È guerra. Razzi su Israele e bombe su Gaza: il Medio Oriente di nuovo in fiamme

La Prima Intifada fu detta delle pietre e dei coltelli, la Seconda del khalashnikov, la Terza sarà dei razzi? L’attesa è per l’ulteriore escalation della risposta israeliana. Non si può escludere uno scenario più preoccupante degli stessi razzi: la possibile ripresa di “kamikaze” isolati, anche dalla Cisgiordania. O azioni individuali non sempre contrastabili dall’apparato di sicurezza ebraico. Il prossimo passo l’arrivo dei carri armati nella Striscia di Gaza? Oggi conviene parlare non di “banalità” ma di “complessità dei mali”, al plurale. Una complessità disordinata e confusa, entropica. Fatalmente contraddittoria


L’analisi di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ In Medio Oriente, la più torrida tra le “zone calde” del pianeta, il noto aforisma attribuito a Karl Marx, secondo il quale la storia nasce come tragedia e si ripete come farsa, purtroppo appare usurato e inattuale: gli avvenimenti di queste ore dimostrano che in quella regione la storia nasce sempre come dramma per virare, inesorabilmente, in tragedia. Per tentare la spiegazione di certi fatti, come questa improvvisa fiammata della eterna conflittualità israelo-palestinese, è difficile sfuggire alle polarizzazioni ideologiche, alle manichee certezze di ispirazione politica. Parafrasando Hannah Arendt, proverò a spiegare perché (a differenza che nei luoghi e tempi che ne ispirarono il pensiero) oggi in Medio Oriente conviene parlare non di “banalità” ma di “complessità dei mali”, al plurale. Ed è una complessità disordinata e confusa, entropica. La peggiore di tutte, anche perché, fatalmente, contraddittoria.

Sommariamente la cronaca, che in questa sede non ha senso cercare di ricostruire puntualmente visto che cambia continuamente, riporta che l’avvio di questa che per alcuni è già la Terza intifada, è stato dato dalla decisione delle autorità israeliane di impedire ai palestinesi l’accesso alla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, per tema di disordini legati ad antiche dispute immobiliari. Qui, in anni “normali”, la sera sogliono riunirsi i giovani palestinesi al termine del Ramadan, il mese lunare in cui ai musulmani osservanti è proibita l’assunzione di cibi e bevande nelle ore diurne. Da qui una prima, violenta ondata di protesta da parte araba, duramente repressa dalla paramilitare Guardia di Frontiera, dalla polizia e dall’esercito israeliani, con centinaia di feriti. Mentre l’anziano  capo dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Abu Mazen (nome di battaglia di Mahmud Abbas) preso di contropiede cercava di mettere a punto una linea da seguire, possibilmente anche con la partecipazione del mondo occidentale e degli Usa in primis, nella Striscia di Gaza − dove domina incontrastato il partito fondamentalista islamico Hamas, ormai divenuto l’avversario irriducibile dell’Anp derivata dall’Olp − è prevalsa la linea del comando militare, che ha fatto partire i primi lanci di razzi contro Israele.

Alla scontata e massiccia risposta dello Stato ebraico sono seguiti lanci ancora più nutriti di ogive palestinesi verso obiettivi nemici. Che un tempo, anche per le limitazioni tecnologiche del loro potenziale offensivo, si limitavano alle vicine città nel Negev, ma che oggi sono in grado di raggiungere bersagli molto più lontani. E infatti da Gaza, oltre alla vicina Ashkelon, sono state colpite città come Lod (dove due arabi sono stati uccisi da “fuoco amico”), costringendo Israele a chiudere il vicino aeroporto internazionale, e le due metropoli, Tel Aviv e i sobborghi della “capitale unica e indivisibile” Gerusalemme. Ora l’attesa è per l’ulteriore escalation della risposta israeliana. Che se ci si sofferma ai numeri c’è già stata (cinque cittadini israeliani uccisi a fronte di oltre 40 palestinesi) ma che, per il peso politico dei bombardamenti subiti, Gerusalemme non reputa ancora soddisfacente. 

Può essere utile, a questo punto, una elencazione dei punti salienti di questo ennesimo conflitto.

     1. La questione gerosolimitana resta alla base della materia del contendere. Con l’evoluzione peggiorativa che rispetto al 1967, quando al termine della Guerra dei Sei Giorni la storica città fu riconquistata dagli ancestrali abitanti ebrei, il progressivo spostamento a destra dell’elettorato israeliano ha reso sempre meno praticabile l’ipotesi di una forma di amministrazione palestinese per la parte orientale della città, ferma restando l’immodificabilità di Gerusalemme come capitale dello stato. Che ciò piaccia o meno al resto del mondo.

     2. Tra la fazione politica di Hamas, mirante a dimostrare come le sarebbe possibile puntare alla gestione del potere attraverso un’affermazione politica e amministrativa del partito confessionale, e quella militare, è quest’ultima che in questi giorni è prevalsa; per quanto autolesionistico ciò possa sembrare, sia sul piano militare che su quello politico di medio periodo.

     3. Lo sviluppo di questi giorni non può che andare a beneficio (sia pure, forse, soltanto nell’immediato) del premier israeliano Benjamin Netayahu. Dopo una crisi politica interna che in due anni ha visto quattro elezioni senza la formazione di una coalizione che portasse a un esecutivo in grado di governare, sa che gli incombono processi penali per abuso di potere e corruzione. Quindi, mentre la Terza intifada minaccia di deflagrare in pieno, Bibi non può che trarne un dilatorio vantaggio. Questo, oltre tutto, mentre Il presidente Reuven Rivlin, forse il capo di Stato meno invidiabile del mondo, stava tentando la quadratura del cerchio affidando l’incarico al centrista Yair Lapid, che sperava in una coalizione con ex Likud, elementi meno oltranzisti della destra dei coloni, assieme a quel che resta del Labour e del Meretz, le sinistre moderate, e con l’appoggio esterno degli arabi israeliani.

     4. Fatto gravissimo − che ha colto di sorpresa anche alcuni analisti dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interni − è che al clima insurrezionale di questi giorni si sono uniti anche molti arabi israeliani, con attacchi e devastazioni a strutture ebraiche, comprese alcune sinagoghe, in particolare a Lod, Ramle, Giaffa e Akko (San Giovanni d’Acri). Si teme, soprattutto, che focolai di resistenza arabo-israeliana possano divampare a Haifa, terza città di Israele e principale centro arabo-israeliano. 

    5. In stato di allerta tutto l’apparato militare israeliano anche nel nord del paese, dove si teme il sempre possibile intervento dell’esercito del Partito di Dio, Hezbollah, foraggiato e armato dall’Iran, che dal Libano potrebbe unire i suoi lanci balistici contro l’Alta Galilea. Oltre ai razzi Al Qassam, gli stessi che partono da Gaza, Hezbollah dispone di missili teleguidati a medio raggio “Fateh 110/M600”, con una gittata di 300 chilometri, nonché della loro ultima versione modificata, D-Al-Ficar, che può colpire un bersaglio a una distanza più che doppia. Ossia qualunque località di Israele. 

Completa tale inquietante scenario la possibile ripresa di “kamikaze” isolati, che potrebbero colpire anche dalla Cisgiordania o per un’azione individuale non sempre parabile dal pur efficiente apparato di sicurezza ebraico, o addirittura con la occulta malleveria sia di alcune fazioni più radicali dell’Anp sia dello stesso Hamas, che per una volta potrebbe trovare inconfessabili alleanze di comodo anche con i rivali “laici”. Non fosse altro che per forzare la mano di Joe Biden, che ha come unico interlocutore palestinese l’Anp ed è desideroso di ritrovare il ruolo preminente degli Stati Uniti anche in quel difficile quadrante; ruolo reso ancora più impervio dalla dissennata politica “pro domo sua” portata avanti dal predecessore Donald Trump. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio