Dopo la «cura» Bolsonaro: l’Amazzonia del “Mister No” di Bonelli non c’è più

Nei primi dieci mesi di quest’anno in Amazzonia gli incendi sono aumentati di oltre il 60% rispetto a settembre 2019, il peggior record degli ultimi dieci anni. Nel 2020 nel solo Stato di Amazonas ne sono stati registrati oltre 8.000, il valore più alto della sua storia. La deforestazione procede al ritmo di oltre tre campi di calcio al minuto solo in Brasile e il 20% della superficie è già perso per sempre


di ANDREA BAZZINI

«Sangue di Giuda! Che il diavolo se li porti! Non scherzano, quei dannati!». Così Mister No, a bordo del suo Piper, risponde alle fucilate degli uomini del crudele colonnello Fonseca. Nato nel 1975 dalla fantasia dell’indimenticabile e indimenticato editore Sergio Bonelli e recentemente di nuovo in edicola come supplemento de La Gazzetta dello Sport, Jerry Drake alias Mister No è un pilota che vive a Manaus, capitale dell’Amazzonia. Reduce di guerra attaccabrighe, bevitore e fumatore incallito, dongiovanni e perennemente squattrinato: un autentico antieroe, l’esatto opposto di altre glorie del fumetto come Tex, Zagor o il Comandante Mark.  

Bonelli trovò ispirazione per la sua creazione durante i suoi primi viaggi in Brasile verso la fine degli anni ’60, quando Manaus stava per essere travolta dal primo boom economico, che l’avrebbe portata a diventare una zona franca e ospitare filiali di multinazionali dell’industria elettrotecnica. Le selve che dominano oggi nella città sono quelle dei grattacieli, e prende quasi nostalgia nel pensare a Mister No seduto al banco dell’Hotel Amazonas o disteso a penzoloni su un’amaca a tracannare cachaça (grappa di basso prezzo derivata dalla distillazione della canna da zucchero).  

L’Amazzonia del pilota americano è oggi purtroppo preda di taglialegna, minatori e allevatori senza scrupoli, che danno fuoco alla foresta per far posto a campi di soia e mais. Che andranno ad ingrassare il bestiame degli allevamenti intensivi, per soddisfare la crescente domanda di prodotti di origine animale. Sono circa 75 milioni gli ettari che sono stati deforestati per l’allevamento di bestiame nell’Amazzonia brasiliana, dove si trova quasi il 40% dei bovini del paese. Per rendere meglio l’idea, il nostro Paese nel 2019 è stato fra i primi dieci importatori di soia brasiliana dell’Unione Europea, che è tra i principali acquirenti di prodotti legati alla deforestazione. Secondo Greenpeace, tra luglio 2009 e giugno 2020 l’Italia ha importato dal Brasile oltre 25.000 tonnellate di carne, più di ogni altro Paese dell’Unione.  

Rispetto a settembre 2019, nei primi dieci mesi di quest’anno in Amazzonia gli incendi sono aumentati di oltre il 60%, facendo segnare il peggior record degli ultimi dieci anni. Nel 2020 nel solo Stato di Amazonas ne sono stati registrati oltre 8.000, il valore più alto della sua storia. E lo scoppio della pandemia da Covid non ha certo aiutato, visto che ha generato una nuova corsa all’oro: il prezzo del metallo prezioso è infatti schizzato verso l’alto, raggiungendo valori mai registrati in trent’anni.  

Pur non essendo un ecologista, Mister No si trova spesso a difendere la natura e gli indios, combattendo contro chi con la violenza cerca di sfruttare le immense risorse dell’Amazzonia. In una delle prime storie della serie il pilota americano si ritrova coinvolto in un conflitto che vede contrapposti ribelli cangaceiros, guidati dal fiero e leale capitano Corisco, e le milizie capeggiate dal colonnello Fonseca, proprietario terriero cinico e spietato. Sullo sfondo il sertao, una vastissima regione semi-arida che occupa buona parte del Nord-Est brasiliano, assai povera e i cui abitanti sono alla mercé di pochi potenti latifondisti. 

Uno scenario di tipo feudale, che non si discosta molto da quello che accade nel Brasile di oggi. Un Paese guidato da un presidente arrogante e xenofobo, quel Jair Bolsonaro di cui, al pari del suo ex collega Trump, si comincia a dubitare anche della sua salute mentale («Meglio un figlio schiacciato sotto un’auto che gay», dichiarò prima di essere eletto). Le foreste tropicali ospitano circa il 50% della biodiversità del Pianeta, un patrimonio immenso rappresentato anche dalle comunità indigene, e sono importanti regolatori del clima globale. Ma per quanto ancora? La deforestazione procede al ritmo di oltre tre campi di calcio al minuto solo in Brasile e circa il 20% della superficie è già stato perso per sempre.  

In base ad uno studio dello Stockholm Resilience Centre fino al 40% della foresta pluviale amazzonica si troverebbe già ad un punto di non ritorno (tipping point), risultando come parametri ambientali più vicina alle praterie boscate della savana. Dati allarmanti, ancora più preoccupanti se si pensa che, come rivela un recente report del Wwf, oltre a legname, soia, carne di manzo e olio di palma, la deforestazione tropicale è legata anche alla produzione di altre commodity. Come il caffè, la bevanda più consumata al mondo e di cui l’Italia è il secondo maggior importatore nell’Ue, e il pellame, con l’Italia primo importatore europeo e il secondo al Mondo dopo la Cina per quanto riguarda quello proveniente dal Brasile.  

Una vera e propria “strage”, come quella (umana) che conclude la storia di Mister No: il nostro alla fine riuscirà a fare giustizia, vendicando l’amico capitano Corisco e i suoi fedeli uomini, ma al momento di ripartire con il suo aereo non si sottrae al commento: «Devo imparare a conoscere meglio questo strano, affascinante paese. E, soprattutto, la sconcertante gente che vi abita!». Chissà quanti come lui si pongono oggi la stessa domanda.

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Andrea Bazzini

laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie presso l'Università degli Studi di Torino, ha conseguito un Master in Gestione delle Aree Naturali Protette presso l'Università di Siena. Agronomo e giornalista freelance, ha svolto docenze come supplente in diversi Istituti Superiori della Provincia di Torino ed è stato collaboratore del settimanale d'informazione "Il Canavese". Ambientalista e animalista, già membro del Consiglio Direttivo della Lipu, attualmente è referente del Wwf Torino e fa parte della Consulta Animalista della città sabauda. È socio Gpso (Gruppo Piemontese Studi Ornitologici) e Gufi (Gruppo Unitario per le Foreste Italiane).