, in armonia con la visione europea. Di padre/madre in figlio/figlia: come cambia la vita di un territorio dalla bellezza riconosciuta universalmente. Un viaggio di Beppe Rovera tra i nuovi imprenditori di Langhe e Monferrato. Il video prodotto dalla Fondazione Davide Lajolo in calce all’articolo


Il reportage di BEPPE ROVERA

Bello (è patrimonio dell’umanità) e aspro. Talmente aspro, fino a solo settant’anni fa, che Beppe Fenoglio lo fulminò nel titolo di uno dei suoi romanzi  come La malora. Saliscendi contrappuntati da paesi che sbucano tra boschi di querce, carpineti, salici, aceri, ciliegi. Qui la fauna selvatica ancora gode indisturbata di radure e zone umide, in una alternanza unica di vigne a coronare antichi palazzi, torri, chiese, pievi, musei, gallerie private sino a fondersi dolcemente con la pianura e le risaie che dal Vercellese si allungano all’Alessandrino. Il viaggio riserva incontri degni di attenzione.  

Monferrato, Langhe e Roero fanno tutt’uno per l’Unesco; ma si tratta di identità diverse, ognuno ha una propria “pelle”. E il Monferrato si distingue per aver conservato una varietà di paesaggio non più riscontrabile nelle celebri colline a ridosso di Alba, dove i vigneti di pregio hanno conquistato anche le zone più impervie imponendo una armonia sofisticata anche laddove la natura aveva destinato solo durezza e vita grama.  

Lo sa bene Michele Chiarlo, uno dei padri nobili della rinascita di un angolo di astigiano che con lui ha visto volare in America “la barbera”, un’uva che fino alla maledizione dello scandalo del vino al metanolo negli anni ’80 (morirono diverse persone) era ben poco considerata, utile più che altro a “tagliare” altri vini più consistenti. A Castelnuovo Calcea, dove nella cascina La Court ospita tra i filari le sculture di Emanuele Luzzati a rimarcare il prestigio di un luogo che non è più solo terra, confida: «Mio padre faceva lo schiavandaio, era a servizio nelle cantine. Mi lasciò frequentare l’enologico di Alba a costo di sacrifici enormi e a patto che non venissi mai nemmeno rimandato. Così è stato e ho potuto incontrare su quei banchi compagni che poi sarebbero diventati i protagonisti di una vera e propria rivoluzione in cantina, quella che consentì a me di sfondare oltre oceano e a una fetta importante di Piemonte di contare su una nuova, forte economia».  

Oggi è suo figlio Stefano a portare innovazione ulteriore, a espandere ancora i confini di un marchio che mai ha deluso: «Ma non gliel’ho chiesto, né imposto; ha scelto lui di proseguire». Le loro colline sono meta di visitatori quasi ogni giorno, da tutto il mondo. Lì, quando non si vendemmia, si organizzano incontri culturali, festival, momenti di festa, rievocazioni, si mantiene viva la memoria di un ambiente trasformato, non rinnegato, né stravolto. Ma comanda sempre lei in azienda, Michele Chiarlo? «Comandiamo tutti, compreso l’enologo. Certo, Stefano ha le sue idee, discutiamo. Ma alla fine troviamo sempre la quadra». È lui a segnare il trait d’union tra passato e futuro nella nostra ricerca di nuove forze dell’agricoltura tra queste straordinarie colline tra Astigiano, Albese, Alessandrino. 

Qui, del resto, in passato si era sviluppata una ruralità specifica con la coltivazione di una varietà di prodotti agricoli, ortofrutticoli, di metodi di conservazione, di pratiche di trasformazione uniche. Un autentico modello che aveva resistito sino agli anni ’60 del ’900; ma poi arrivò il Piano Marshall, i prezzi dei cereali furono abbassati, la collina e il frazionamento fondiario che mal si prestavano alla meccanizzazione, insieme con l’attrazione urbana dell’industria automobilistica che garantiva redditi non stagionali, ed in ultimo il fallimento delle Cantine sociali (nel dopoguerra esempio assai interessante di cooperativismo tra piccoli produttori) determinarono l’abbandono di questa fetta di Piemonte innescando la crisi storica di questa civiltà. 

Ma adesso si respira tutt’altra aria. Il ritorno alle origini da parte di molti giovani c’è, basta bussare ai casali, alle piccole strutture produttive che fanno capolino tra una curva e l’altra. Leo Carozzo lo incontriamo a Nizza Monferrato. È un giovanotto che ha studiato per fare il pasticcere e per amore s’è ritrovato a coltivare il cardo gobbo, presidio Slow food. «È stato mio suocero a farmi venir voglia di coltivare questa specialità. Alla fine ho messo in piedi la mia ditta, coltivo, faccio i mercati, mi chiamano addirittura a fare convegni,  a raccontare la mia attività nelle scuole. Non l’avevo immaginato, ma col cardo gobbo oggi con la mia famiglia ci campiamo e contiamo addirittura di ingrandirci». 

Uno con le idee chiare è anche Alessandro Durando. Alle porte di Asti, nella Portacomaro abitata dai bisnonni di Papa Francesco e caratteristico per l’antico Ricetto oggi polo culturale assai vivace, ha anch’egli rigenerato l’azienda di famiglia puntando sulla multifunzionalità: nocciole, vino, gestione di agriturismo, attività didattiche con tanto di orto a disposizione delle scuole, recupero degli antichi “ciabot” in cui si ricoveravano gli attrezzi lungo i sentieri che incorniciano i vigneti.

Cesare Quaglia, dall’altra parte del capoluogo astigiano, nella zona di Variglie/Revigliasco, è invece un geometra “pentito”. Nel senso che ha studiato, ma il diploma non l’ha strappato alla sua terra. Laurana Lajolo ricorda quanto fosse importante in passato la produzione della canapa in quest’area di Piemonte: «Come quella del baco da seta, del resto. Qui si contavano molti campi di canapa la cui lavorazione era spesso affidata proprio alle donne. C’è un’ampia letteratura in proposito». Anche Quaglia diversifica, s’allarga ai girasoli, al grano, a una varietà di ortaggi; una cinquantina di ettari e, per la canapa, l’incombenza di far arrivare la mietitrebbia addirittura dalla Germania perché l’Italia, in tal senso, è poco fornita e costosa. Ma come l’hanno presa i suoi genitori questa scelta? «Bene. Hanno avuto fiducia. Credo di non averli traditi». Ha una marcia in più Cesare; s’è spinto in Senegal, ha attivato una cooperazione internazionale e almeno due volte l’anno va in Africa ad aiutare i contadini a fare agricoltura sostenibile. Ha convinto pure il comune di Asti a partecipare.  

«È una realtà tutta da scoprire quella di queste terre», insiste Laurana Lajolo. E a Vaglio Serra ci porta a visitare la Cantina sociale, oltre 200 piccoli produttori che condividono la passione per “la barbera” di alta qualità. Una cantina cuore pulsante di un territorio, perché in prima linea, sempre, a tutela del rispetto delle specificità; sulle orme proprio di Davide Lajolo, lo scrittore partigiano che chiamava queste colline «il mio mare verde» e con Giorgio Bassani condusse una delle prime battaglie ambientaliste del dopoguerra italiano, impedendo a un imprenditore spregiudicato, “l’uomo dai capelli rossi”, il saccheggio di parte di quel paradiso. «Su 200 soci  − spiega Lorenzo Giordano, presidente della Cantina − l’80 per cento sono giovani tornati alle origini».  

Anche Marco Rosselli rappresenta il “ritorno alla casa paterna”. Lui vive ormai nell’albese, a Barbaresco, nel cuore della Langa divenuta leggenda. A “tradire” era stato suo padre: troppo “bassa” quella terra da malora incapace di sfamare dignitosamente una famiglia. Se n’era andato a Torino negli anni Settanta, ad aprire un bar. Non aveva però svenduto le sue terre. E Marco, messo da parte il titolo di studio, ha ora re-invertito la rotta: è tornato, ripreso in mano la situazione, chiesto contributi all’Europa, ripristinato i vigneti. Ma proprio qui, tra i marpioni dei grandi vini, non sarà facile operare: «No, ma piano piano comincio a farmi conoscere. Anche all’estero». Chi l’aiuta? «Tutti, moglie, figli piccoli. E i miei genitori, che in fondo han sempre creduto in questa terra, anche se l’avevano abbandonata».  

Ma è una giovane donna di Monforte d’Alba a colpire di più in questo viaggio tra nuove energie e visioni di futuro: Sara Vezza, liceo classico, laurea, stage all’estero. Nella sua azienda che produce Barolo e si attrezza per fare pure accoglienza, ha introdotto nuove metodologie di vinificazione in grandi “uova” di vetro/ceramica e già vanta esportazioni all’estero. Figlia di insegnanti all’enologico di Alba, coltiva l’amore per la storia famigliare e la sfida verso nuovi, inesplorati traguardi. Crede nel territorio e nella collaborazione sopratutto al femminile; e ha dato vita ad una associazione, “le donne del vino”, per confronti, promozioni, iniziative condivise.

L’avvento dell’Unesco qui apre nuove prospettive, anticipate da intuizioni e scelte coraggiose di giovani felici di gridare ancora: «Grazie alla terra!».

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Foto: sotto il titolo, paesaggio monferrino; al centro, le Langhe e l’azienda Chiarlo nell’astigiano; più in basso, il cardo gobbo e l’azienda Durando; al fondo, un brindisi di soci della Cantina sociale Vaglio Serra e Sara Vezza nella sua azienda di Monforte d’Alba

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Beppe Rovera

Giornalista, è stato per 25 anni il curatore e conduttore della trasmissione di Raitre nazionale “Ambiente Italia”, oltre che redattore del Tg3 Piemonte. Ha iniziato la professione ad “Avvenire” nei primi anni ’70. Per 12 anni è stato redattore all’Ansa di Torino. Tra l’85 e il 1990 ha ricoperto anche la corrispondenza da Torino del “Corriere della Sera”. Ha pubblicato per Rai Eri “Ambiente Italia il Paese com’è” ripercorrendo le tappe del viaggio con le telecamere di Rai 3 tra le bellezze e le contraddizioni della penisola.