Grammatica e declinazione di genere: “lingua”, sostantivo femminile …plurale

Una frase di Beatrice Venezi, la più giovane donna a dirigere un’orchestra in Europa, risuonata al Festival di Sanremo di fronte a milioni di persone, ha scatenato per molti giorni un vero scontro culturale, ideologico, con toni anche accesi sui social network e sui media: direttore o direttora? Eppure le regole dell’italiano ci sono: si indica con un sostantivo al femminile un essere vivente di sesso femminile. Per i termini ambigeneri cambia l’articolo: il/la pediatra, il/la docente, il/la presidente


L’analisi di STEFANELLA CAMPANA

¶¶¶ Esplodono polemiche ogni volta che una donna svolge un ruolo ricoperto da sempre dagli uomini e si nomina al femminile, vedi l’elezione di Antonella Polimeni a Rettrice dell’università La Sapienza di Roma o l’arrivo di Stéphanie Frappart come arbitra dell’importante partita della Champion League Juve-Kiev. Sorgono dubbi e resistenze su questi femminili da parte di uomini ma anche di molte donne, ignorando che lo Zingarelli sgombra ogni ombra di dubbio. Si ironizza, si accampano obiezioni di cacofonia “suona male”. Bidella va bene ma ministra “non si può sentire”. Eppure le regole dell’italiano ci sono: normalmente si indica con un sostantivo al femminile un essere vivente di sesso femminile. Per i termini ambigeneri basta cambiare l’articolo: il/la pediatra, il/la docente, il/la giornalista, il/la presidente. 

 «La posizione, il mestiere ha un nome preciso e nel mio caso è direttore d’orchestra perché ciò che conta sono il merito e l’impegno». Una frase di Beatrice Venezi, la più giovane donna a dirigere un’orchestra in Europa, risuonata al Festival di Sanremo di fronte a milioni di persone, ha scatenato per molti giorni un vero scontro culturale, ideologico, con toni anche accesi sui social network e sui media. Plauso da parte di Matteo Salvini. Esulta in un tweet un altro leghista, Simone Pillon, cofondatore del Family day: «Basta col politicamente corretto. Bene le donne direttore d’orchestra. Chiamiamole direttori. Se lo sono meritato». Come dire, una grande concessione definirsi al maschile. In disaccordo un’altra direttrice d’orchestra, Gianna Fratta: «Un salto indietro di 50 anni; è una questione di consapevolezza». Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca chiamato a chiudere le polemiche, sceglie la diplomazia: «La scelta di Venezi è comprensibile. Non c’è un solo modo di comunicare… ma ha una motivazione errata linguisticamente: io direi direttrice. La scelta del femminile non diminuisce il talento di un’artista. Non è svilente». C’è chi critica questa posizione che mescola il piano linguistico con quello sociale generando confusione. Le parole registrano la realtà. E finalmente anche le donne salgono sul podio e dirigono un’orchestra e la grammatica italiana prevede il femminile. 

La scelta di nominarsi al maschile viene presentata da Elena Loewenthal, scrittrice e traduttrice che dirige la fondazione pubblica del Circolo dei Lettori, non solo come una libera scelta ma addirittura come una rivincita sul maschile, un’occasione che va colta visto l’eccezionalità del momento che viviamo di – secondo l’autrice – “transizione lessicale”. «Io questa libertà di abusare del genere maschile pur essendo una donna l’ho colta», ha affermato su La Stampa. Ma la lingua cambia con la cultura e con la mentalità della comunità che la parla e la scrive. Attraverso la lingua non solo comunichiamo ma costruiamo la nostra identità. «La lingua si modifica con l’uso», interviene la linguista Manuela Manera: «Sono, dunque, le persone che parlano, in quanto collettività, a direzionare i cambiamenti linguistici. Per questo, che ne siamo consapevoli o meno, è nostra la responsabilità dell’evoluzione linguistica. E la nostra responsabilità è tanto più grande quanto maggiore è la nostra visibilità». 

Nei giorni in cui la direttrice/direttore Beatrice Venezi si guadagnava le prime pagine, i media andavano a caccia di altre conferme. Come la giovane Monica Lin nata a Torino da genitori cinesi, assunta da Iren, che afferma categorica «sono ingegnere con la e. Se vogliamo davvero la parità deve contare la professionalità senza che si specifichi se donna o uomo». Sui social plauso anche da altre donne: «Ingegnera in italiano non esiste; è un termine neutrale». Peccato che il neutro non esista nella lingua italiana e che la declinazione al femminile di un titolo non sminuisca professionalità e preparazione. «I titoli professionali non si declinano a proprio piacimento», sentenzia un uomo su Facebook. Infatti si dovrebbe seguire la grammatica italiana.

Non sono certo d’accordo per l’ingegnera con la “e” le “Rebel architette” che si battono per l’adozione del Timbro architetta. Si sono organizzate contro gli ordini di appartenenza (106 in Italia) che vietano loro di chiamarsi con il titolo professionale declinato al femminile: «Non solo è un errore grammaticale ma è anche una violazione dei diritti umani, civili e costituzionali. È la prova che il linguaggio di genere è una questione politica, prima che grammaticale. Usare correttamente la lingua italiana, in Italia sta diventando un atto di ribellione e autodeterminazione». Sulla stessa lunghezza d’onda Antonella Viola, immunologa di fama internazionale: «Per quale ragione suona meno importante, quasi un incarico minore se declinato al femminile? Perché infastidisce? Perché va fuori dalla consuetudine. Il problema è la nostra cultura, lo stereotipo che ci condiziona dalla nascita e ci portiamo dietro». Nominare le donne che lavorano in professioni prima quasi esclusivamente maschili o in posizioni apicali (ad esempio Segretaria della Cgil se ti chiami Susanna Camusso) contribuisce a rendere normale la loro presenza. Un esempio per tutte: Angela Merkel si fa chiamare Cancelliera. È una donna più sicura di chi invece si nasconde dietro il maschile? 

Ai benaltristi, a chi mostra una certa noia “perché i problemi sono ben altri” come se chi si batte contro il maschile sovraesteso, che nasconde un genere, non fosse ugualmente attento agli “altri problemi”, va ricordato che la lingua è lo specchio della realtà e ne condiziona e la limita nel pensiero. E quello che non viene nominato non esiste. È una battaglia lunga: già nel 1987 la linguista Alma Sabatini scriveva le Raccomandazioni contro il sessismo nella lingua italiana. E dal 2008 il Parlamento europeo si è espresso con linee guida per tener conto nei Paesi dell’Ue dell’evoluzione linguistica e culturale per l’uso di un linguaggio equo e inclusivo, per aiutare a superare gli stereotipi di genere e pregiudizi. Purtroppo è ancora una battaglia culturale trasversale a uomini e donne, irta di difficoltà e incomprensioni. Perché è ancora difficile accettare che nella società italiana anche le donne ricoprano sempre di più ruoli e compiti che prima erano esclusivo appannaggio degli uomini. I cambiamenti fanno ancora paura, anche nella lingua italiana. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Stefanella Campana

Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.