“Dote ai diciottenni” o “eredità universale”? Finalmente si riparla di giovani

Chi la definisce una “mancia elettorale”, utile a far guadagnare qualche voto in più al partito proponente. Chi la accusa di ricalcare la natura del “voucher”, inefficace nel risolvere i problemi delle disuguaglianze. Chi sostiene che sarebbero risorse sprecate, perché non tutti le investirebbero in “cose utili”. È la cosiddetta “dote” ai diciottenni proposta da Enrico Letta. Suggerire che possa essere utilizzata come un aiuto per lo studio, il lavoro e la casa significa limitare le opportunità di scelta, accentuando le disuguaglianze. La libertà di scelta non può essere garantita solo a chi conta sulla ricchezza familiare


L’analisi di PATRIZIA LUONGO, economista, Forum Disuguaglianze Diversità / 

HA FATTO MOLTO discutere la proposta avanzata negli scorsi giorni dal segretario del Pd Letta relativa ad un aumento della progressività delle imposte di successione per chi eredita più di 5 milioni di euro, i cui introiti andrebbero destinati al finanziamento di una dote per i giovani. Essa ricorda quella avanzata dal Forum Disuguaglianze Diversità ormai più di due anni fa, nel suo Rapporto “15 proposte per la giustizia sociale”, sebbene sussistano delle differenze, come ben evidenziato da Granaglia, Morelli e Morniroli su Domani. 

Tralasciando la confusione fatta in alcuni casi tra imposte sulle successioni e imposte sui patrimoni, le opinioni di politici, economisti e “opinionisti”, espresse attraverso la stampa o i social media, sono state di diversa natura: dalla completa opposizione, ad un’apertura parziale, ad un sostegno completo. Ma una cosa ha accomunato la gran parte di esse, vale a dire il focus solo su quella che potremmo definire la “prima parte” della proposta, vale a dire l’imposta di successione. Con poche eccezioni, la parte espressamente dedicata ai giovani ha ricevuto meno attenzioni, ed è stata analizzata con minor dettaglio. L’ennesima dimostrazione della crisi generazionale che attraversa il nostro paese e di quanto poco spazio, anche nel dibattito, viene dato alle giovani generazioni. 

Più che “dote” sarebbe meglio chiamarla “dote universale”

Nella maggior parte dei casi, la dote (nome infelice, che rievoca idee legate al patriarcato) ha incontrato ancora meno favore dell’aumento delle imposte di successione. Le critiche sono di diverso tipo. C’è chi la definisce una “mancia elettorale”, utile solo a far guadagnare qualche voto in più al partito proponente. Chi accusa lo strumento di ricalcare la natura del “voucher”, inefficace nel risolvere i problemi delle disuguaglianze. Chi sostiene che si tratterebbe di risorse sprecate, perché non tutti le investirebbero in “cose utili” (su questo punto torneremo oltre), a ulteriore conferma di una visione spesso stereotipata dei e delle giovani, soprattutto di chi vive in determinate aree del paese. E chi sottolinea l’inadeguatezza dello strumento per risolvere i problemi delle giovani generazioni, legate più all’assenza (o alla scarsa qualità) di servizi, formazione, e opportunità di crescita e di lavoro che alla mancata disponibilità di un “patrimonio di partenza”. 

Quest’ultima critica, ricalca in qualche modo una pratica molto diffusa in Italia, quella del “benaltrismo”, vale a dire la tendenza a ignorare un problema in virtù del fatto che esso non sia l’unico o il più importante, come se fosse impossibile per la politica affrontare contemporaneamente più problemi o offrire più soluzioni, tra loro complementari, allo stesso problema. È vero che la grave crisi generazionale del nostro paese dipende anche da fattori come un’istruzione di bassa qualità, un alto tasso di abbandono scolastico e di dispersione implicita, un elevato numero di Neet, condizioni inique nel mercato del lavoro, eccetera. Ma questa critica regge solo se consideriamo la dote (o l’eredità universale, come la chiama il Forum Disuguaglianze Diversità) come uno strumento sostituivo, mentre invece andrebbe introdotta come misura complementare a tutte quelle politiche in grado di migliorare le condizioni di vita e il benessere delle giovani generazioni. 

Le condizionalità imposte alla “dote” accentuano le disuguaglianze

Sono altri, a nostro avviso, i limiti della proposta di dote del segretario del Pd, relative prevalentemente alla selettività e alla condizionalità nell’utilizzo. I problemi della selettività sono stati ben spiegati da Granaglia, Morelli e Morniroli, per cui qui ci limiteremo a dire qualcosa sulla condizionalità (su cui lo stesso articolo pure si sofferma). Suggerire che la dote possa essere utilizzata come un aiuto per lo studio, il lavoro e la casa significa limitare le opportunità di scelta per una parte dei e delle giovani, accentuando le disuguaglianze. Significa pensare che, per chi oltre alla dote non ha altre risorse, sia preclusa quella libertà di scelta garantita a chi, invece, può contare sulla ricchezza familiare. Solo questi ultimi potrebbero, ad esempio, decidere di viaggiare per un anno, magari prima di avviare un percorso di studio o lavoro, per conoscere una nuova lingua, nuove culture e arricchire il proprio bagaglio culturale; o di acquistare un’auto, che in molte aree del paese significa avere autonomia e libertà di movimento; e così via. 

La condizionalità, poi, dimostrerebbe, ancora una volta, che non abbiamo sufficiente fiducia nella capacità di scelta dei giovani. È probabile che una piccolissima parte delle risorse saranno usate per cose che, ai nostri occhi, appaiano “poco utili”, quasi uno spreco, ma la soluzione a questa eventualità non sta nel limitare le opportunità di scelta, ma nell’accompagnare le scelte con servizi abilitanti, a partire già dall’età scolastica. Questo sicuramente non sarà la soluzione a tutti i problemi, il rischio di “sprecare” almeno in piccolissima parte le risorse probabilmente permarrà ma non può essere questo rischio a ostacolare l’attuazione di una misura, non l’unica certamente, di cui il paese ha bisogno per garantire ai giovani e alle giovani, una maggiore autonomia nelle scelte di vita; del resto, questo rischio è insito a tutte le misure universalistiche, ma questo in passato non ha impedito, per fortuna, la loro attuazione.

In conclusione, però, va riconosciuto che, indipendentemente dalle differenze di visione sia per quanto riguarda l’imposta che le caratteristiche della dote, la proposta ha avuto il merito di riaccendere i riflettori e stimolare il dibattito su un tema spesso dimenticato o trattato come residuale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

È un’economista e lavora come ricercatrice per il Forum Disuguaglianze Diversità. Si occupa principalmente di povertà, disuguaglianza di reddito, uguaglianza nelle opportunità, economia dell’istruzione e del lavoro. Ha conseguito un Master in Economia all’Università di Essex (UK) e un Dottorato in Economia all’Università di Bari. Ha lavorato come consulente per l’Ocse, la Banca Mondiale, e lo Human Development Report Office delle Nazioni. Per la casa editrice Il Mulino ha pubblicato con Fabrizio Barca il saggio "Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale".