Erdogan, Ursula e le buone maniere: il sultano che si spaccia per monsignor Della Casa

Dandogli del dittatore, Draghi ha voluto ribadire ad alcuni membri della sua coalizione l’assoluta vocazione europea dell’Italia; agli Usa che anche gli europei che contano sanno mettere a fuoco le cose con le lenti giuste. Al premier devono essere venuti in mente alcuni passaggi che hanno segnato il regime instaurato ad Ankara: la crescente frattura tra i principi di laicità stabiliti da Mustafà Kemal e un islamismo sempre più radicale. E poi la perdita delle conquiste ottenute dalle donne, la censura della stampa indipendente, la persecuzione di qualsiasi orientamento sessuale non conforme alla sharia


L’analisi di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Secondo la migliore tradizione, prima ha scatenato galoppini, portavoce a vario titolo e alcuni deputati sue “creature” politiche, poi, preparato il terreno, è sceso in campo lui, effendi Erdogan, detto il sultano (carica politica) e, forse, non troppo segreto aspirante califfo (carica religiosa). Oggetto di tanto accanimento il presidente del Consiglio dei ministri italiano Mario Draghi, reo di avergli dato del “dittatore”. Come è noto, la ragione della rarissima intemerata italiana è stato il comportamento tenuto dal presidente turco nei confronti della tedesca Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che recatasi in visita ufficiale ad Ankara assieme al presidente del Consiglio della Ue, il francese Charles Michel, è stata “abbandonata” in piedi, senza peraltro un accenno perché si accomodasse, mentre il padrone di casa e l’altro visitatore occupavano le uniche due poltrone predisposte per l’incontro. Superato il momento di sconcerto, la signora Ursula – che in una specie di turco-napoletano, evidentemente il dialetto di Erdogan, si scrive s’ignora – si è accomodata in un divano la cui imbottitura, c’è da supporre, le avrà fatto l’effetto di un cuscinetto portaspilli.

Non pochi commentatori, tuttavia, pur rimarcando l’inqualificabile comportamento più che maschilista misogino del leader turco, hanno detto che Draghi ha esagerato nel chiamare dittatore il capo di uno Stato con cui – nonostante tutto – l’Italia ha importanti scambi commerciali e che è parte della stessa Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, ossia la più importante catena di alleanze militari mai esistita. Io però non credo che il Premier italiano si sia soltanto lasciato guidare da un nobile sentimento di (peraltro doverosa) cavalleria verso la von der Leyen, che ha subìto un doppio affronto, come ospite e come donna. Senza dire dell’ingratitudine del presidente turco, che sembra aver dimenticato quando nel 2016 lei, al tempo ministro della Difesa della Germania, incoraggiata dai buoni risultati della collaborazione tra Ue e Turchia nel risolvere la “crisi dei rifugiati” siriani che minacciavano di riversarsi in Europa, si era spesa con convinzione per favorire una ripresa dei negoziati con Ankara per l’ingresso della Turchia nella Ue.

Penso che Draghi abbia voluto dare diversi segnali. Uno all’interno, ribadendo con alcuni membri della coalizione, un po’ disorientati, l’assoluta vocazione europea dell’Italia; un altro al vero primus inter pares della Nato, gli Usa, che quando è necessario anche gli europei che contano, ancorché “miti” e “diplomatici” ad oltranza, sanno mettere a fuoco le cose con le lenti giuste. Un altro segnale ancora a certe altre nazioni europee pure parte della Nato ma facili a tralignare rispetto alle linee comuni, per seguire ributtanti e autolesionistiche suggestioni sovraniste. E ancora, penso che avrà pensato Draghi, a Roma conviene mantenere l’interscambio con Ankara non più di quanto convenga ai turchi mantenerlo con noi. Se si confermerà la cancellazione di una commessa di elicotteri italiani alla Turchia, di sicuro non sarà soltanto l’Italia a rimetterci. 

Draghi ha usato quel tono così fuori dalle consuetudini diplomatiche anche perché l’affronto a Ursula von der Leyen è stato solo l’ultimo grano di un rosario partito da lontano. Prima di ricordare almeno alcuni aspetti significativi dello scadimento dittatoriale del governo turco, è del tutto paradossale e non privo di una certa comicità che Erdogan, inopinatamente entrato nei paludamenti di monsignor Della Casa, ricordando che lui è stato eletto e Draghi no, lo abbia definito un “perfetto maleducato” e “un ignorante che disconosce non solo la storia turca ma anche quella del suo stesso paese”, oltre ad aver danneggiato le relazioni tra le due nazioni. Del resto è notorio che mentre Erdogan ha ricevuto il voto di una pletora di cittadini plaudenti al responso delle urne, il golpista Draghi deve la sua nomina alle malversazioni di un altro putschista, tale Sergio Mattarella, che dopo aver piazzato il suo uomo manovra da dietro le quinte.

Fuor di sarcasmo, quasi inevitabile con un soggetto del genere, a Draghi, conosciuto per non essere un tipo particolarmente smemorato, devono essere venuti in mente se non tutti almeno alcuni dei passaggi che hanno segnato, e vieppiù vanno segnando, il regime instaurato da Erdogan. Il più vistoso è la crescente frattura tra i principi di laicità stabiliti un secolo fa da Mustafà Kemal, passato alla storia come Atatürk, il padre della patria, e i dettami di un islamismo sempre più radicale. La svolta laica del kemalismo era garantita dalle forze armate, moderne per impostazione e vocazione nonché ideologicamente lontane dalle “satrapie” confessionali del Medioriente islamico. Da ciò, essenzialmente, era derivato l’incorporamento della Turchia alla Nato nei primi anni del secondo dopoguerra. 

Ne sono venuti, a cascata, vari tentativi di scaricare l’attuale regime, repressi con una estrema durezza costata oltre alla vita di migliaia di oppositori, anche un ripristino di leggi liberticide. E ancora, perdita sostanziale (e in molti casi anche formale) delle conquiste ottenute negli anni dalle donne; censura implacabile della stampa indipendente; persecuzione di qualsiasi orientamento sessuale non conforme alla sharia musulmana. Inoltre, ripresa della repressione delle minoranze curde, negazionismo del genocidio degli armeni, inframmettenza nei rapporti tra la Ue, la Siria e la Libia, questo particolarmente lesivo degli interessi italiani; perfino il ripristino della pompa e dell’armamentario esornativo proprio del sultanato abolito da Atatürk, e via retrogradando. A questi perniciosi passaggi di stato avrà pensato Draghi, forse poco gentile ma per niente distratto. Come ritorsione, il maestro di bon ton ha aggiunto ancora un grano alla collana: la pretesa che fra due mesi la partita inaugurale degli europei di calcio si svolga in Turchia invece che, come previsto, in Italia. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio