Donne e lavoro: anziché diminuire, le distanze con gli uomini crescono

Lo scorso anno le donne hanno perso 411.000 posti di lavoro, allargando il divario tra occupazione femminile e maschile. Dopo venti anni restiamo l’ultimo tra i 27 Paesi europei nei divari di genere, e il reddito medio delle donne è il 59,6 per cento di quello degli uomini. Il “buco nero” è rappresentato dagli asili nido; nel 2002 il Consiglio europeo aveva fissato la soglia del 33% di posti disponibili: oggi in media solo 1 bambino su 10 trova posto nelle strutture pubbliche. Fa eccezione Ravenna con 42 posti ogni 100 bambini, Caserta maglia nera con 5,4 posti su 100. Con lo smartworking la situazione è peggiorata


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

¶¶¶ I numeri non potrebbero essere più drammatici. Nel 2020 c’è stata una perdita di 444.000 posti di lavoro, di cui 312.000 di donne (70 per cento). Nel solo mese di dicembre, poi, c’è stato il picco. Su 101.000 posti andati in fumo ben 99.000 − quasi la totalità − erano al femminile. Una falcidie. La disoccupazione ha picchiato duro, ma con differenze di genere pazzesche. Significa che la nostra società è ancora molto discriminatoria nei confronti delle donne e la pandemia ha solo fatto esplodere problemi già esistenti. Ci siamo resi conto che il virus ha esacerbato le diseguaglianze e travolto l’occupazione femminile in modo così grave da averla trasformata in una emergenza nazionale. Il lavoro delle donne − occupate nei settori ritenuti meno essenziali, servizi, cura, assistenza, ristorazione e turismo − è il più vulnerabile e il primo a essere “tagliato” perché il più delle volte si regge su contratti a termine, senza protezione e per definizione precari. In pratica, contratti esclusi dal blocco dei licenziamenti e dall’ombrello della Cig. 

L’Istat ci ha ora messi difronte a cifre che non avremmo mai immaginato e che raccontano una realtà davvero terribile. In un anno le donne hanno perduto in totale 411.000 posti di lavoro, allargando il divario tra occupazione femminile e maschile. Erano già in posizioni di svantaggio prima della pandemia, con la tempesta scatenata dal Covid le lavoratrici con contratti a termine sono così rimaste senza lavoro e senza salario. «Le più colpite dalla disoccupazione sono state le lavoratrici autonome e precarie», afferma Luisa Diana, del Nidil Cgil, il settore che si occupa del precariato: «Nei servizi che il lockdown ha fermato, la forza lavoro per l’84 per cento è femminile. Mentre il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione hanno salvaguardato, per ora, il lavoro regolare a tempo indeterminato la recessione per le donne è stata drammatica». 

Le responsabilità di questo quadro sconfortante sono politiche. In Italia manca un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicarsi al lavoro allo stesso modo degli uomini. Il “buco” nero è rappresentato dagli asili nido, che dovrebbero accogliere i piccoli da zero a due anni. Il nostro Paese non riesce a coprire la domanda: solo 1 bambino su 10 trova posto nelle strutture pubbliche (10 per cento, media nazionale). Fanno eccezione aree di eccellenza, Toscana, Umbria e Emilia Romagna in testa. Vera perla è la città di Ravenna con 42 posti ogni 100 bambini. Di contro Caserta ha la maglia nera con 5,4 posti su 100. Questa situazione è motivo di grave arretratezza e ci colloca lontani dalla soglia del 33 per cento di posti disponibili fissata dal Consiglio europeo nel lontano 2002.

In venti anni non siamo riusciti ad adeguarci. Non abbiamo finanziato i servizi per l’infanzia, considerati troppo costosi! Sicché in tutto il Paese l’offerta è carente e disomogenea, nonostante i nidi abbiano una funzione fondamentale di sostegno alle donne lavoratrici e di educazione e socializzazione per i piccoli. «In un quadro del genere come fanno le donne a lavorare? Il nostro mondo è ancora diviso in compiti maschili e femminili», osserva Ivana Veronese, segretaria confederale della Uil: Se una donna ha il part time a 700 euro al mese e sulle spalle un pesante lavoro di cura, bambini, anziani o familiari non autosufficienti, è costretta a lasciare il lavoro. Molti posti sono andati in fumo così. Se poi la donna deve fare i conti con la cronica carenza dei nidi tutto peggiora. Soprattutto al Sud, la situazione è insostenibile, il problema della mancanza delle infrastrutture sociali è davvero molto grave. Sono insufficienti le scuole a tempo pieno, i servizi domiciliari per gli anziani e i servizi socio-sanitari che andrebbero rafforzati con urgenza». 

Per le giovani donne, poi, la mancanza dei nidi può condizionare perfino la decisione di diventare madre. I sindacati lo sanno e oltre a fare battaglie per la realizzazione di nuove strutture per l’infanzia combattono anche per migliorare il sistema dei congedi parentali, prevedendo incentivi per i padri, ad oggi piuttosto latitanti. E fanno notare che senza un cambio culturale non si risolverà nulla. Pur avendo fatto progressi, l’Italia resta l’ultimo tra i 27 Paesi europei nel sanare i divari di genere, senza contare che il reddito medio delle donne è il 59,6 per cento di quello degli uomini. Le cause di tanta iniquità vanno cercate nella debolezza di un sistema lavorativo che storicamente assegna alle donne i ruoli meno importanti. Eppure la componente femminile, nello studio e nel lavoro, mostra risultati migliori rispetto a quelli dei maschi. Il problema ha radici lontane. Carenze croniche, che se non verranno rimosse potrebbero compromettere la ripresa nel dopo pandemia, frenano l’avanzamento femminile nella società. 

Sottopagate, svalutate, disoccupate. Sembra che nei momenti di crisi le donne siano le prime a pagare, per loro la strada è sempre stata più lunga e faticosa. E non è un caso se anche ora siano quelle che hanno sofferto di più la pandemia. «Le donne chiedono parità di genere e infrastrutture sociali, noi siamo al loro fianco per portare avanti le rivendicazioni», sostiene Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil: «C’è un gap salariale che va risolto e che finora ha lasciato le donne in una condizione di minorità, tanto che il loro reddito è considerato un “secondo reddito”. Questo, oltre alla perdita economica, comporta un indebolimento nei rapporti familiari. Fondamentale spazzare via gli stereotipi del potere maschile, che hanno rallentato il cammino della parità». 

L’emergenza, dunque, ha messo in ginocchio le entrate economiche delle famiglie e l’occupazione femminile. Quando sono le donne a lasciare il lavoro o rinunciano a cercarlo è perché sono impegnate nelle attività di cura e di assistenza, così accade che prevalgano «criteri di calcolo economico» e le coppie decidano di lasciare a casa il coniuge con un lavoro più instabile o un salario più basso. E poi c’è quell’impossibile «conciliazione» tra lavoro e famiglia per la mancanza dei servizi territoriali. Le donne che hanno sperimentato lo smartworking, e sono state tante, si sono trovate in un intreccio faticoso di lavori domestici, mansioni d’ufficio, e figli con didattica a distanza. Anni fa si pensava che aumentare la cosiddetta flessibilità avrebbe risolto tanti problemi, invece ci troviamo di fronte alle situazioni che hanno fatto salire disagio e livelli di stress mentre la pandemia continua a mordere. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Anna Maria Sersale

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.