Draghi al Senato: «investire sulla preparazione dei funzionari pubblici». Già, dov’eravamo rimasti?

Con la riforma Bassanini della Pubblica amministrazione, gli incentivi economici dell’1% per le progettazioni interne finiscono a incapaci o farabutti. I più preparati e meritevoli se ne vanno o si mettono in proprio. Persino il fascismo discuteva pubblicamente i progetti, come a Firenze per realizzare la nuova stazione di Santa Maria Novella. Il ricordo della battaglia parlamentare (perduta) sulla legge Merloni di chi salì sulla breccia per dare capacità ed efficienza ai tecnici più preparati


Il commento di SAURO TURRONI, architetto e urbanista già parlamentare dei Verdi

¶¶¶ Si deve investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici, ha detto ieri al Senato Mario Draghi nella presentazione del programma per il suo governo. Ho tirato su le orecchie ma non ho ascoltato nessun intervento che abbia preso in considerazione questo aspetto. Certamente Antonio Cederna avrebbe espresso grande apprezzamento, ricordandoci ancora una volta che l’Italia ha meno geologi pubblici del Ghana. 

Le parole del premier sono state nette: «Quanto agli investimenti pubblici, in tema di infrastrutture occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici, per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare e accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel programma». Fu, questo, il mio pallino quando facemmo in Parlamento la legge Merloni. Per contrastare i grossi staff delle imprese, sostenevo che ci volevano tecnici pubblici capaci (e motivati da spirito repubblicano).

Fu l’argomento con cui convinsi il ministro a introdurre l’1% per le progettazioni effettuate all’interno della Pubblica amministrazione, per incentivare i migliori a restare, invece di lasciare negli uffici solo gli incapaci o i farabutti. Ovviamente la norma fu osteggiata dai sindacati, ancorati ad una concezione che non voleva premiare i meriti. E, ancor peggio, fu gestita dagli amministratori. Gli incentivi dell’1% non arrestarono l’esodo dei bravi e competenti. Rimasero a fare orribili progetti – che con la riforma Bassanini non vede più nessuno – gli incapaci e i farabutti; nessuno li discute più pubblicamente e succede che vengano realizzate le opere più distruttive e sbagliate.

Perfino il fascismo discuteva pubblicamente i progetti. Si ricordi il dibattito che scoppiò a Firenze a proposito del concorso per realizzare la nuova stazione. I desiderata dei gerarchi furono sconfitti dalla discussione che seguì la presentazione dei progetti. Un dibattito che ci consegnò la stazione di Santa Maria Novella di Giovanni Michelucci e Italo Gamberini con la moderna vetrata che fronteggia quella quattrocentesca del Ghirlandaio sulla prospiciente abside di Santa Maria Novella.

Poco tempo dopo quella battaglia parlamentare convinsi anche Bassanini a fare la stessa cosa con chi faceva piani urbanistici o di altra natura. Andò se possibile ancora peggio. Il combinato disposto dello spoil sistem all’amatriciana, introdotto sempre dal devastante riformismo di Bassanini, fece sì che la dirigenza nella Pubblica amministrazione dovesse la propria nomina alla politica. Dunque ne diventasse immediatamente ancella ed esecutrice dei più miserevoli disegni. 

Contro questa riforma, andavo ripetendo che i dirigenti avrebbero portato il caffè a letto del politico di turno. E che si sarebbe perso il carattere di terzietà e indipendenza che la Costituzione affida alla amministrazione pubblica. Per fare un esempio, sono lontani i tempi in cui la lungimirante politica della sinistra emiliano-romagnola aveva organizzato − unica in Italia − uffici di piano. Lo aveva fatto richiamando i migliori giovani urbanisti da tutto il Paese per pianificare secondo gli indirizzi discussi da una consulta formata dal meglio della cultura del governo del territorio. Una Regione, l’Emilia-Romagna, che era, allora, davvero un faro politico avanzato.

Le poche parole di Draghi riavvolgono il nastro della storia e sembrano dire: «Dove eravamo rimasti?». Esse ridanno speranza − se seguiranno i fatti − alla ricostruzione degli apparati tecnici nella Pubblica amministrazione per metterli a servizio di tutti i cittadini e del bene comune. Apparati smantellati, stoltamente, da una politica incapace di misurarsi con la realtà delle cose, con il territorio, coi fiumi, coi ponti, con le strade, con le dighe, con le alluvioni, con l’erosione delle coste, eccetera eccetera. E anche di confrontarsi con competenza con i portatori di interessi (i loro). Armati di valigette, oggi frequentano in grisaglia, sfrontati e impuniti, gli uffici pubblici proponendo − oramai indisturbati − qualunque cosa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

___
Foto: sotto il titolo, Mario Draghi illustra il programma del suo governo dai banchi del Senato; al centro, l’aula di Palazzo Madama in piedi per un minuto di silenzio in memoria del senatore Macaluso

About Author

Architetto e urbanista, dal 1972 ha svolto la propria attività professionale pubblica in qualità di dirigente presso i Comuni di Cervia e Cesena; dal 1986 è stato dirigente all’urbanistica, servizio tutela e valorizzazione del territorio, della Regione Emilia Romagna. Ha progettato, fra l’altro, il Piano Territoriale Paesistico dell’Emilia Romagna, ed è stato responsabile del laboratorio regionale per la sperimentazione della pianificazione ecologica. Dal 1992 e per quattro legislature consecutive è stato deputato e senatore dei Verdi. È stato anche il primo parlamentare italiano a recarsi in Antartide e in Artide per le ricerche sul clima. Dal 2007, per otto anni è stato membro della Commissione scientifica nazionale per l’Antartide (Csna). Nel settembre del 1995 è stato a Mururoa con Greenpeace contro gli esperimenti nucleari e nel ’96 a Cernobyl per il decennale della catastrofe. Dal 1994 al 1996 ha fatto parte della delegazione italiana presso l’Osce. È presidente di una Fondazione con scopi di solidarietà sociale.