Fascismo e Liberazione: condannati a morte, pensavano già all’Italia democratica

«Oggi bisogna combattere l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere i problemi in modo duraturo ed evitare il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi». Così scriveva agli amici Giacomo Ulivi, partigiano di 19 anni. Settantasei anni fa il 25 Aprile significò “liberazione” dal nazifascismo, da un ventennio di sopraffazioni e di ingiustizie. Detto in poche cifre: 28.000 anni di carcere o confino inflitti ad oltre 5.000 antifascisti, centinaia di esuli, abolita ogni libertà fondamentale. La guerra a fianco di Hitler ci costò 444.000 morti, fra militari e civili. «Studiate», chiedeva ai giovani dal carcere Antonio Gramsci, «perché avremo bisogno della vostra intelligenza». L’Italia di oggi annaspa nell’ignoranza di massa e ne ha quindi più che mai bisogno


Il commento di VITTORIO EMILIANI

¶¶¶ «Se credete nella libertà democratica, (…), se desiderate che la facoltà di eleggere sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e genuina del nostro Paese (…), dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare. Oggi bisogna combattere l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in un modo duraturo e che eviti il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi». Così scriveva agli amici, in una  straordinaria lettera, un vero manifesto politico, un partigiano di appena 19 anni, l’universitario parmigiano Giacomo Ulivi, fucilato sulla Piazza Grande di Modena, il 10 novembre ‘44, dalla Brigata Nera. «Io spero che tempi migliori giungeranno». Una lettera che andrebbe studiata, analizzata e imparata a memoria alle superiori.

In questi settantasei anni, fra alti e bassi, siamo vissuti in una democrazia rappresentativa, come chiedeva Giacomo Ulivi, anche se poi alla rappresentatività è stata preferita la governabilità ed ora navighiamo a vista in un panorama frantumato e con una destra neofascista incombente. Lo spirito della lettera di Ulivi è entrato nella Costituzione che nei principi di fondo regge bene. Tuttavia quella storia e quella cultura, a causa di una scuola sempre più disastrata e di una incultura montante, risultano sovente sconosciute. Gli studenti intervistati mostrano spesso in materia una ignoranza disperante. Da tragedia nazionale. 

Perciò chi crede ai valori fondativi della Resistenza e alla Costituzione non deve scoraggiarsi, ma spiegare, almeno a chi legge, la Festa della Liberazione. Settantasei anni fa significò “liberazione” dal nazifascismo, dalla dittatura hitleriana e mussoliniana, da un ventennio di sopraffazioni e di ingiustizie. In poche cifre: 28.000 anni di carcere o confino inflitti ad oltre 5.000 antifascisti, centinaia di esuli, abolita ogni libertà fondamentale: di parola, di riunione, di elezione, di partito, di sindacato. Leggi razziali discriminatorie e deportazione senza ritorno contro italiani ebrei insediati da secoli. Espulsi dai ruoli pubblici i non tesserati al Partito Nazionale Fascista. Violenza e morte inflitte a uomini-simbolo quali don Giovanni Minzoni, Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Antonio Gramsci deliberatamente spento in carcere. Bavaglio assoluto a giornali, radio e cinema. Censura occhiuta, capace di occultare cronaca nera e scandali di regime (tutt’altro che pochi). 

Qualcuno ribatte: “Ma il fascismo fece anche cose buone”. Ogni dittatura realizza opere e servizi. La nostra sfociò nell’intervento bellico a fianco di Hitler. Con l’illusione, cinica quanto dilettantesca, del duce di una “guerra lampo”, di poche settimane. Durò cinque anni e ci costò 444.000 morti, fra militari e civili. Poco meno di 1 per famiglia. Una generazione di giovani falcidiata. Per la folle ambizione di un uomo solo al comando, che ridusse a maceria il Paese. Con la sciagurata costituzione della Repubblica Sociale Italiana, Mussolini, liberato dai nazisti, divise in due il Paese: l’Italia del Sud liberata dalle truppe anglo-americane e il Centro-Nord schiacciato dalle truppe naziste, dalla Brigata Nera e dalla Decima Mas, più crudeli a volte nei rastrellamenti di giovani di leva, partigiani, ex prigionieri sbandati. Una guerra civile.

Ma come nacque allora la Resistenza? Dopo lo sbandamento generale dell’8 settembre ‘43 ci fu una grande rivolta morale, gli antifascisti si coalizzarono, in città e in montagna, da Roma alle Alpi. Col concorso, va rimarcato, di tante forze diverse: nei Cln tutti i partiti, nel Veneto e in Lombardia brigate cattoliche, in Piemonte pure monarchiche e liberali, anche se il grosso fu costituito dalle brigate Garibaldi (comunisti, ma anche socialisti e senza partito), Giustizia e Libertà (ispirate al martire Carlo Rosselli, socialista liberale) e Matteotti (socialiste). Significativo il contributo del clero, specie quello di base: nella sola Liguria 9 sacerdoti fucilati o arsi vivi. Oltre 200.000 italiani e italiane combattenti, più staffette, cittadini comuni, che ridiedero dignità all’Italia. Con le donne silenziose protagoniste.

Ci fu un’altra Resistenza, meno nota: quella dei militari che, dopo l’armistizio si rifiutarono di aderire alla Rsi e a migliaia vennero o massacrati (oltre 5mila fra soldati e ufficiali della divisione Acqui fucilati dai tedeschi a Cefalonia) o internati in Germania: 600.000 soldati e 32.000 ufficiali, non pochi morti di stenti o ammalati. Fedeli ad una Patria frettolosamente data già per morta. Grazie alla Resistenza ci siamo dotati di una Costituzione avanzata e abbiamo vissuto in democrazia. Questa però richiede, oggi più che mai, partecipazione attiva perché, come scriveva il giovanissimo Ulivi, non si ripetano gli errori della dittatura o comunque non si restringa in modo grave la democrazia. «Studiate», chiedeva ai giovani dal carcere Antonio Gramsci, «perché avremo bisogno della vostra intelligenza». L’Italia di oggi annaspa nell’ignoranza di massa e ne ha quindi più che mai bisogno. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - È nato a Predappio in Romagna. Ha iniziato l’attività giornalistica a Voghera concorrendo con Alberto Arbasino e altri giovani pubblicisti a creare nel 1956 “Il Cittadino” e dirigendo, a Pavia, “Ateneo Pavese”. Collaboratore dal ’56 di “Comunità” di Adriano Olivetti, poi del “Mondo” di Mario Pannunzio e de “L’Espresso” di Arrigo Benedetti. Dal 1961 al 1974 ha lavorato al “Giorno” di Italo Pietra, redattore e poi inviato di economia e politica. È stato inviato speciale anche al “Messaggero” che ha poi diretto dall’80 all’87. Collabora a quotidiani e riviste. Ha all’attivo una trentina di libri, gli ultimi “Roma capitale malamata” (il Mulino) e “Raffaello tradito” (Edizioni Bordeaux). Autore di numerose inchieste tv prima dell’avvento dei craxiani. Membro del Consiglio d’amministrazione della Rai dal ’98 al 2002, di cui è stato anche presidente pro tempore per alcuni mesi. Collabora attivamente con Radio Radicale.