Gianfranco Notargiacomo: artista oltre il “meta”, il “neo”, il “post” e altre categorie

Figura rilevante non solo nel panorama artistico italiano; almeno nei circoli giusti, Notargiacomo è conosciuto anche all’estero. Ma i circoli giusti ci vogliono per farsi conoscere pure in casa propria. Inaugurata sull’isola di Madeira una sua “personale” presso La Salita Madeira Gallery, trasmigrazione in terra portoghese della celebre galleria fondata a Roma nel 1957 da Gian Tomaso Liverani. Rimasta in attività sino alla soglia del millennio, coincisa con la morte del fondatore e genius loci


Il sogno di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Io, che non soffro di teledipendenza e che anzi ho la televisione in grande uggia, sono dunque condannato alla misantropia? Per fortuna sì. Dati i tempi, ne ho ben donde. Perché se non c’è una salvifica guerra (no, Marinetti non c’entra, sebbene io ami l’igiene, ma non in forma universale, solo quella mia e di quei tre gatti – per non parlar del cane – con cui ogni tanto mi relaziono) c’è l’ubiquitaria pandemia. Sai che condanna, la misantropia. Come chiudere un solipsistico dipsomane in una enoteca e buttare via la chiave. Insomma, il Covid è l’alibi ideale per starmene per i fatti miei. Questo incipit, un tanto autoreferenziale, è per spiegare una fantasticheria. Una specie di translucido sogno non onirico che veicolato da una email ha forzato i penetrali della mia scatola cranica e si è aggirato per le circonvoluzioni della mia corteccia. Lì è rimasto a galleggiare, galleggia ancora e provo a spiegarlo.

Il sogno riguarda Gianfranco Notargiacomo, un vecchio amico, un artista. Starei per dire un pittore; alla fine dovrò pur farlo, visto che scrivo in italiano, anche se penso che la pur lussureggiante mia lingua materna certe volte abbia qualche limite semantico. Perché “pittore”, nel suo caso, mi pare riduttivo, ancorché prevalente. Ma tant’è, vada per “pittore”. Fin qui, in breve, la questione nominalistica, necessariamente oggettiva. A me però va di parlare di lui sul piano subiettivo. 

Questo artista, romano, è una figura rilevante non soltanto nel panorama artistico italiano; almeno nei circoli giusti, Notargiacomo è conosciuto anche all’estero. Ma i circoli giusti ci vogliono anche per farsi conoscere in casa propria. Ricordo un esempio di scempiaggine nazionale tolto dalla musica. Quando alcuni anni fa “andavano di moda” arie d’opera avulse e/o canzoni pop co-interpretate da un corpulento e famosissimo tenore, più di qualcuno, in un certo negozio di dischi che io frequentavo, chiedeva non la romanza dalla Turandot “Nessun dorma”, ma una singola parola di quell’aria, naturalmente là dove il “tenorissimo” – vorrei avere una speciale licenza di glossotomia (taglio della lingua) per chi usa certi pseudo superlativi con un sostantivo e non un qualificativo – sparava il funambolico acuto; e la richiesta, esiziale per il povero commesso (magari pure un po’ melomane) suonava così: “Mi dai (il “tu” con i commessi è ritenuto d’obbligo e loro, in genere, si adeguano) Vincerò di Xxxxxx?”; “vuole altro di Puccini?”, “No, guarda, vorrei proprio quello cantato da Xxxxxx”. Immaginarsi, quindi, se il mio amico può essere famoso presso un pubblico che forse tiene incorniciate le stampette “de Roma de ‘na vorta”, magari vicino a una riproduzione della “Gioconda” presa da un calendario; sì, proprio “quella ragazza del quadro di, di… be’, dopo mi verrà”. Ma poi, interpellato il telefono, “Ma certo, di Vinci”, e la lacuna è bella che colmata.

Comunque, chi deve sapere, sa. Sa anche che Notargiacomo ha esposto in decine di mostre importanti, personali e collettive, ha suoi lavori in musei, Biennali, Quadriennali, presso istituzioni pubbliche e in rinomate gallerie. Qualche settimana fa è stata inaugurata a Funchal, capitale dell’isola di Madeira, una sua “personale” presso La Salita Madeira Gallery, trasmigrazione in terra portoghese della celebre galleria fondata a Roma nel 1957 da Gian Tomaso Liverani, rimasta in attività sino alla soglia del millennio, coincisa con la morte del fondatore e genius loci. Il Nostro, che in quella come in altri prestigiosi spazi (un nome per tutti, La Tartaruga) ha esposto non ancora trentenne, a Funchal ha mandato grandi lavori da lui fatti rendendo omaggio a quelli degli anni ’70 e portati a La Salita nel 1980, che recano il titolo “Tempesta e Assalto”. È proprio partendo da questo enunciato, esplicito richiamo al movimento che oltre 250 anni fa in Germania diede convenzionalmente avvio al Romanticismo, che mi è venuta la “fantasticheria” cui ho accennato all’inizio. 

Pensando all’opera di questo pittore, e come a lui il discorso può applicarsi ad ogni autentico artista anche non figurativo, mi sono reso conto che non si può restare legati a una scuola, a un mainstream in senso stretto. E che tra gli “ismi”, croce e delizia di critici, ermeneuti ed epistemologi del “secolo breve” – che poi, per molti versi, tanto breve non è, tanto che (per fortuna) perdura ancora – il Romanticismo è l’unico che ha veramente “diritto di cittadinanza”. Una specie di primazia che lo rende “padre di tutti gli ismi”, se per una volta si potesse dire che pater certus est. Il mio amico, che pure negli anni di formazione era cresciuto a cornetti notturni, maggio francese, cachinni affossatori (“una risata vi seppellirà”) e, nella fattispecie, arte concettuale, nel corso del tempo (soprattutto le decadi degli ’80 e ’90) ha abbandonato l’arte concettuale per ritrovare l’arte senza aggettivi. E in un processo creativo che somiglia a quello scientifico dell’empirico trial and error è riuscito (riesce) ad acquisire nuove dimensioni estetiche, che vanno ad aggiungersi alle tre del comune mondo sensibile. È allora (è adesso) che gli ismi si mischiano tra di loro. Non dando luogo a uno strano e sincretistico mostriciattolo come in una fusione, non di rado incongrua, di eterocliti metalli. Il risultato non è una statuina di princisbecco, di argentone o di alpacca. Se è bronzo non lo so, ché anche quella lega non è un composto assoluto e invariabile. Ignoro che cosa sia ma non importa e non ne farò la cromatografia. Come, del resto, gli omarini che a centinaia hanno popolato uno degli universi tematici di Notargiacomo non sono stati sempre di pongo, ma (se non ricordo male) alla plastilina hanno fatto succedere (o avrebbero potuto farlo) la famiglia allargata della plastilina, della creta precolorata, del Didò, del Das o delle varie paste similargillose e gipsodinamiche. (Questo aggettivo me lo sono testé inventato ché mi pare renda l’idea). 

“Tempesta e assalto” è il titolo di questa ultima mostra madeirense. Ma non di essa voglio parlare, bensì di quello che l’ha preceduta e che, verosimilmente, non la seguirà. Vorrei dire, e lo faccio a rischio di essere smentito dal diretto interessato, che per me che non sono solito frequentare ambiti artistici extramusicali e extraletterari, i lavori di Notargiacomo occupano un luogo dell’aisthesis che mi porta dritto verso qualcosa che mi fa pensare a una cifra unificante nella sua arte, anche se si serve di stilemi apparentemente diversi o addirittura conflittuali tra di loro. Guardo i Takète, gli acrilici bidimensionali, le statuine umanizzate e umanoidi e forse umane che rigorosamente sessuate (forse perché autoreferenziali dell’artista-uomo che le ha concepite) si accalcano e riempiono uno spazio espositivo che grazie ad esse si fa imago mundi, e poi lavori di altre fasi, le battaglie navali, i tondi e altre opere ancora, alcune risaltanti dalla “tela” come chi volesse tenere il piede in due staffe o ricercare una quarta dimensione che si proponesse come sinolo delle altre tre. Una dimensione dove convergono idee senza che ciò rimandi ad alcunché di concettuale. A me hanno fatto pensare alla formula aforistica, quasi gnomica, del “no ideas but in things” genialmente concepita da William Carlos Williams che è (tuttora) uno dei capisaldi della poetica prevalente nell’infinito secolo breve. 

Dove, come nel mio sogno ad occhi aperti, si ritrovano elementi e tendenze diversi, autonomi eppure interdipendenti. Una estetica ma, ribadisco, non sincretistica olla podrida, nella quale per chi sa e può e vuole vedere, mettendo in funzione un ben esercitato terzo occhio, si palesano caratteri elementali diversi: come i puntuti Takète, che per un momento potevano richiamare i cocci di bottiglia, le montaliane aridità, ma che per la cruda forza dei colori operano un cambio di scena e ci trasportano verso il Dada, verso un surrealismo depurato, verso un espressionismo che sa astrarsi nel figurativo e farsi materico nel metafisico. Può essere la rapidità il Leitmotiv di questo gioco ossimorico, definibile con una sorta di teologia negativa; non è, quella di Notargiacomo, un’arte che ha sentore di epigonismo. L’iterazione non è mai copia, semmai deformato déjà-vu. L’unica categoria in cui mi sembra che possa essere compresa, senza che ciò appaia come il volerla rinchiudere in una stia per polli o confinare in un letto di Procuste, è romantico: forse il qualificativo più polisemico ed elusivo – malgrado scolastiche banalizzanti ridicole esemplificazioni – che si può trovare in una critica estetica. Un’arte a-morale, avrebbe detto Benedetto Croce, come non può essere eticamente qualificato lo Sturm und Drang, l’imperativo alimentare di una fiera che, senza colpe o meriti, fulminea abbatta la sua preda. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Carlo Giacobbe

Nato a Roma, divide la sua vita tra la capitale italiana e Lisbona. Poliglotta, tra le sue passioni ha la musica, avendo studiato canto classico (da basso), anche se adesso si dedica soprattutto al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, oltre al Fado di Coimbra. Autore di saggi e traduzioni dall’inglese e dal portoghese, per alcuni anni ha insegnato quest’ultima lingua alla Sapienza, sua antica alma mater. Per l’Ansa ha vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Tra le altre passioni, non tutte confessabili, c’è il biliardo. In questi giorni è in uscita “100 sonétti ‘n po’ scorètti” una sua raccolta di versi romaneschi. È sposato con Claudia e papà di Viola e Giulio.