Gianni Ferrara, il regionalismo competitivo e l’unità dello Stato fatta a pezzi dal mercato

Giurista insigne e parlamentare della sinistra, formulò critiche lucidissime alla modifica del Titolo V. Per formazione politica e culturale, è sempre stato dalla parte degli oppressi, per l’emancipazione degli umili, per la difesa dei diritti sociali, del parlamentarismo, della partecipazione dei lavoratori alla vita economica e politica del paese nell’orizzonte insuperato dell’art. 3 della Costituzione. Era «del tutto evidente», per lui, che l’estensione abnorme dei poteri regionali «configuri il ripudio del principio di solidarietà politica economica e sociale» e «rinneghi il principio fondamentale dell’eguaglianza formale e sostanziale»


L’analisi di CARLO IANNELLO, giurista

¶¶¶ Gianni Ferrara, scomparso nel mese di febbraio, è stata senza dubbio una delle grandi personalità della nostra Repubblica. Funzionario parlamentare, capo di gabinetto di Francesco De Martino, deputato, prima della Sinistra indipendente, poi del Pci, professore di diritto costituzionale, ha inverato lo spirito del migliore meridionalismo, mettendo assieme vita teorica e vita pratica. Si potrebbe dire, riprendendo concetti crociani, che è stato un perfetto interprete di quella filosofia civile che rende la vita «un’opera d’arte». Per formazione politica e culturale, è sempre stato dalla parte degli oppressi e ha costantemente studiato il diritto nella sua dimensione politica. Era lontano tanto dal positivismo giuridico quanto dai vizi del formalismo e dell’astrattezza. Il suo sguardo era costantemente rivolto alla realtà sociale, politica ed economica in cui il diritto andava ad incidere, sempre attento agli obiettivi pratici che perseguiva, ai conflitti che risolveva, lasciando sul campo sconfitti e vincitori. 

Ma l’impegno civile, politico e culturale di Gianni Ferrara si è anche caratterizzato per una qualità rara nel nostro paese, e nel mondo accademico in particolare. Il rifiuto del conformismo e del compromesso. Per lui l’impegno accademico non è stato mai volto alla produzione di «titoli» da presentare ai concorsi, ma un modo per stimolare un dibattito sempre volto alla contestazione del potere dominante e dei paradigmi, giuridici e culturali, su cui si fondava. Non ha mai avuto quindi esitazioni a condurre battaglie isolate. Quando il parlamento votò il titolo V, con cui il centrosinistra cercava di rincorrere la Lega sul suo terreno, non esitò a schierarsi apertamente contro.

Mentre la maggioranza degli accademici italiani plaudiva alla modifica, disquisendo entusiasta di palingenesi dell’ordinamento e di insensati principi di pari ordinazione fra comuni, regioni e Stato, Ferrara restò incredulo davanti a un testo che, senza esitazioni, non appena approvato dal parlamento − dunque prima ancora che un distratto voto popolare al referendum costituzionale ne permettesse l’entrata in vigore − definì un «monumento di insipienza politica e giuridica». Formulò critiche lucidissime a quel testo, proprio perché rifuggiva l’astrazione e, da politico prima ancora che da giurista, non poteva non comprendere le conseguenze pratiche che le nuove disposizioni avrebbero prodotto. Descrisse puntualmente ciò che effettivamente si verificò. Si tratta di disposizioni, scriveva Ferrara sempre prima che il testo entrasse in vigore, che «invece di garantire compiti certi» determineranno «una conflittualità permanente con conseguenze solo perverse per la stabilità delle istituzioni». 

Lo sdegno che suscitò quel testo in Gianni Ferrava si spiega perché in esso, giustamente, il Maestro vedeva il segno di un’avanzata senza precedenti delle forze e delle idee che aveva sempre combattuto durante tutto il corso della sua vita, per l’emancipazione degli umili, per la difesa dei diritti sociali, del parlamentarismo, della partecipazione dei lavoratori alla vita economica e politica del paese nell’orizzonte insuperato dell’art. 3 della Costituzione. Ritenne dunque «doveroso denunziare lo spirito delle disposizioni volte ad affermare la preminenza del mercato e dei soggetti che lo dominano, l’abdicazione ai ruoli e compiti delle istituzioni pubbliche a favore delle imprese private, la reiezione degli interessi sottesi ai diritti sociali alla mercé del mercato».

Ferrara comprese che quella revisione costituzionale coronava l’avanzata delle politiche neoliberali che avevano ispirato tutto il decennio precedente, portando questa volta l’attacco sul piano costituzionale. La formalizzazione della diseguaglianza con la costituzionalizzazione dei livelli «essenziali», cioè minimi, intesi come attacco allo Stato sociale universalistico; la fine della funzione della legge statale per la trasformazione della società; lo stravolgimento delle categorie della dottrina dello Stato, con una Repubblica «costituita da comuni, province, città metropolitane, regioni e Stato» che perdeva la sua stessa sostanza e la capacità di trasformare la società.  

Comprese che quella riforma rappresentava la cristallizzazione di un diritto concepito per il mercato, sempre più lontano da quello, volto alla trasformazione in senso progressivo della società e all’emancipazione delle classi subalterne, per cui Ferrara si era sempre battuto. Un progetto che si poneva in netta discontinuità rispetto ai valori fondanti della Repubblica, affermando il principio di concorrenza e il modello dell’impresa che diventavano così il principio regolatore e la forma giuridica cui tutto si doveva adeguare, non solo l’economia, ma l’intera società e persino le relazioni istituzionali. 

Non sfuggì a Ferrara che il Titolo V è un esempio di regionalismo competitivo, che porta anche le relazioni tra gli enti territoriali ad essere improntate sul principio concorrenziale, innescando un vortice in grado di travolgere la stessa unità nazionale, come le vicende legate all’attuazione dell’autonomia differenziata hanno ampiamente dimostrato. Era «del tutto evidente» − «di un’evidenza incontestabile», sono parole di Ferrara − che l’estensione abnorme dei poteri regionali «configuri il ripudio del principio di solidarietà politica economica e sociale» e «rinneghi il principio fondamentale dell’eguaglianza formale e sostanziale».

Così, gli stessi valori della partecipazione democratica e del ruolo centrale delle assemblee elettive, che Ferrara aveva sempre difeso, risultavano sterilizzati dalle forme di governo e dalle leggi elettorali volute dalle regioni, dando un contribuito determinante alla crisi della politica e dei partiti intesi in senso novecentesco. In conclusione, per citare il compianto maestro, il nuovo Titolo V del 2001 «costituisce un esempio da manuale di come si può fare strame dei valori della solidarietà nazionale e dell’eguaglianza». Chi ha a cuore la memoria di Gianni Ferrara deve prendere il testimone per continuare a combattere per i valori sanciti dalla costituzione repubblicana cominciando proprio dalla riscrittura del Titolo V. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Gianni Ferrara

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Carlo Iannello

Napoletano, è professore di Istituzioni di Diritto pubblico presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli dove insegna Diritto dell’ambiente, Diritto pubblico dell’economia e Biodiritto. È stato visiting professor presso università francesi (Paris 2 Panthéon Assas, Università Du Maine, Università di Toulouse). È autore di ricerche sui servizi pubblici locali e nazionali, sul regionalismo differenziato, sui diritti fondamentali, sul tema «Salute e libertà. Il fondamentale diritto all’autodeterminazione individuale». Da sempre impegnato in battaglie civili a difesa del patrimonio storico, artistico e paesaggistico e contro l’assalto ai beni collettivi. Componente dell’Assise di Palazzo Marigliano dal 2004, tra il 2011 e 2016 è stato consigliere comunale a Napoli e presidente della Commissione urbanistica. Carica da cui si è dimesso, in polemica con la proposta dell’amministrazione di ricapitalizzare la società “Bagnoli Futura” con beni pubblici appartenenti al patrimonio indisponibile dell’ente. Di lì a poco la “Bagnoli Futura” fallì.