Enrico Letta: il Pd, la crisi della sinistra e l’ottavo segretario

A guardarli bene, né Cingolani né Colao hanno le sembianze di Greta Thunberg. E il ministero che guida lo Sviluppo economico di verde ha solo la bandiera di Giorgetti, adatta a smaglianti greenwashing. Un banco di prova decisivo per chi voglia occuparsi di ceti sociali allo stremo, fabbriche da tenere aperte, speranze e orizzonti da ripensare. Se la politica di sinistra c’è ancora, cosa aspetta a battere un colpo? 


L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

¶¶¶ Alla fine gli hanno detto tutti sì: 860 favorevoli, 2 contrari e 4 astenuti. Enrico Letta è l’ottavo segretario in quattordici anni di vita del Pd. Il caminetto orchestrato dall’onnipresente Franceschini ha tamponato la voragine aperta dal “mi vergogno” di Zingaretti in undici giorni. Dandogli davvero carta bianca? 

I nodi al pettine sono già lì, aggrovigliati. Dei fantasmagorici 209 miliardi di euro − tanto per dirne una − 150 sono stati già spesi nel disastroso 2020 per tenere in piedi una società piegata in due. Ad essi ha attinto anche chi non ne aveva affatto bisogno, come le attività produttive che, col lockdown, hanno aumentato i profitti. O le 234 mila aziende (il 30% del totale) che la cassa integrazione l’hanno presa senza averne diritto. Sarà in grado il Pd di Letta di indirizzare davvero quel che avanza verso una transizione messa in mano da Draghi, integralmente, alla tecnocrazia confindustriale?

A guardarli bene, né Cingolani né Colao hanno le sembianze di Greta Thunberg. E il ministero che guida lo Sviluppo economico di verde ha solo la bandiera di Giorgetti, adatta a smaglianti greenwashing. Un banco di prova decisivo per chi voglia occuparsi di ceti sociali allo stremo, fabbriche da tenere aperte, speranze e orizzonti da ripensare. Una coesione sociale per nulla scontata nei mesi a venire. Il suo Pd − ha detto vigorosamente Letta − non vuole più essere la «protezione civile della politica», restando abbarbicato al potere anche quando perde le elezioni. Ed è già una buona premessa.

Dal tour nei circoli del partito, annunciato dal nuovo segretario, potrebbe emergere, chissà, qualche buon promemoria. Persino la bandiera dello ius soli e dell’accoglienza umanitaria diffusa potrebbe trovare qualche luogo dove piantarla sul serio. Nei piccoli centri rivitalizzati dall’arrivo di nuovi cittadini, ad esempio. Tra le strade deserte dove è ricomparsa la voce dei bambini, e i laboratori artigianali abbandonati riaprono bottega. Il nuovo segretario ritroverà, forse, anche qualche volontario rimasto fuori, di certo, dalle affollate chat delle correnti.

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La realtà va guardata in faccia, sempre. E il partito affidato oggi alle mani volenterose di Letta è plasmato da anni − al suo vertice − dai resti di tradizioni politiche spossate. Esse si aggirano, smarrite, in un mondo senza punti cardinali. E non colgono, tanto per capirci, quanto siano strettissimamente intrecciate l’una all’altra, la crisi climatica e la pandemia: un acceleratore sconvolgente di processi sociali ed economici in corso da decenni. Nessuna soluzione tecnocratica ci tirerà fuori, di per se stessa, dall’abisso cui siamo affacciati. Questo dovremmo averlo capito: o no? Per adesso ce lo ricorda di continuo papa Bergoglio, pressoché da solo. Se la politica di sinistra c’è ancora, cosa aspetta a battere un colpo? ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: in alto, i fiori offerti a Enrico Letta dalle tre presidenti dell’Assemblea nazionale del Pd (Valentina Cuppi, Anna Ascani e Debora Serracchiani) dopo la sua elezione a segretario; in basso, la visita del nuovo segretario democratico nella sua sezione del Testaccio a Roma, prima della sua elezione 

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Igor Staglianò

Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Cura gli approfondimenti sui temi dei beni culturali, dello sviluppo sostenibile e della tutela del territorio, realizzando oltre mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico. Ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia. Ha collaborato, fra l'altro, con le pagine di scienza e ambiente di "Panorama" diretto da Claudio Rinaldi. Per la casa editrice Rosenberg & Sellier ha curato, con Guglielmo Ragozzino, "Il conto del tempo", una riflessione a più voci sulla rivoluzione informatica alla Fiat e alla Olivetti negli anni Settanta del Novecento. Ha pubblicato saggi sulle innovazioni tecnologiche nei processi produttivi e sulla democrazia nell'era atomica.